Della guerra non so niente
Sono quattro anni che vivo in Ucraina. Entrato nel paese a causa della guerra, per via della guerra continuo a viverci; io però della guerra, ci pensavo in questi giorni, non so niente: non saprei combatterla, che non ho fatto la leva, e non so come sia, perché non la vedo; ne sento solo la risacca che va e viene nelle notti che bombardano e nelle abitudini che ormai non ci faccio più caso ma sono tante e strozzano la giornata: le sirene antiaeree che suonano come le campane delle chiese; mai chiedere a un uomo di uscire di casa se non se la sente, può essere che stia evitando gli ufficiali di leva; il cielo che è morto che non vola nulla a parte le anatre e quando vola qualcosa di più grosso bisogna mettersi sottoterra. Non fare foto in metro: le gallerie dei treni sono convertibili in rifugi antiatomici e da considerarsi installazioni militari; la luce che manca in casa e quelli che ce l’hanno non dormono la notte: se non gliel’hanno tagliata vuol dire che stanno attaccati a un edificio governativo o a una caserma non segnalata, che poi sono proprio i posti che finiscono esplosi. Nessuno sa dove cade il prossimo missile ma ci sono strane cabale, c’è chi calcola la frequenza di impatto nei vari quartieri, chi triangola il suo appartamento con gli impianti industriali e la stazione dei treni e a una certa distanza si sente sicuro, ma la distanza buona non la sa nessuno; chi vive ai piani bassi, perché i droni passano in alto; chi vive ai piani alti, per evitare l’onda d’urto degli impatti sulla strada; chi scopre e rielabora voci di fabbriche segrete in centro città dove si assemblano droni: laboratori nascosti sottoterra che potrebbero essere vicino al tuo ufficio o nella cantina del tuo palazzo, che hai sempre visto chiusa; pare insomma di vivere su un enorme grafico da battaglia navale senza sapere che casella occupiamo né se accanto a noi ci sia un bersaglio che stanotte se lo mangia una bomba. Niente ha senso, e pare che là, dove io non so che succede, le cose siano ancora più insensate: i colleghi che hanno gente al fronte mi raccontano storie così assurde che diventano leggende orride.
Entrato nel paese a causa della guerra, per via della guerra continuo a viverci; io però della guerra, ci pensavo in questi giorni, non so niente: non saprei combatterla, che non ho fatto la leva, e non so come sia, perché non la vedo; ne sento solo la risacca che va e viene nelle notti che bombardano e nelle abitudini che ormai non ci faccio più caso ma sono tante e strozzano la giornata
Il fronte è una striscia sanguinolenta che si allarga e si stringe con la peristalsi di una tenia, nella terra di nessuno ci germogliano le mine e i miceli delle fibre ottiche inquinano i campi e i morti non li raccoglie nessuno; gli allevamenti, che l’est dell’Ucraina era pieno di fattorie, dopo quattro anni di combattimenti solo filari di stele paleolitiche sbeccate dai mortai contemplano la pianura sarmatica, ma prima era pieno di porcilaie ora abbandonate; gli allevamenti sono in rovina, le stalle si usano come bersaglio per calibrare l’artiglieria e le bestie saltano in aria con il cemento armato e l’amianto: i maiali scappati fanno banda con i cinghiali e mangiano i morti e l’esercito ucraino quando può ne raccoglie lo sterco per cercare le tracce genetiche dei soldati derubricati a dispersi.
C’è chi aspetta un caro scomparso ed è una speranza dolorosissima avvelenata dal sospetto che sia già morto o dalla possibilità di anni di torture in un campo di concentramento sul Caucaso e accoglierebbe con sollievo la notizia del ritrovamento di un cadavere. Poi questa notizia arriva ma non arriva la salma, invece ti dicono come hanno trovato il reperto biologico e il sollievo è barattato con l’immagine del corpo di un padre di un fratello o di un marito, toccato e amato e baciato, spolpato dal grifo di un porco nell’acciaio di una luna gelida finché non ne rimane niente, e poi riappare un’unghia o un dente nel letame in riva a un fosso.
Io queste cose a capirle razionalmente non ci proverei mai, ma non credo neanche di averci le emozioni adatte; non so se a chi capitano queste cose nascano poi delle emozioni apposta, che sarebbero terribili, o rimanga solo un senso di torpore come quando ti si addormenta un braccio, ma nel cervello.
Io queste cose a capirle razionalmente non ci proverei mai, ma non credo neanche di averci le emozioni adatte; non so se a chi capitano queste cose nascano poi delle emozioni apposta, che sarebbero terribili, o rimanga solo un senso di torpore come quando ti si addormenta un braccio, ma nel cervello.

Per stare tranquillo prendo lezioni di boxe. Il mio maestro parla ucraino ma per un bilinguismo emotivo molto comune passa al russo quando perde la pazienza, che con me perde spesso. Il mio maestro di cognome fa Dostoevskij e ci alleniamo in una palestra costruita per le olimpiadi dell’80 e fa molto freddo che il soffitto è alto e gocciola e ci sono dei secchi di plastica, fra gli attrezzi, a raccogliere gli scoli del tetto. Un pomeriggio davo pugni al sacco e lui sedeva sui tubi blu del riscaldamento si carezzava la barba, mi diceva di prendere la distanza e di tenere la guardia alta, e poi mi chiedeva se avevo luce a casa io dicevo che no e anche lui diceva che no; se avevo l’acqua e dicevo che no, non ce l’avevo, e anche lui diceva che no; se avevo caldo in casa e io dicevo no si gela e anche lui diceva che a casa sua si gela e poi mi fa ma Francesco ma perché non torni in Italia invece di restare a Kyiv?
Ci conosciamo da due anni ma non mi ha mai chiesto cosa faccio in Ucraina.
Io gli dico una cosa veloce, che ho il cuore in gola, tipo è il mio lavoro; lui solleva la faccia rotta dagli incontri e risponde La guerra, è il tuo lavoro?
Ci rimango un po’ così e taccio che comunque non avrei né il fiato né il vocabolario per spiegarmi, e poi cosa c’è da spiegare se io la guerra non so cosa sia e mi si cortocircuita il pensiero appena me ne parlano. Allora gli ho chiesto di praticare il calcio con la sinistra, che è dalla scorsa estate che ci lavoro ma non mi viene mai, non so dove mettere l’altro piede e apro troppo la guardia e perdo l’equilibrio; eravamo di domenica e bisogna fare una cosa alla volta.
Io gli dico una cosa veloce, che ho il cuore in gola, tipo è il mio lavoro; lui solleva la faccia rotta dagli incontri e risponde La guerra, è il tuo lavoro?



