12 Novembre 2021

Giulia Caminito: «Gaia non sa come risalire»

La vincitrice del premio Campiello racconta la rabbia di chi cade dalla precarietà nell’emergenza. Vittime della società della competizione


L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani) di Giulia Caminito, classe 1988, ha vinto il premio Campiello, dopo essere stato fra i finalisti allo Strega.

È stata un’estate di successi, per un romanzo a due voci femminili – madre e figlia – che incarnano in modo spietato la rabbia dei tanti che si sentono dimenticati ai margini della società e dell’economia. Giulia Caminito ha interpretato il desiderio rancoroso degli scartati: vivere come quelli a cui è permesso desiderare cose, per diventare qualcosa.

La protagonista del romanzo, Gaia, percepisce la sua povertà come una condizione di inferiorità. Ma è davvero Gaia la grande sconfitta?
Speravo, con il romanzo, di raccontare una doppia sconfitta: quella individuale e insieme quella collettiva. Gaia vuole poter desiderare quello che anche gli altri desiderano, entrare nella competizione, perché la competizione sembra l’unica strada percorribile per l’accettazione di gruppo. Il mondo però corre veloce e butta a terra: è la nostra società iperconsumistica, una gara al possesso e all’accesso che non si ferma mai. Perché tutto passa, sparisce, e vale meno, nel giro di un istante.

Gaia non si ribella all’assetto della società. Ne vuole fare disperatamente parte. Nei ragazzi e nelle ragazze, oggi, intravedi la voglia di cambiare il mondo, o di adeguarsi?
I ragazzi e le ragazze del 2021 sono diversi dalla ragazza che sono stata e da Gaia, non penso di riuscire a interpretarli così bene. Posso solo dire di averne incontrati parecchi facendo presentazioni e progetti dentro e con le scuole e li ho sempre visti molto interessati a prendere parola, a discutere, a non venire banalizzati, anche su temi politici e sociali.

Personaggio potente del romanzo è Antonia, la madre. Capace di passare su tutto e tutti come un carro armato, se ritiene giusta una battaglia. Come nasce?
Nasce da una vita vera, dal racconto di una donna che mi ha spiegato le tappe della sua lotta per l’assegnazione di una casa popolare. Su di lei ho costruito il carattere di Antonia, che ha suscitato sentimenti ambivalenti, ad alcuni è piaciuta pur nelle sue storture, ad altri è risultata terribile, forse perché ricalca una mentalità più antica di lei, forse perché è fuori sincrono rispetto ai tempi che corrono e perché la sua cura da madre passa anche dalla ferocia.

Il populismo e i nazionalismi che vediamo crescere da noi e in molte parti d’Europa, quanto sono alimentate dalla rabbia di sentirsi esclusi che prova la tua protagonista?
La sensazione di sentirsi inascoltati e invisibili credo possa generare un senso di esclusione e quindi una permeabilità agli slogan facili, alla politica che si rivolge alle paure e ai privilegi dei singoli in maniera diretta e ovvia, invece di provare a costruire uno spazio collettivo inclusivo, complesso, variegato. I prossimi anni ho paura che saranno durissimi, le diseguaglianze nel periodo pandemico sono cresciute e si faranno sentire. Con la storia della famiglia di Gaia volevo cercare di raccontare la condizione di molte famiglie che in breve tempo, per un incidente, per un licenziamento, per un problema inatteso, si trovano catapultate da uno stato di precaria difficoltà a uno stato di emergenza. Tanti ora si trovano in questa condizione, e non sanno come risalire.