11 Ottobre 2021

Al Gran Bazar delle armi

Aukus, inizio di una nuova sfida: la guerra fredda risorge e si sposta nell’Indo-Pacifico. Sempre più al servizio delle logiche industrial-militari

È l’inizio della nuova sfida, patto scellerato da guerra fredda, con meno implicazioni ideologiche e romantiche di una volta, rispetto al valore della libertà, e con – invece – maggior valore aggiunto da contabilizzare nel gran bazar degli armamenti.

L’alleanza si chiama Aukus, ed è l’accordo tra Australia, Stati Uniti e Gran Bretagna, per l’acquisto di una partita di sottomarini nucleari. C’è da controllare un pezzo di mondo superstrategico, ed ecco l’arma strategica più costosa che esiste: il sottomarino nucleare, che pochi hanno e che molto può fare sul piano della paura e della deterrenza.

Quei sottomarini costano più di un occhio dalla testa, corrono più degli altri, si nascondono meglio. Li possiedono solo sei paesi, americani, russi, cinesi, inglesi, indiani e francesi. Il settimo sarà l’Australia, per gentile concessione di Washington, che ha imposto quell’arma al quinto continente, facendo saltare un accordo prefirmato con i francesi.

Una sfida pericolosa
L’Indo-Pacifico e le sue rotte commerciali, dove passa la maggior parte dell’energia del pianeta in direzione Pechino, vanno ben pattugliati, e senza errori. Ma se la frontiera della nuova guerra fredda si è spostata oltre la dorsale euroasiatica, lasciando l’Europa fuori dal confronto, e incrocia le sue le lame con la Cina, il motivo non è affatto ideologico, ma mercantile.

Ai tempi di Reagan e del confronto con il Cremlino il gran bazar degli armamenti non veniva quasi mai tirato in causa. Ognuno spendeva, senza limiti, senza proteste, se non di qualche gruppuscolo pacifista qui e là nel mondo, e le politiche erano governate da diplomazie contrapposte che si alimentavano sullo schema di Yalta. Oggi sono gli armamenti a governare la bottega diplomatica, senza nemmeno più quel grado di trionfalismo occidentale e di senso di sollievo per la tenuta delle (nostre) democrazie, che avvolgeva, ovattava e offuscava l’impresa dei buoni.

Oggi sono gli armamenti a governare
la bottega diplomatica: non più al servizio,
ma al governo delle geopolitiche canaglia

Dall’Ottantanove in poi molto è cambiato, ma sicuramente non è stato disvelato e implementato quel nuovo ordine internazionale che i Bush sognavano sotto la bandiera a stelle e strisce, e che Giovanni Paolo II invece indicava, come fa oggi Papa Francesco, come esito di un cambio di paradigma nella globalizzazione, foriera di indifferenza e nuovi conflitti.

Ciò che non è mai cambiato è dunque il sogno dell’ enorme complesso militare-industriale, che alimentava sotto traccia la guerra fredda e che oggi ha fatto un salto di qualità, non più al servizio, ma al governo delle geopolitiche canaglia. In Estremo Oriente c’è una sfida che può farsi pericolosa con i mandarini cinesi, politici e imprenditori, che sfidano il capitalismo degli altri con un nuovo potere contrattuale, che ogni giorno acquista scaltrezza e fa impazzire di frustrazione il resto del mondo.

A qualcuno va sempre male
La precipitosa e ingloriosa fuga da Kabul degli Usa, che ha trascinato nella vergogna anche tutti gli alleati e la Nato, va in qualche modo sanata, almeno nell’immaginario. Ed ecco dunque la riposizione della dottrina Monroe all’alto capo del mondo, quell’Indo-Pacifico cortile di casa da sfoltire di ospiti, con contratti da firmare ed altri da stracciare.

Ragioni ce ne sono, con Pechino che svolazza attorno a Taiwan e con Biden, il diverso da Trump, che convoca alla Casa Bianca il vertice del Quad, quadrilatero della sicurezza di cui non si sentiva parlare da anni, formato da Usa, India, Giappone e Australia, per riportare tutti alla realtà e consolidare il già fiorente mercato degli armamenti, in cui ognuno può trovare interesse e qualche grande o piccolo affare da usare come strumento di politica estera.

Non c’è mai nessuno che litiga con gli altri per le nobili ragioni della pace e di un ordine internazionale diverso. Le lacrime francesi e italiane per sottomarini ordinati e respinti o per fregate tradite, perché soppiantate da vascelli di altre bandiere, si sono  asciugate appena nuove commesse si sono profilate all’orizzonte. Le crisi servono per alzare la posta, come al mercato, dove oggi va bene a me e domani a te. Mentre a qualcuno va sempre male, perché ha solo uno straccio addosso, la pancia vuota. E nemmeno un vecchio sottomarino arrugginito da vendere.