18 Gennaio 2023

Casa comune: quale futuro?

Tutti abbiamo a cuore la domanda ‘quale avvenire per la casa comune?’ Ed è da questo che si è partiti il 20 dicembre scorso, nel seminario annuale della campagna ‘Chiudiamo la Forbice’.
E non sembra un avvenire facile. L’umanità ha di fronte a sé due sfide davvero epocali, e dal modo in cui sapremo affrontarle dipende in qualche misura la stessa sopravvivenza del genere umano: le disuguaglianze, il progressivo allargamento della forbice tra i più poveri e i più ricchi; e il cambiamento climatico, sintesi e culmine dei processi che stanno rendendo la nostra casa comune sempre meno abitabile per la nostra generazione e le generazioni future. La chiarezza cristallina con cui ci si presenta di fronte il dramma del cambiamento climatico, nell’evidenza scientifica raccolta dall’IPCC, giunto ormai al suo sesto ciclo di valutazioni, non sembra però essere presa molto sul serio da chi ha in mano la costruzione delle politiche pubbliche; ma, a ben vedere, anche da parte degli elettori: l’appeal nei riguardi di questi ultimi da parte delle tematiche della sostenibilità sembra sempre piuttosto marginale e non premiante.

Diseguaglianze e cambiamento climatico sono le principali sfide che l’umanità ha oggi davanti


Il tema, così centrale e così sottovalutato, può trovare una sintesi efficace nell’espressione giustizia climatica: climatica, perché si tratta di rallentare e gestire cambiamenti così profondi da impattare sulla vita stessa della biosfera; giustizia, perché si tratta di farlo nel rispetto della dignità e dei diritti di ogni donna e ogni uomo che popola e popolerà la terra.
Come tutte le volte che parliamo di giustizia, la nostra attenzione non deve rivolgersi solo a coloro i quali stanno pagando il prezzo più alto dei cambiamenti in atto; ma al sistema che nel suo funzionamento genera le tensioni e le ingiustizie. Esse sono ben descritte dal World Inequality Report (WIR) del 2022, che mette in evidenza come le disuguaglianze globali di reddito e ricchezza sono strettamente connesse alle disuguaglianze nel contributo al cambiamento climatico. Gli abitanti del pianeta emettono in media 6,6 tonnellate di anidride carbonica equivalente (CO2) pro capite e all’anno. Ma, secondo il WIR, il 10% degli emettitori è responsabile di quasi il 50% di tutte le emissioni, mentre il 50% più povero produce soltanto il 12% del totale. Non si tratta solo della distanza tra paesi ricchi e paesi poveri. In Europa, il 50% più povero della popolazione emette circa 5 tonnellate all’anno/persona; il 50% in Asia orientale emette circa 3 tonnellate e il 50% in Nord America circa 10 tonnellate. Ma cosa fanno gli emettitori di CO2 più importanti in queste regioni? Il 10% degli emettitori più importanti è responsabile per 27 tonn/anno/ procapite di CO2 in Europa, per 34 in Asia orientale, per 69 in Nord America. Se il destino del pianeta fosse legato alla quantità delle emissioni della metà più povera del pianeta, saremmo già abbastanza vicini agli obiettivi di neutralità climatica!

Foto: Caritas Internationalis


L’indicazione è chiara: la sopravvivenza del pianeta è legata a politiche che puntano a ridurre soprattutto le emissioni dei maggiori emettitori, i più ricchi del pianeta; e anche coloro che concentrano la maggior parte del potere decisionale. Si tratta di una strada senza molte altre vie di uscita: il disastro climatico è davvero dietro l’angolo e siamo già ora avviati a superare abbondantemente quel 1,5% di aumento della temperatura del pianeta che viene indicata come la soglia di sicurezza per l’umanità. Pur senza inutili catastrofismi, con Flaiano potremmo dire che la situazione è grave ma non seria, o almeno non troppo seriamente presa nella necessità di serie contromisure: continuiamo a baloccarci con l’idea che certo la transizione è necessaria, ma è possibile farlo continuando a rinviare le decisioni davvero drastiche, puntando ancora sulla crescita dell’economia, e mettendo al riparo la nostra possibilità di consumare; ma purtroppo non esiste nessun calcolo possibile a confermare che questa sia una prospettiva realistica!

La giustizia climatica nella fraternità è l’unico avvenire possibile per la nostra casa comune

L’unica prospettiva realistica è quella di una grande presa di coscienza collettiva, in un processo che rischia di essere controcorrente e disturbante; con il rischio di reagire cogliendo l’aspetto disturbante, ma non la sostanza della questione… E la questione non è ‘se’ ci sarà una transizione, ma come sarà. Non esiste altra via: un cambiamento non governato, dove l’unica regola è quella della giungla, la strada che stiamo consapevolmente o meno imboccando; o un cambiamento che rispetti e ascolti tutti, nel segno della Fratelli Tutti: nessuna scelta dovrà essere possibile se non riusciremo a costruire un ‘noi più grande’, e trovare nella comune appartenenza al genere umano la forza di promuovere un cambiamento che ci appare del tutto improbabile, eppure assolutamente essenziale.
La giustizia climatica nella fraternità è l’unico avvenire possibile per la nostra casa comune. Ma la giustizia climatica è costosa, soprattutto per noi: una scelta impossibile se non guidata dall’idea che – veramente – siamo tutte e tutti parte della stessa famiglia umana.

Aggiornato il 18/01/23 alle ore 15:30