29 Settembre 2026

Genova città intera. Geranio. Polveriera

Dal 23 al 25 settembre, le YOUngCaritas di tutta Italia si sono ritrovate a Genova per gli YOUNGDAYS, l’appuntamento diventato ormai un classico a cui tutte sono chiamate a partecipare

Tutto è iniziato mercoledì sera con un aperitivo di accoglienza presso Quasi Casa, lo spazio di comunità nato nel cuore di Genova e progettato dai giovani di YOUngCaritas Genova. Un luogo pensato per rispondere alle solitudini e alle fragilità attraverso l’incontro, la prossimità e la costruzione di relazioni, ma anche per offrire ai giovani uno spazio da abitare e rendere vivo. Aperto alla città e gratuito, intreccia servizi, volontariato e attività culturali e sociali, affidando proprio ai giovani un ruolo da protagonisti nella cura della comunità e del territorio.

La battle di freestyle, organizzata insieme al rapper Tusco, ha aperto gli YOUNGDAYS di Genova insegnandoci fin da subito una cosa importante: ciascuno può trovare il proprio modo di essere cittadino e denunciare le ingiustizie sociali.

Genova sempre umana, presente, partigiana.

Il tema della cittadinanza attiva, nella mattinata di giovedì 24 settembre, ci è stato raccontato attraverso lo sguardo e l’esperienza di Raffaele Caruso, che nel 2001 era un giovane avvocato e che, trascinato da alcune amicizie, si ritrovò a stare al fianco dei manifestanti arrivati a Genova per far sentire la propria voce e portare nelle strade le proprie idee.

Con lui abbiamo ripercorso alcuni dei luoghi simbolo del G8 del 2001, in un itinerario nella memoria che ci ha permesso di interrogarci sul significato della partecipazione, sui diritti e sulla responsabilità di ciascuno nel prendersi cura della democrazia. Da Palazzo Ducale alle piazze attraversate dalle manifestazioni, Raffaele ci ha raccontato una città divisa tra zone rosse e gialle, segnata dalla paura e da una crescente polarizzazione, alimentata anche da una narrazione che tendeva a contrapporre manifestanti e forze dell’ordine.

Il suo racconto ci ha restituito soprattutto lo spirito di migliaia di persone, moltissime giovani, arrivate a Genova con il desiderio di partecipare e di immaginare un mondo diverso: «Voi siete G8, noi siamo 8 miliardi». Una parte molto ampia del movimento aveva scelto consapevolmente la nonviolenza: dalle mani dipinte di bianco della Rete Lilliput alla decisione di alcuni cortei di rinunciare a un proprio servizio d’ordine, affidandosi anche alla presenza visibile di avvocati e giornalisti come forma di tutela.

In questo clima, l’azione violenta dei Black Bloc contribuì a creare confusione e tensione nelle strade, mentre le cariche delle forze dell’ordine finirono in diversi momenti per coinvolgere anche manifestanti pacifici. Il racconto di Raffaele ci ha accompagnato proprio dentro questa complessità: una dinamica che contribuì a far precipitare la situazione e che segnò profondamente quelle giornate.

Passo dopo passo siamo arrivati anche alle pagine più drammatiche: gli scontri, la morte di Carlo Giuliani e le gravi violazioni dei diritti subite da alcune delle persone fermate. Camminare oggi negli stessi luoghi ci ha ricordato che cittadinanza attiva significa anche conoscere ciò che è accaduto, custodirne la memoria e continuare a interrogarsi sul proprio ruolo nella società. Dietro le immagini di violenza che hanno segnato il racconto del G8 c’era un enorme protagonismo giovanile, il desiderio di prendere parte al destino del mondo, quello che Raffaele ha definito un «desiderio di più cielo». Un desiderio che, venticinque anni dopo, può ancora interrogare i giovani di oggi.

Rientrando negli spazi di Quasi Casa abbiamo incontrato Cristina Lodi,  l’assessora al Welfare del Comune di Genova, che ci ha portato i suoi saluti e quelli della sindaca Silvia Salis. Le sue parole hanno riportato al centro il tema della cittadinanza attiva, a partire dal valore della prossimità: raggiungere le persone, ascoltarle e aiutarle a fare luce sui problemi e sui bisogni che vivono.

Nel pomeriggio, il laboratorio con Davide Vassena di Fondazione Carolina ha introdotto il tema della cittadinanza digitale aiutandoci a riflettere sul fatto che il digitale non sia più solo uno strumento, ma un ambiente in cui viviamo e un interlocutore con cui costruiamo relazioni, e che ci cambia senza che ce ne accorgiamo. Proprio per questo, la tecnologia deve essere un ponte verso l’altro e non il fine, per costruire il “Noi” in una società in cui l’Io è sempre più al centro.

In contemporanea i referenti delle YOUngCaritas diocesane hanno partecipato alla presentazione del nuovo toolkit.

Genova viva e diletta, salino, orto, spalletta.

Il tema della partecipazione è tornato nel dialogo con Caterina Manicardi, ricercatrice all’Università di Parma e membro del Forum Disuguaglianze e Diversità, e Pietro Mensi, fondatore di Futurevox, a partire da una domanda: quali possibilità hanno oggi i giovani di incidere davvero sulla realtà? In un Paese in cui i giovani sono sempre meno e faticano a trovare rappresentanza anche nei luoghi decisionali, dedicare tempo alla politica, intesa come partecipazione alla cosa pubblica, e all’attivismo può diventare quasi un lusso.

Da sinistra Pietro Mensi, Luca Servidati e Caterina Manicardi

Da qui una riflessione condivisa sulla necessità di «squarciare il velo» dell’immobilismo sociale e tornare a credere che le condizioni esistenti possano essere cambiate. Come ha sottolineato Mensi, le persone si attivano quando sentono di avere un potere reale, quando percepiscono che il proprio impegno può produrre un cambiamento. La sfida diventa allora non soltanto chiedere ai giovani di partecipare, ma creare le condizioni perché possano riconoscere nella partecipazione una possibilità concreta di incidere sulla realtà.

I lavori della mattinata del 25 settembre, sono stati aperti dalla preghiera in Cattedrale con l’Arcivescovo metropolita di Genova, Mons. Tasca.

Cattedrale di San Lorenzo, foto di tutti gli YOUng con Mons. Tasca, arcivescovo di Genova

A seguire, la testimonianza dei giovani di Music For Peace che ha mostrato una concezione concreta della solidarietà, fondata sul coinvolgimento diretto dei cittadini. Attraverso la raccolta di beni di prima necessità e la loro distribuzione alle popolazioni che ne hanno bisogno, ciascuno può diventare protagonista dell’aiuto. Al centro, l’idea che parlare di pace e diritti umani significhi anche tradurli in gesti concreti. Un invito rivolto soprattutto ai giovani a non restare spettatori, ma a informarsi, partecipare e trasformare anche un piccolo gesto in un aiuto reale.

I partecipanti si sono poi divisi in tre gruppi di lavoro con focus differenti: emergenze, Forum Diversità e Disuguaglianze e Sostenibilità, tematiche che in questo momento trovano un filo rosso nelle YOUngCaritas Diocesane.

Il filo rosso che ha accomunato questi tre laboratori è stato l’azione di advocacy che noi giovani siamo chiamati a svolgere nei nostri territori: raccogliere le istanze di chi ha meno possibilità di farsi ascoltare e portarle all’attenzione delle istituzioni e di chi ha le risorse per intervenire in modo strutturale.

L’équipe YOUngCaritas al completo

Questi tre giorni di formazione e incontro si sono conclusi con i saluti di Don Marco Pagniello, Direttore di Caritas Italiana che ci ha ricordato che noi giovani siamo chiamati a portare vita, a replicare momenti come questi nelle nostre diocesi perché la nostra voce possa essere ascolta e perché attraverso le nostre azioni possiamo donare la nostra vita agli Altri.

Genova sempre nuova. Vita che si ritrova

Litania di Giorgio Caproni