Memoria fredda
Foto credits: ANSA | EPA/Zsolt Czegledi HUNGARY OUT
A guardare la mappa dell’Ucraina, in basso a sinistra c’è un posto che si chiama Moldavia e non ha accesso al mare e non ha neanche le montagne; ci sono molte colline e un fiume enorme la attraversa dall’alto in basso e la sfiletta come una sogliola.
Il Dnistro nasce in Ucraina e sfocia nel Mar Nero vicino ad Odessa, ed è uno dei quattro fiumi che circoscrive questa regione di mondo, assieme al Danubio più ad Ovest, e al Dnipro e al Don più ad Est, e poi c’è solo la frontiera estrema del Caucaso. Coerentemente, tutti questi nomi derivano dal Sarmata Danu, che vuol dire appunto fiume. I sarmati non hanno fatto molto, a parte scomparire fra le legioni romane duemila anni fa, sparpagliare tombe a tumulo nella steppa e dare in nomi alle cose che fluiscono e che vanno veloci, come loro, che pare si muovessero sempre a cavallo e nascessero e morissero sui carri. Solo queste cose veloci conservano la memoria della loro lingua, della quale, altrimenti, non sapremmo nulla.
In Dnistro, appartenendo in egual misura all’Ucraina e alla Moldavia, nel tagliare la seconda ne stacca una scaglia larga come una valle dove si parla russo; un posto che tutti si dimenticano, tanto che mi è parso che anche le persone che ci vivono, sull’orlo di questa scaglia, si stiano dimenticando di esistere, e che si chiama Transinistra; che a me, come tutte le cose che stanno oltre una barriera naturale, la Transilvania per esempio, pareva nascondere rivelazioni inaspettate e misteri truculenti.

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Che poi all’inizio pareva proprio fossi nel giusto, tutto annunciava lo sviluppo di una novella gotica: il posto di blocco sulla riva, passato un ponte sorvegliato da cani randagi, che cadeva a pezzi; la guardia che fuma e beve e sfoglia il passaporto e mi guarda in tralice; la nebbia verde di un giugno tempestoso e il cemento azzurro dei grattacieli sul cielo antracite, le nuvole pesanti come il piombo e le ombre dei monumenti amaranto sormontati dalla stella della rivoluzione. Le statue di Lenin, che qui non hanno buttato giù, segnano con l’indice destro un punto oltre l’orizzonte, sempre quello, e più che invitare a procedervi compatti sembrano suggerire che, là dietro, le orde dei sarmati ci siano ancora, pronte a riversarsi con tuono di zoccoli sulla pianura.
Poi però c’è voluto qualche minuto passato a guidare fra le strade di Rýbnytsia, pronuncia ribnizza, che mi sono accorto che altro che novella gotica: in Transinistria non c’è niente.
Non ci sono i negozi, che comunque la gente non avrebbe i soldi per fare acquisti e si affida ai mercati informali nei paesini o alla carità; traffico non ce n’è, gente per strada neppure, e anche il sole fatica a farsi vedere.
Padre Tadeus è arrivato qui 35 anni fa, l’impero si sfaldava e nascevano tutti questi nuovi paesi e faceva molto più freddo di adesso.
È sempre così, quando qui parlano del passato, anche di un passato recente, dicono che faceva sempre più freddo e non so se sia il cambiamento climatico o il fatto che i ricordi si conservano meglio nel ghiaccio sennò marciscono, e col tempo si gelano anche loro.
Tadeus sfoglia delle grosse foto plasticate che tutto è umido coperto di muffa, al chiuso è rimasto il freddo dei tempi andati e l’estate non ha ancora scacciato l’inverno, e se non plastifichi le foto poi si decompongono in macchie verdastre. Beve il caffé, mi ha offerto il pranzo ma lui digiuna, è comparsa anche una torta con dei biscotti.
C’è una foto che Tadeus è giovane circondato da bambini fra i sette e gli otto anni che sono già molto alti e hanno maglioni spessi sempre perché all’epoca, era il Noventacinque che c’è la data scritta dietro, faceva molto più freddo; sorridono e Tadeus mi dice che in parrocchia avevano una scuola elementare. Ora ha chiuso perché bambini non ce n’è più. Ci sono solo i vecchi, mi dice Tadeus, poi si mette a indicare uno ad uno i bamini della foto e questo è emigrato in Polonia, questa lavora in Italia questa è in Russia, questa invece è in Ucraina e pure quest’altro è andato a vivere in Ucraina ma poi è morto in guerra, alla fine se li ricorda tutti sono una trentina, e ha diverse annate e tutte le trentine di tutte le annate ora non ci sono più, sono sparite mangiate dalla nebbia oltre le frontiere sul fiume.
Poi mi racconta che nel cortile della chiesa, che ha tirato su dalle fondamenta con le braccia dei suoi fedeli, che quando era arrivato, trentacinque anni fa, gli hanno detto te preghi qui, e qui c’era solo il cimitero e la brina e le zolle rivoltate, neache una cappella; allora si sono messi a scavare e a gettare il cemento, e sottoterra Tadeus trova la bara del suo predecessore, morto nelle purghe del Trentasette. Una donna sola ancora se lo ricordava, ma era cieca e non sapeva più ritrovare la tomba. Fra le assi corrose dai funghi brillavano le ossa e un breviario in latino, avvolte in un cappottone nero fatto a stracci dal secolo passato. Tadeus ha preso in mano il teschio, e nelle orbite cave, dove non c’era più niente, ha fissato il suo passaggio di consegne.
Poi la sera sono tornato a Chisinau e tutto era più caldo e colorato e c’erano i bimbi in divisa che uscivano da scuola. I colleghi si sono congratulati con me per aver consciuto Padre Tadeus, che qui lo considerano un eroe, mi sembra, trentacinque anni in Transinistria non sono uno scherzo. Sai che è anche esorcista?
Forse la storia gotica, in Transnistria, fra bambini che scompaiono nel passato gelato, tombe che riemergono dall’erba e rapide d’acqua che cancellano la memoria, c’era veramente. Quando ho riattraversato la frontiera, quel giorno lì, due cani hanno seguito per qualche metro la macchina, ma non abbaiavano, e facevano più orrore che tenerezza. Poi la bruma del fiume se li è mangiati.
Operatore Caritas Italiana in Ucraina

Foto credits: ANSA | EPA03737050/Zsolt Czegledi HUNGARY OUTAggiornato il 11/06/26 alle ore 16:03


