13 Ottobre 2021

Elio: «Ci vuole orecchio. E cuore»

Elio racconta perché ha scelto di dedicare uno spettacolo a Jannacci. E parla di poveri, autismo, solidarietà internazionale

Sarà forse per via del fatto che suo padre – che era stato a scuola con l’artista – gli faceva ascoltare ogni novità che uscisse, firmata da Enzo Jannacci. Così il ragazzo cominciò presto ad adorarlo. Nasce da questo amore antico lo spettacolo che oggi Stefano Belisari, in arte Elio, ormai senza più le Storie Tese, dedica al poeta e saltimbanco milanese, scomparso quasi 9 anni fa. Ci vuole orecchio: sul palco, da giugno, Elio si esibisce insieme a cinque musicisti, mentre la regia è di Giorgio Gallione, gli arrangiamenti musicali di Paolo Silvestri.

Quale anima hai portato sul palco fra quelle di Jannacci?
Difficile dirlo, perché sono tutte belle. Ma certamente più vicina a me è quella surreale, ironica, folle. Anche se di lui io ho sempre amato anche l’altra, l’anima più malinconica, poetica, e l’ho sempre ammirato molto per la sua attenzione ai più infelici della società. Lui diceva di essere un saltimbanco, e in effetti con Giorgio Gallione abbiamo scritto uno spettacolo un po’ circo un po’ teatro. Con l’orecchio a quello che diceva lui: «Chi non ride non è una persona seria».

Chi sono gli ultimi che oggi avrebbe amato il poeta?
Temo sempre gli stessi – i barboni, le prostitute, i carcerati –, perché sono cambiate tante cose dai tempi di Enzo Jannacci, ma quelle cose lì non cambiano, purtroppo. Anzi, rispetto a quando ero piccolo, oggi vedo molte più persone che dormono in strada, per esempio. Persone che non hanno una casa, costrette ad arrangiarsi. Nella mia Milano, ma anche a Roma, dove spesso lavoro, e in tutte le città del mondo, in realtà, la povertà è aumentata.

Recentemente hai detto in tv, a Propaganda Live, che l’autismo non interessa a nessuno. Dopo, ti ha invitato la ministra per la disabilità, Erika Stefani. Sei andato?
No, non serve andare a parlare, noi famiglie che ci misuriamo ogni giorno con l’autismo abbiamo bisogno di cose concrete. Non sono in polemica con la ministra, l’ho ringraziata. Ma occorrono azioni. L’autismo, in particolare, è un problema su cui si può fare molto attraverso le terapie, ma non viene fatto. Per questo, a un certo punto della mia vita ho deciso di espormi. Personalmente, il problema l’ho affrontato con i mezzi a disposizione e oggi va decisamente meglio di dieci anni fa, con mio figlio. Ma ho imparato in questi anni che per uno che migliora, ce ne sono altri cento che stanno malissimo. E molte famiglie non hanno i mezzi per accedere alle terapie. Non è accettabile in un paese come il nostro. Io, insieme ad altri genitori, sto tentando di far conoscere il problema, perché la visibilità è l’unica via per convincere lo Stato a cambiare le cose. Chi ha un tumore si può curare nelle strutture pubbliche. Ecco, la stessa cosa dev’essere per l’autismo: si deve arrivare a un protocollo di interventi pubblici, con cure efficaci. E ci sono. Anche perché l’autismo è in crescita, in Italia sono 600 mila le persone con sindrome autistica. I dati ci dicono che insorge un caso di autismo ogni 70 nuovi nati. È tantissimo. E la tendenza, dicono gli scienziati è in crescita. Occorre un cambio di direzione, a meno che non si pensi di rinchiuderli tutti, come facciamo oggi, con costi altissimi per tutta la società. Anche perché le persone autistiche hanno potenzialità enormi…

A chi si misura con l’autismo servono risposte concrete.
Per uno che migliora, altri cento stanno malissimo.
E molte famiglie non riescono ad accedere alle terapie

Tu sei stato vicino a Gino e Teresa Strada. Come facciamo a dare valore alla loro eredità?
Mi ha piacevolmente sorpreso la grande quantità di persone che sono rimaste colpite e sinceramente addolorate per la morte di Gino Strada. Secondo me ci lasciano come eredità il loro esempio. Sono stati la prova che non è vero che non si può fare niente. L’atteggiamento di molti di noi di fronte alle ingiustizie è «poverini, ma io cosa potrei fare?». E si continua quello che si stava facendo. Invece qualcosa si può fare. Certo, non si pretende che tutti noi si faccia ciò che facevano loro. Ma già solo aderire ad Emergency o ad organizzazioni come quella, e smetterla di criminalizzarle, sarebbe molto secondo me. Ci sono vari gradi per dare seguito al loro lavoro. Si può fare qualcosa anche da casa propria. Qualcosa di concreto.