16 Marzo 2026

Luci spente sul mercato delle armi

Dopo l’approvazione al Senato, in discussione alla Camera il DDL di iniziativa governativa per la modifica della legge 185/90, la normativa italiana sull’esportazione ed importazione del materiale bellico.

La legge 185/90 disciplina l’importazione e l’esportazione dei materiali di armamento, e vieta la vendita di armi a Paesi in guerra, responsabili di violazioni dei diritti umani o i cui governi sono sottoposti a embargo. Non è una norma neutrale o puramente amministrativa: si tratta di una delle normative più avanzate in Europa sul commercio di armamenti, con un impianto costruito attorno a tre pilastri fondamentali. Il primo è un principio etico-giuridico che vieta l’esportazione verso Stati in guerra o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.  Il secondo prevede un forte controllo parlamentare attraverso una Relazione annuale dettagliata. Il terzo, particolarmente innovativo, riguarda il controllo sulle cosiddette “banche armate”: la legge prevede infatti la pubblicazione dell’elenco degli istituti di credito coinvolti nel finanziamento dell’export militare, estendendo la responsabilità dal piano politico a quello finanziario. 

Le organizzazioni promotrici della campagna “Basta favori ai mercanti di armi hanno espresso forte preoccupazione per la riapertura del dibattito parlamentare sul Disegno di Legge governativo di modifica della 185/90. Questa preoccupazione non deriva da una valutazione ideologica, ma scaturisce dal fatto che le modifiche proposte non rappresenterebbero un semplice aggiornamento tecnico: rischierebbero infatti di incidere sull’impianto originario della norma, riducendo il livello di controllo trasparenza che ne costituisce l’elemento qualificante.  

+157% di export militare e il governo vuole meno trasparenza

La proposta di revisione della legge si inserisce in un contesto internazionale profondamente cambiato. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha aumentato in modo significativo la spesa per la difesa, soprattutto a seguito della guerra in Ucraina, e il mercato globale degli armamenti è entrato in una fase di forte espansione. Il Governo ha presentato la modifica della legge con l’obiettivo dichiarato di semplificare il sistema autorizzativo e favorire la competitività dell’industria italiana nel mercato internazionale della difesa. 

Alcuni dati però mostrano come l’industria militare italiana abbia già registrato una crescita significativa negli ultimi anni. Secondo il Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), l’Italia è oggi il sesto Paese al mondo per export di armamenti, con un aumento delle vendite del 157% tra il periodo 2016 -2020 e il 2021-2025. Le principali destinazioni dell’export militare italiano si collocano soprattutto fuori dall’Europa: il 59% delle esportazioni è diretto verso il Medio Oriente – in particolare Qatar e Kuwait -mentre il 16% verso Asia e Oceania. Solo il 13% resta nel continente europeo. 

Allo stesso tempo, la distribuzione geografica delle esportazioni solleva alcune riflessioni: una quota molto limitata dell’export militare italiano rimane in Europa, mentre la parte più consistente è diretta verso altre regioni del mondo, in particolare Medio Oriente e Asia. 

 Con questi presupposti, indebolire i meccanismi di autorizzazione e ridurre la trasparenza – anche in ambito finanziario – potrebbe ampliare progressivamente le cosiddette “zone grigie” del commercio di armamenti. In un contesto in cui l’export italiano è già fortemente orientato verso Paesi extra-europei, ridurre i livelli di trasparenza renderebbe più difficile monitorare l’evoluzione di questo mercato. 

Il punto, dunque, non è solo l’export, ma la trasparenza. La norma non ha fermato il commercio di armamenti né ha sempre impedito esportazioni problematiche, ma ha introdotto un principio fondamentale: sottoporre questo settore a trasparenza e controllo democratico. Indebolirla significherebbe rendere più opachi i flussi di denaro collegati alla vendita di armamenti e limitare la possibilità di monitorare interessi economici che operano in un settore direttamente connesso ai conflitti internazionali. 

In questo senso, la richiesta avanzata dalla Rete Italiana Pace e Disarmo non è quella di bloccare ogni revisione normativa, ma di preservare gli strumenti di trasparenza e di accountability che hanno finora distinto l’impianto della legge, con l’obiettivo di riaffermare un principio importante: il commercio di armamenti, proprio per le sue implicazioni etiche e internazionali, deve restare sottoposto al più ampio controllo democratico possibile. 

Aggiornato il 16/03/26 alle ore 15:38