21 Dicembre 2021

Falsi equilibri, che scatenano guerre

Vent’anni di rapporti Caritas sui conflitti dimenticati. Una lezione, confermata dalla settima ricerca: c'è un legame costante tra povertà e violenze


Due decadi di analisi e indagini. Cominciate all’insegna di una categoria (i conflitti “dimenticati”) che continua a far da cornice orientativa a un importante sforzo di analisi, ricerca (anche demoscopica), approfondimento, documentazione.

Perché a Caritas Italiana, da vent’anni, interessa studiare le guerre e promuovere consapevolezza pubblica, dentro e fuori la comunità ecclesiale, attorno a un argomento ostico, crudo, scivoloso, apparentemente lontano dai drammi sociali con cui il nostro paese e un numero sempre crescente di nostri concittadini devono misurarsi? Semplice. Perché occuparsi di povertà in modo non assistenzialistico o miope, significa chiedersi anche quali sono le cause della povertà e le interconnessioni con altri fenomeni. Oggi fame e povertà aumentano, e non cessano di giungere (anche a Caritas Italiana) richieste da ogni parte del mondo. Il legame più stretto e ricorrente è proprio quello tra povertà e guerra, tra miseria e violenza armata. Ce lo testimoniano i poveri e le Caritas locali che si prendono cura di loro.

Anche nel nostro paese registriamo crescenti diseguaglianze e disagio sociale. Lo stesso in Europa, dove non si dibatte solo di gestione della pandemia, ma anche di geopolitica e di flussi migratori che sono specchio di problemi globali. Una carità autentica deve essere aperta al mondo, considerare l’unica famiglia umana come composta da “Fratelli tutti”, essere attenta alle difficoltà di “tutti gli uomini e di tutto l’uomo”. Le ricerche sui conflitti dimenticati, oltre a studiare radici ed evoluzione dei conflitti, esaminano come si affrontano tali questioni a livello di media e di opinione pubblica, nella consapevolezza che anche la solidarietà parte dalla conoscenza della realtà. Conoscere per amare: se ciò non accade, il vuoto è enorme. Il silenzio assordante.

Una relazione circolare
Da questo lungo e tenace percorso di indagine, abbiamo in effetti tratto alcune significative lezioni. Il bilancio di conoscenze e di conseguenti sollecitazioni all’azione, per chi ha a cuore la pace, inizia dalla constatazione che non è sufficiente analizzare i fenomeni, ma occorre anche fare proposte a ogni livello, dagli stili di vita personali e familiari fino all’agenda della società civile e della politica. In questi vent’anni di ricerche, il primo e costante elemento emerso – occorre ribadirlo – è il legame tra povertà e violenza. Ecco perché le prime proposte sono andate nella direzione di una lotta diffusa contro la povertà e l’esclusione sociale, come prospettiva per costruire la coesione sociale e prevenire tensioni che possano condurre a violenze su larga scala, a livello nazionale, europeo e internazionale.

Il rapporto tra povertà e conflitti è circolare.
Le diseguaglianze, percepite come forme di iniquità,
favoriscono violenze sempre più letali

Il rapporto tra povertà e conflitti, peraltro, è circolare. In effetti le diseguaglianze, in molti contesti, unite ad altri fattori, nel momento in cui vengono percepite come forme di grave ingiustizia e iniquità, soprattutto tra gruppi e regioni all’interno di una stessa nazione, generano l’humus favorevole all’insorgere di conflitti sempre più estesi e letali.

Un altro elemento da non sottovalutare è il degrado ambientale: l’emergenza climatica diventa sempre più spesso causa di povertà (in Italia e nel mondo), di migrazioni (i cosiddetti “profughi ambientali”) e in ultima analisi di veri e propri conflitti ambientali. Ecco perché azioni individuali e politiche di contrasto a tali fenomeni non sono solo un modo per prendersi cura del creato, di per sé dono di Dio, ma anche delle creature, per lottare contro povertà e guerre, anche per le future generazioni. E pure questa è una forma di carità aperta al mondo.

Percorso in sette tappe
Le ricerche sui conflitti dimenticati succedutesi in vent’anni hanno esaminato diversi dettagli di questo discorso generale. All’inizio di dicembre è stato pubblicato il settimo rapporto di ricerca della serie, intitolato Falsi equilibri. Il percorso era cominciato nel 2003 con I conflitti dimenticati e poi nel 2005 con Guerre alla finestra, che si erano concentrati, oltre che sulla consapevolezza dell’opinione pubblica riguardo al tema delle guerre, anche sulle conseguenze sociali ed economiche dei conflitti armati. Negli anni a seguire, Nell’occhio del ciclone ha analizzato la correlazione tra guerre e degrado ambientale, Mercati di guerra ha scandagliato il legame tra speculazioni finanziarie, povertà e conflittualità (dopo le crisi del 2007 e del 2011), mentre Cibo di guerra, in occasione dell’Expo di Milano del 2015, si è concentrato sulla fame come causa e conseguenza dei conflitti. Il peso delle armi aveva infine approfondito la connessione, non solo strumentale, ma anche causale, tra mercato dei vecchi e nuovi armamenti e violenze organizzate che insanguinano il pianeta.

Ora Falsi equilibri esamina in particolare le correlazioni tra il quadro geopolitico contemporaneo e due fenomeni: la pandemia e le diseguaglianze.

Impatto del Covid non uniforme
Il rapporto evidenzia come il Covid-19 abbia provocato un impatto su tensioni e conflitti internazionali non uniforme, né univoco. La pandemia non ha di per sé prodotto nuovi fronti di guerra; anzi, in alcuni contesti, per fronteggiare l’emergenza sanitaria, sono stati stabiliti cessate il fuoco temporanei, mentre in altre aree del mondo i vari lockdown sono stati strumentalmente utilizzati per limitare le libertà democratiche e bloccare le manifestazioni politiche delle opposizioni. Col passare dei mesi, in alcuni contesti le formazioni ribelli hanno approfittato delle difficoltà causate ai governi della gestione della pandemia per reclutare nuove forze e preparare nuove offensive. In altri paesi gli eventi di piazza, organizzati per protestare contro le politiche di contenimento del contagio decise dai governi, hanno generato movimenti sempre più violenti. Secondo varie fonti, nel 2020 la democrazia si è trovata “in recessione” a tutte le latitudini, tendenza che ha interessato, in varie forme, ben il 70% dei paesi del mondo.

Il Covid-19 ha avuto un impatto non univoco. In alcuni
casi, sono stati stabiliti cessate il fuoco temporanei.
In altri, i lockdown hanno limitato le libertà civili

Certamente il 2020 è stato un anno spartiacque, anche sul versante delle relazioni internazionali, la cui trasformazione non è ancora chiaro quale direzione abbia assunto. Una cosa però è certa: davanti al Covid-19 non siamo tutti uguali. Le diseguaglianze (secondo elemento affrontato dal recente rapporto) sono aumentate sia nei Paesi ricchi, sia in quelli poveri (o, per meglio dire, impoveriti). Diseguaglianze economiche, di genere, educative, etniche hanno caratterizzato le dinamiche di risposta, o mancata risposta, ai problemi generati dalla pandemia stessa, anche senza parlare del fenomeno definito “apartheid vaccinale” sia tra paesi, sia all’interno di alcune nazioni. Altri fenomeni già in atto, come l’impoverimento della classe media (in declino nell’area euro-americana, in ascesa invece in Cina), la disintermediazione della comunicazione e la polarizzazione politica sembrano essersi ulteriormente rafforzati.

Guerre civili raddoppiate
È un’evidenza empirica, suffragata da diversi studi – e l’esperienza della rete Caritas nel mondo lo denuncia da decenni –, che la presenza di forti diseguaglianze all’interno di una società sia causa di risentimento e di un profondo senso di ingiustizia, sentimenti che spesso scatenano conflitti armati. Negli ultimi vent’anni, in effetti il numero delle guerre civili è più che raddoppiato. Parimenti, il numero dei gruppi ribelli nel mondo è in costante aumento, anche perché quelli esistenti tendono a dividersi e a creare nuove organizzazioni che si fronteggiano tra loro.

Un’anziana sfollata ai tempi della ultradecennale guerra civile in Sri Lanka


Il fatto che i conflitti armati siano segnati dal contesto in cui emergono è intuitivo. Allo stesso modo, il proliferare di gruppi belligeranti è legato all’accesso alle risorse da predare. La correlazione di fondo, il legame profondo, è tra povertà, sottosviluppo e diseguaglianze, che sono tra le principali cause dei conflitti armati, sia a livello locale sia internazionale. Diversi studi hanno evidenziato come le disparità di accesso alle risorse naturali – acqua, idrocarburi, minerali, preziosi – possano influenzare, e di fatto provocare, l’insorgere e lo sviluppo di guerre.

Impennata delle emergenze umanitarie
Passando al quadro più specificamente umanitario, si rileva che violenza e povertà continuano a crescere intrecciate. Tanto che a fine 2020, nel mondo, ben 235 milioni di persone necessitavano di aiuti umanitari. Un valore che segna un balzo del 40% rispetto all’anno precedente, impennata in un trend crescente nel corso degli ultimi anni. Gran parte di questa crescita repentina è dovuta alle conseguenze del Covid-19, le quali, tuttavia, si sono unite ad altri shock (effetti del cambiamento climatico, fame, carestie) e, non da ultimo, la rinnovata crescita di conflitti violenti. Nazioni Unite e organizzazioni partner, inclusi governi nazionali e Unione europea, hanno peraltro dichiarato di non poter raggiungere più di 160 milioni di persone in 56 paesi: il gap tra bisogni e risorse non riuscirà verosimilmente a essere colmato, ma risulta addirittura ampliato.

Donne irachene in un campo profughi. I rifugiati nel mondo sono saliti nel 2020 a ben 235 milioni di persone


La causa principale di tale estesissima e drammatica area di bisogno sono le 21 guerre che si combattono nel mondo. Un numero in costante crescita, anche perché le guerre in corso sono cicliche, infinite, come già evidenziato nelle ricerche precedenti. Oggi le crisi umanitarie durano in media 9 anni, con una tendenza al prolungamento. Di conseguenza il numero di sfollati e rifugiati non cessa di conoscere nuovi terribili record, essendo giunto a quota 82,4 milioni di persone.

Diseguaglianze orizzontali
Un elemento specifico evidenziato da Falsi equilibri riguarda il fatto che nei paesi ove si sperimentano diseguaglianze verticali più aspre tra ricchi e poveri non si registrano necessariamente conflitti maggiori rispetto ai paesi con minori diseguaglianze tra individui. Questa tendenza si inverte nel momento in cui le diseguaglianze diventano maggiori tra gruppi di individui ben identificati da altri fattori unificanti: identità regionali, linguistiche, di religione o etniche.

Quando si misurano le disuguaglianze, normalmente, si fa quasi sempre riferimento al noto Indice di Gini, creato per misurare i livelli di disuguaglianza tra individui. Diventa però sempre più interessante misurare le cosiddette HI – Horizontal Inequalities (Disuguaglianze orizzontali) –, ovvero le diseguaglianze tra gruppi di individui, che possono portare a condizioni di vita molto diverse, in termini economici, di status sociale e di potere politico.

La situazione diventa ancora più problematica nel momento in cui una specifica affiliazione etnica o religiosa determina un accesso sbilanciato ai beni materiali, sociali o economici (disuguaglianza di opportunità). Questa concatenazione di fattori, unita all’identità del gruppo stesso, che acquisisce forza al suo interno, può essere all’origine di molti conflitti.

Sistema degli aiuti da riformare
Il Summit mondiale umanitario delle Nazioni Unite (Whs – World Humanitarian Summit), svoltosi a Istanbul nel 2016, aveva sollevato il bisogno di ripensare completamente il sistema degli aiuti umanitari, in modo che potesse essere il più universale, robusto e “responsabile” possibile, a fronte dei sempre più diffusi bisogni su scala globale e del numero crescente di crisi umanitarie.

Da tempo il gap tra bisogni e finanziamenti aveva iniziato ad ampliarsi in maniera costante; un approccio coordinato, deciso e multilaterale da tempo appare come più che necessario.

Il “testamento” del summit è quello che tutti gli operatori umanitari conoscono come The Grand Bargain – Agenda for Humanity, un accordo in virtù del quale i firmatari si impegnano sia ad aumentare i mezzi messi a disposizione delle persone e delle comunità colpite dalle emergenze, sia, più in generale, a migliorare efficienza ed efficacia dell’azione umanitaria. Questa serie di buoni propositi ha molto a che vedere con la lotta alle diseguaglianze e cerca di porre al centro le esigenze dei destinatari degli aiuti.

Ma l’Unione europea ha ammesso – a distanza di 5 anni – che, nonostante l’intento lodevole di convogliare più risorse a favore delle organizzazioni locali, il cambiamento si è scontrato fino a oggi con i regolamenti interni e legali di gran parte dei donatori, non particolarmente incentivati a promuovere una riforma radicale del sistema degli aiuti, che sottrarrebbe loro risorse e una quota di potere decisionale. Viceversa, politiche inclusive e coordinate, che pongano al centro le organizzazioni e le comunità locali, riuscirebbero a sfruttare meglio le risorse e le capacità esistenti, in quanto appropriate ai contesti di riferimento, sia dal punto di vista ambientale che culturale.

Nonostante gli accordi per convogliare più risorse
agli aiuti umanitari, il cambiamento si è scontrato
con i regolamenti interni di gran parte dei donatori

La pandemia da Covid-19 ha dunque agito da cartina tornasole rispetto allo scenario delle diseguaglianze, mettendo in evidenza e, spesso, ampliando preesistenti diseguaglianze tra gruppi, sia nel Nord che nel Sud del mondo. Tuttavia, tale effetto amplificatore è stato avvertito su ancor più ampia scala nei contesti già teatro di emergenze umanitarie.

La pandemia universale ha infatti richiesto la mobilitazione di risorse straordinarie per la ricostruzione delle economie nazionali. Diversi paesi, tra cui quelli dell’Unione europea, hanno presentato piani di ricostruzione molto ambiziosi e costosi, che però tralasciano completamente gli impegni presi per la cooperazione internazionale e gli aiuti umanitari, nonostante questo tipo di interventi goda tutt’ora, in linea teorica, di un ampio sostegno da parte dei cittadini europei.

Fiori su mitragliatori in Somalia. Ma è uno dei conflitti “infiniti”

C’è bisogno di politiche positive
Falsi equilibri introduce infine un’analisi sull’uso della forza nel diritto internazionale. Nel corso degli ultimi decenni, grazie all’adozione di numerose risoluzioni riguardanti i diritti umani, si è andata affermando l’idea che la pace non si riferisca solo alla mera assenza di conflitti, ma anche alla presenza di eguaglianza e giustizia sociale, le quali rivestono un ruolo determinante nella prevenzione dei conflitti.

L’idea di “pace positiva” evidenzia come sia necessario, al fine di prevenire i conflitti, combattere le diseguaglianze e promuovere la giustizia sociale ed economica. Molte nazioni si reggono però su una stabilità apparente, i “falsi equilibri” che danno il titolo al rapporto e nascondono crescenti diseguaglianze, che se non gestite con adeguate politiche arrivano a minare la coesione sociale.

Lotta alla povertà, riequilibrio delle diseguaglianze, diversificazioni delle fonti di reddito, governance della finanza: rispetto a ogni elemento di squilibrio è possibili delineare politiche positive, che vadano a sminare il terreno delle violenze. Esperienze e testimonianze, soprattutto a livello locale, dall’America Latina, all’Asia, all’Africa, raccolte nella terza parte della pubblicazione, offrono spunti e azioni concrete per la costruzione di una pace basata sullo sviluppo. Non sono utopie, ma percorsi possibili.

Aggiornato il 22/12/21 alle ore 11:54