28 Dicembre 2021

Il piccolo Regno sull’orlo del baratro

Covid, con Omicron, galoppa in eSwatini, minuscolo paese dell’Africa australe. Teatro di una pesante crisi politica: il popolo chiede democrazia


Era il 16 febbraio 2021, quando il vescovo di Manzini, monsignor Josè Luis Ponce de Leon, raccontava all’agenzia Sir di come la prima e la seconda ondata del Covid-19 avessero reso la popolazione swazi ancora più vulnerabile. L’unica diocesi cattolica nel Regno di eSwatini – piccolissimo paese incastonato tra Sud Africa e Mozambico, fino al 2018 noto come Swaziland – da subito ha iniziato a pensare a una risposta concreta all’emergenza, insieme alla Caritas locale.

Sono stati distribuiti materiali di protezione individuali per tutte le strutture sanitarie gestite dalla diocesi (cliniche comunitarie, un ospedale, l’Hope House, casa di accoglienza per malati terminali e la riabilitazione fisioterapica); si è provveduto alla distribuzione di cibo alle famiglie più vulnerabili e alla distribuzione di acqua nelle aree più colpite dalla siccità; infine, sono state distribuite radio a 500 famiglie che ne erano sprovviste, perché potessero seguire i programmi governativi di informazione sul virus e per proseguire la didattica a distanza, data la necessaria chiusura delle scuole. Alcuni di questi interventi sono stati realizzati grazie al contributo della Conferenza episcopale italiana.

La variante dominante
Oggi in eSwatini l’emergenza non è finita, come in tutto il mondo. Anzi, la quarta ondata, determinata dalla variante Omicron ha fatto precipitare l’intera regione dell’Africa meridionale, incluso eSwatini, nell’ennesimo isolamento, che avrà forti ripercussioni economiche e sociali, soprattutto per i più poveri.

In un altro video (vedi a fianco) il vescovo Ponce de Leon paragona l’ennesimo isolamento all’episodio dei lebbrosi nel Vangelo e, richiamando le parole di papa Francesco, precisa: «Siamo tutti sulla stessa barca, ma mi rendo conto che alcuni pensano sia meglio che qualcuno resti escluso».

La variante Omicron viaggia veloce, e già prima di metà dicembre, in una sola giornata, il 30% dei test effettuati nel paese è risultato positivo al Covid-19. Il giorno successivo i numeri sono saliti al 50%, quello ancora dopo al 75%, secondo i dati comunicati dal governo. Dopo qualche giorno di “respiro” con i casi in discesa, sabato 11 dicembre il picco, con il 97% di tasso di positività.

I numeri dei test effettuati sono inferiori, se paragonati con i controlli a tappeto in Italia e nei paesi a economia avanzata. E un po’ di speranza deriva dal fatto che anche in eSwatini la percentuale dei positivi ospedalizzati resta bassissima. Però il nodo centrale, come in tutto il continente africano, resta il fatto che ogni prestazione medica è a pagamento, non solo per il Covid-19. Di conseguenza, può accedere ai test e alle eventuali cure solo chi può permetterselo. Il vaccino, però, resta gratuito.

La diocesi cattolica di Manzini, come anche le altre chiese cristiane presenti nel paese, continua a incoraggiare le vaccinazioni, la cui percentuale sul totale della popolazione resta però bassa (circa il 24%). In molte occasioni, sono stati predisposti punti vaccinali presso i luoghi di culto e in concomitanza con le celebrazioni, mentre incessanti sono gli appelli.

L’Incwala, prima di tutto
Sorprendentemente, e contro ogni previsione, nonostante il peggioramento della diffusione del virus, nei giorni scorsi il primo ministro del piccolo paese ha decretato la fine del coprifuoco. Inizialmente erano state annunciate solo alcune aperture straordinarie per i viaggiatori, essenziali con l’avvicinarsi delle grandi celebrazioni per l’Incwala. Di fatto, poi, ogni restrizione è caduta con effetto immediato, per favorire la massima partecipazione alla centenaria cerimonia tradizionale. Tra fine dicembre e inizio gennaio, infatti, il popolo swazi si raduna per quello che è considerato l’evento culturale più importante nella storia del regno. Ha un forte potere spirituale per la sua funzione di purificazione e rinnovamento, ma soprattutto deve celebrare il re e la sua regalità. Il rispetto della privacy durante le cerimonie è massimo, tantissime persone vi prendono parte anche se i canti, le danze e i rituali che si svolgono all’interno del kraal (recinto) reale rimangono una questione di massima segretezza e non possono essere registrati o trascritti.

Una fase dell’Incwala. Davanti a tutti, il re Mswati III

La decisione di allentare le restrizioni dettate dal Covid in prossimità dell’Incwala, potrebbe rappresentare un segnale di apertura verso una popolazione che protesta da mesi. Nel paese, infatti, le tensioni politiche sono incandescenti. I cittadini chiedono un processo politico più democratico. Un dialogo è stato invocato più volte e da parti diverse, ma sinora a prendersi la scena sono state le fiammate di violenza.

Il nodo della questione, in eSwatini, infatti, sta nel fatto che, anche se il Covid-19 picchia forte, la vera crisi è sociale e politica. Una crisi profonda, che inaspettatamente dallo scorso giugno ha sconvolto una delle tre monarchie del continente, l’unica assoluta (dal 2006, per volere dell’attuale sovrano).

Una crisi nell’ombra
La crisi in Italia è rimasta nell’ombra, nonostante anche papa Francesco già lo scorso luglio abbia rivolto un appello al dialogo e per la pace durante una preghiera dell’Angelus in piazza San Pietro. Un appello rilanciato a ottobre dalla Conferenza episcopale sudafricana (Sacbc), dopo una visita pastorale nel paese, ricordando la nota solidarietà e accoglienza che il popolo swazi ha dimostrato più volte, in occasione delle grandi crisi della regione, in Mozambico e Sud Africa, negli scorsi decenni.

La Conferenza episcopale, cui fa capo anche il vescovo di eSwatini, ha inoltre ricordato la parabola di un popolo che «ha affrontato numerose sfide, incluso essere stato uno dei paesi più colpiti dalla pandemia di Hiv. La sofferenza causata dall’Aids è stata aggravata da altre sfide sociali, politiche ed economiche e ultimamente dal Covid-19, costringendo molti a una terribile povertà. Le recenti ondate di violenza senza precedenti, che hanno investito il paese a metà di quest’anno e hanno provocato morti, ferimenti, nonché la distruzione di proprietà larga scala, sembrano suggerire una scarsa pazienza, che deve essere riconquistata, se questo bel paese non vuole cadere nella guerra civile» e in una sofferenza cronica, si legge in un documento ufficiale della Sacbc.

Le recenti ondate di violenza senza precedenti, che
hanno investito il paese a metà anno, paiono suggerire
una scarsa pazienza, che deve essere riconquistata

Sin dai primissimi segnali della crisi politica, il vescovo di Manzini è sempre intervenuto per raccontarne le evoluzioni, ma soprattutto per richiamare al dialogo le parti coinvolte, ovvero casa reale, governo, partiti e popolazione, perché «rispondere con il fuoco al fuoco servirà solo a ridurre questo paese in cenere».

In una recente intervista al periodico dei Comboniani Nigrizia, Ponce de Leon ha confermato che questa è la prima volta che eSwatini vive una crisi violenta e prolungata, dall’indipendenza dal Regno Unito, ottenuta nel 1968, al termine di un decennio di preparazione come protettorato britannico.

Violenze mai viste, totale controllo
La crisi politica ha avuto inizio a maggio, quando lo studente di diritto Thabani Nkomonye fu trovato morto. Inizialmente la polizia dichiarò che la causa sarebbe stata riconducibile a un incidente stradale, ma da subito la popolazione, soprattutto i giovani, scelsero di non tacere più, denunciando i soprusi delle autorità e invocando giustizia. Da lì, a macchia d’olio, le proteste hanno invaso il paese, scatenando violenze mai viste e dando il là a una mobilitazione popolare decisa a sollecitare un processo di democratizzazione. Richiesta ardita, in un paese in cui il re, Mswati III, ha totale controllo sul potere legislativo ed esecutivo e tutta la vita politica ruota intorno alla famiglia reale.

Altro fulcro delle proteste sta nella denuncia, oltre il totale silenzio del passato, del grande divario tra la ricchezza di pochi e la condizione di vita del resto della popolazione, che continua ad essere tra le più vulnerabili al mondo. Nel paese altissimo è il tasso di disoccupazione, mentre oltre il 51% dei cittadini vivono sotto la soglia di povertà (dati Undp 2019).

Marcia in solidarietà, in Sudafrica, con le proteste anti-monarchiche in eSwatini (Industriall-union.org)


In risposta alle prime proteste, sono state schierate le forze militari e ogni dialogo è stato sempre rimandato, atteggiamento che ha continuato ad alimentare tensioni. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, in primis Amnesty International, hanno più volte denunciato che le vittime delle proteste, morti e feriti, sono di gran lunga maggiori rispetto alle stime delle autorità locali. In una nota di Amnesty si legge, in particolare, di «una spietata repressione dei diritti umani, con decine di persone uccise e molte altre torturate, detenute o rapite». Per settimane, in diversi periodi da giugno a ottobre, le strade nel piccolo paese sono state deserte, e non a causa del Covid. Il regno respira una paura mai conosciuta prima, un’incertezza nuova e sconvolgente. Che determina ripercussioni su economia e infrastrutture già gravissime. E ha provocato la chiusura delle scuole e la sostanziale perdita dell’anno scolastico.

Urgente appello al dialogo
A novembre il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, si è recato in eSwatini in visita ufficiale, in qualità di presidente dell’organizzazione intergovernativa regionale Sadc (Southern African Development Community, organizzazione per la cooperazione, l’integrazione socioeconomica, la politica e la sicurezza tra gli stati dell’area). Nel comunicato ufficiale si legge che è stata decisa «l’istituzione di un forum di dialogo nazionale, al quale lavorerà il Segretario della Sadc insieme al governo del Regno, […] tenendo conto e incorporando strutture e processi sanciti dalla Costituzione».

Ha spiazzato la decisione di rimandare il dialogo alla
chiusura dell’Incwala, tra qualche mese. La situazione,
nel frattempo, potrebbe precipitare ulteriormente

Pur ribadendo l’invito alla calma e alla pace, ha però spiazzato la decisione di rimandare tutto alla chiusura dell’Incwala, tra qualche mese. La situazione, nel frattempo, potrebbe precipitare ulteriormente. Sia sul versante della crisi sanitaria, sia su quello politico-istituzionale. Certamente, sul versante economico e sociale.

Conservano dunque la loro drammatica attualità la preghiera e l’appello lanciato dalla Chiesa cattolica, insieme al Consiglio delle Chiese dello Swaziland (Council of Swaziland Churches), che hanno più volte incontrato tutte le parti coinvolte, per un dialogo costruttivo. E che sarebbe urgente. Per non assistere alla caduta nel baratro dell’instabilità cronica di un paese che in passato era additato come modello di ordine e sviluppo, e che conserva un reddito medio superiore a quello africano. Ma che rischia di pagare un prezzo salatissimo ai deficit di democrazia.

Aggiornato il 28/12/21 alle ore 12:05