19 Novembre 2021

Domani green? Affare geopolitico

Il Papa l’aveva detto: serve un nuovo schema di cooperazione tra Stati, se si vuole salvare il pianeta. Ma a Glasgow si è sperimentato l’impasse

Non è solo una questione “verde”. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile, indicati ancora una volta (e sempre più faticosamente) all’ultima Cop numero 26, a Glasgow, saranno centrati se i governi e le organizzazioni internazionali li svuoteranno della retorica sulla globalizzazione e imposteranno una nuova narrazione geopolitica della cooperazione multilivello.

Il Green new deal sarà un successo, o non lo sarà, se cambiano, oppure se permangono, i paradigmi tradizionali del confronto e dello scontro. Insomma, tutto dipende da comportamenti e azioni modellate, come ha detto Jorge Mario Bergoglio agli scienziati riuniti in Vaticano pochi giorni prima dell’appuntamento di Glasgow, parlando di un nuovo sistema di «interdipendenza» e di «corresponsabilità» che riesca a contrastare i «semi dei conflitti». È il mondo di ieri che deve cambiare, ma il mondo che verrà ancora non ha un perimetro, perché le relazioni internazionali oggi sono al minimo storico dalla caduta del Muro di Berlino, spartiacque che finora non ha mostrato tutta la sua virtuosità.

Un accordo al ribasso
Il Papa, come sempre meglio e prima tutti, ha indicato il cambio di prospettiva e di processo, ribadendo la prospettiva del multilateralismo, senza la quale non si esce dalla crisi, rafforzata dalla pandemia, né si superano le nuove barriere, le frontiere, le trincee, i muri. Il rischio è la competizione generalizzata, con nuovi contrasti tra chi è più verde. Un New deal più green, insomma, potrebbe non essere la soluzione, e riproporre lo scontro tra inediti populismi e nazionalismi.

Mettere d’accordo 190 paesi non è facile. Eppure
a Glasgow di più non si poteva fare, perché è
un problema di innovazione nei rapporti geopolitici

A Glasgow si è sperimentato l’impasse, perché mettere d’accordo 190 paesi non è facile, e fatalmente il comunicato finale, con molte meravigliose parole, è risultato un accordo al ribasso. Eppure di più non si poteva fare, perché appunto è una questione di innovazione nei rapporti geopolitici. Ci sono l’Europa e i paesi occidentali atlantici, per i quali una sorta di “Nato climatica” non sarebbe poi difficile da imbastire, ma poi c’è tutto il resto. E soprattutto quell’Asia cinese e indo-pacifica dove tutto è più complicato.

In questa regione, ecologie e geopolitiche sono più strettamente legate. E in gioco c’è il futuro della politica mondiale, non solo quello della riduzione delle emissioni. Per capire basta dare un occhiata alla classifica delle città più inquinate del mondo. Nei primi 13 posti vi sono città dell’Asia, maglia rosa – ma sarebbe meglio dire nera… – a New Delhi. La prima europea è al numero 14: Wroclaw, in Polonia.

È chiaro allora che la fine del consumo di carbone non è solo un desiderio romantico, ma è un affare politico ed economico, che solo con un serio discernimento su una diversa regolamentazione degli affari e delle politiche energetiche si può affrontare. Per ora c’è il veto dell’India e tutto è rimandato oltre la metà del secolo. Tuttavia il fatto che il grande continente indiano, con l’appoggio della Cina, cioè quasi mezzo mondo, abbia puntato i piedi può essere stato positivo, perché ha riaperto molti occhi che si stavano chiudendo nell’enfasi del successo sognato.

Asia, terreno insidioso
Certo è che il guaio è circolare. Un ambiente allo sfascio significa mettere a rischio la sicurezza alimentare e far schizzare ancora più in alto i dati delle migrazioni, prima causa dei conflitti. Oggi sono 30 i paesi del mondo a rischio, sul fronte della sicurezza alimentare: un miliardo e mezzo di persone. Il Papa lo aveva detto preventivamente, quando ha parlato di «semi dei conflitti». Allora, per tornare all’esito della Conferenza di Glasgow, per prima cosa occorre superare molti luoghi comuni, occuparsi di giustizia e sbaragliare la stupidità informativa e geopolitica.

Il guaio è circolare. Un ambiente allo sfascio mette
a rischio la sicurezza alimentare e fa schizzare più
in alto i dati delle migrazioni, prima causa dei conflitti

Il terreno di gioco più insidioso, come detto, si trova in Asia, dove cruciale appare il confronto con la Cina, convitato non solo di pietra nella gestione di tutti i dossier, prima cattivissimo produttore di CO2, ora in prima linea nella promozione di politiche ambientaliste, con il 70% della produzione mondiale di batterie per auto elettriche e il dominio del mercato dei pannelli solari. La Cina produce ciò di cui il mondo ha bisogno per diventare più green, ma continua a farlo con le centrali a carbone, che non intende chiudere.

Non è un paradosso. È politica, visione strategica, ancorché poco virtuosa, delle relazioni tra ambiente e interessi nazionali. Lo stesso ragionamento vale per l’India, che sul carbone è riuscita a stravolgere la carte sul tavolo di Glasgow con il cambio di un piccolo aggettivo (da “out” a “down”): cioè dalla “eliminazione” alla “riduzione” delle fonti fossili, che è come dire orecchie da mercante e promesse da marinaio. Il nodo da scogliere resta l’ecosistema nella sua complessità, e non solo l’organizzazione di filiere più sostenibili.