Tampio-Ampurias. Sognavo di volare

Elio (nome di fantasia) è una presenza silenziosa, ma familiare nei corridoi della Caritas diocesana di Tempio-Ampurias. Cammina piano, lo sguardo a volte profondo, a volte perso, come se cercasse qualcosa che ha dimenticato. I suoi movimenti sono lenti, come quelli di chi ha imparato a convivere con le proprie ferite.
Indossa catene, anelli, croci. Gioielli vistosi, che parlano di un passato ribelle, difficile. Sono parte di lui, come se volesse dire: «Sono ancora qui. Questo sono io». «Questa croce me l’ha regalata mia madre – racconta –. Questa catena, invece, me l’ha data mio fratello. Gli anelli? Alcuni li ho comprati io, altri me li ha lasciati un amico che non c’è più». Ogni pezzo ha una storia. E ogni tanto sorride quando qualcuno glieli nota: «Ti piacciono? Li ho scelti io uno per uno». Gli fa piacere quando gli facciamo un complimento. È un modo per sentirsi visto, riconosciuto.
Da circa un anno Elio viene regolarmente alla Caritas. Si muove con discrezione tra i vari servizi, ma è nella Boutique solidale che ha trovato il suo posto. È lì che ha stretto un legame speciale con Sabina, la responsabile del servizio. «Lei parla sempre con me – dice Elio –. Mi ascolta, mi fa sentire importante, anche quando mi sgrida perché mi trova in giro a vagare senza meta. Mi piace aiutarla, scambiare due parole, stare lì. Mi fa bene».
Prima di arrivare alla Caritas, Elio ha passato anni molto difficili. È stato seguito per cinque anni dal Centro di salute mentale. Un percorso lungo, pieno di momenti duri. «Ho avuto una vita disordinata – racconta –. Ho fatto tante cavolate. Ho preso strade storte, che non portavano da nessuna parte».
Parla con sincerità. Racconta degli sbagli, delle cadute, dei problemi iniziati già da ragazzo.
«Mio padre era in pensiero per me. Mi voleva con lui a lavorare, ma io non ce la facevo. Non mi sentivo all’altezza». Così, piano piano, Elio è finito in brutte situazioni, in mezzo a compagnie sbagliate.
L’alcol, le notti in strada, i giorni senza senso. Fino a quando ha capito che doveva chiedere aiuto.
«Non è stato facile – dice –. Ma la mia famiglia non mi ha mai lasciato solo. Sono stati sempre lì, anche quando ero perso. Forse l’unica cosa che volevo davvero era che mio padre fosse fiero di me. Ma credo di averlo deluso». Lo dice a bassa voce, senza rabbia, come chi porta dentro un peso, ma ha imparato a conviverci. E nonostante tutto, la sua famiglia non lo ha mai abbandonato.
Oggi, scherzando, dice: «Adesso i miei vizi sono solo il caffè e le sigarette». Poi però ammette che anche quelli, per giuste ragioni, gli vengono tenuti un po’ sotto controllo. A volte lo si vede mentre le conta, una dopo l’altra, con precisione. Gesti che ormai conosciamo, piccoli rituali quotidiani che lo aiutano a tenere il filo.
Poi aggiunge, con un mezzo sorriso: «Da piccolo sognavo di volare. Mi immaginavo libero, senza pensieri. Per questo ho un tatuaggio con delle ali». È un ricordo che gli è rimasto dentro, come un sogno che non si è mai spento del tutto.
Oggi Elio è cambiato. Segue una terapia, ha ritrovato un po’ di stabilità, vive giornate più tranquille.
«Sono pulito, sto meglio. Sono diverso. Una persona migliore, penso».
Lo dice con un po’ di fierezza. Sa che il dolore c’è stato, ma ora non lo comanda più. È una parte di lui, ma non lo definisce.
Quando gli si chiede cosa sogna per il futuro, resta in silenzio per qualche secondo.
Poi dice: «Ora non sogno più. Sto bene così». Può sembrare una frase triste, ma non lo è. In quelle parole c’è pace.

Dopo anni difficili, Elio ha trovato un posto dove si sente sicuro. «Mi sono affezionato a Sabina, a come lavora, al modo in cui mi guarda. Qui so cosa devo fare, chi sono. E questo mi basta».
Le sue giornate hanno una piccola routine che gli dà equilibrio. Viene alla Caritas, aiuta, saluta tutti, chiacchiera un po’. «Se non vengo per qualche giorno, mi manca. Mi sento vuoto. Qui mi sento a casa».
A volte lo si trova a sistemare gli scaffali, a piegare i vestiti, a lavare in terra. Lo fa senza rumore, senza mettersi in mostra. Ma se lo si guarda bene, si nota che in quei piccoli gesti c’è qualcosa di grande: la voglia di esserci, di ricominciare, di contare qualcosa per qualcuno.
Spesso, dietro la scrivania del Centro d’ascolto, diamo consigli su come cercare lavoro, proponiamo corsi di formazione, parliamo di piccoli obiettivi da raggiungere. Pensiamo che ciascuno debba avere un progetto, una strada da costruire. Ma la verità è che non tutti i cammini sono uguali. Alcune persone vivono una fragilità che non si misura né si risolve con un corso o un curriculum.
E noi siamo chiamati al rispetto.
Dio non ci chiede di risolvere, ma di custodire.
Di proteggere chi è più fragile, con pazienza e dignità. Anche quando non cambia nulla, anche quando ci sembra di non fare abbastanza, siamo lì per accompagnare.
La storia di Elio è solo una delle tante che abitano ogni giorno i servizi della Caritas diocesana.
Storie che ci ricordano come povertà, disagio mentale e solitudine siano spesso intrecciati.
E come, a volte, per aiutare davvero, basti poco: esserci, dire una parola, dare ascolto.
Non sempre servono progetti complicati o grandi risposte. A volte serve solo una presenza. Qualcuno che non scappa. Qualcuno che resta.
*Caritas diocesana di Tempio-Ampurias