10 Aprile 2026

Diritto, dovere, vocazione

La crisi, gli spazi, la necessità dell'impegno civile, della partecipazione e dell'advocacy

Pubblichiamo di seguito l’intervento del prof. Antonio Panico (Lumsa, Roma) contenuto all’interno del Quaderno di Italia Caritas (n. 1/2026, 1° aprile 2026) dedicato al tema “Partecipazione e advocacy. Le sfide del presente”.

La partecipazione è una ricchezza che oggi appare in crisi: in molti casi si prende parte alla vita della comunità poco, mal volentieri oppure con un agire violento che stride con l’idea di un impegno pacifico e costruttivo. Eppure, questa è la giusta modalità attraverso la quale tutti i cittadini, e – come si vedrà – a maggior ragione i cristiani, possono prendere parte attiva alla vita sociale, culturale, economica e politica della comunità alla quale appartengono.

La partecipazione è un bene e soprattutto una conquista.

È il fondamento della libertà ed è per questo che va custodita e difesa dalle infiltrazioni deviate.

Nonostante le difficoltà palesate, va detto che negli ultimi decenni si è registrato un notevole aumento delle occasioni in cui i cittadini sono stati invitati a prendere attivamente parte alla vita delle proprie comunità.

Dopo aver sperimentato la durezza dei regimi totalitari nella prima metà del Novecento e grazie alla fecondità del principio di sussidiarietà proposto nel 1931 da Pio XI nella Quadragesimo anno, la partecipazione ha vissuto un’importante crescita che sembra, invece, seguire ora un andamento carsico. Infatti, a momenti di chiusura nella sfera privata si alternano occasioni di grande partecipazione, così come avvenuto in occasione delle recenti manifestazioni a difesa del popolo palestinese inscenate a livello mondiale. A spingere alla partecipazione non è stata la difesa di interessi particolari, ma il diritto alla vita di persone lontane.

1. L’imprescindibilità della partecipazione

Sarebbe riduttivo relegare il tema alla sola dimensione politica. Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa al numero 189 richiama l’importanza delle tante attività nelle quali il credente, come attore singolo o in sinergia con altri, direttamente o attraverso i propri rappresentanti, collabora alla crescita della comunità. In particolare, il cristiano è invitato a comprendere che «la partecipazione è un dovere da esercitare consapevolmente da parte di tutti, in modo responsabile e in vista del bene comune». La partecipazione di ciascuno alla costruzione del bene comune è una conquista dell’ordine democratico[1] e costituisce l’elemento essenziale dal quale è possibile partire per promuovere una cittadinanza autentica. Ogni attore sociale esce dal recinto più o meno dorato del proprio privato ed agisce con e per gli altri[2].

Con la partecipazione l’uomo dimostra di non essere una monade e ha l’occasione di andare incontro all’altro che non vedrà come un nemico dal quale guardarsi o una preda da catturare: l’“homo homini lupus” di Thomas Hobbes per il quale istinto di sopravvivenza e istinto di sopraffazione si alternano, lascia spazio a una visione meno pessimistica dell’agire umano. Provando a lavorare insieme con l’altro per la realizzazione di quelle condizioni che sono necessarie affinché il progresso di tutti e ciascuno non sia una pura e semplice utopia, l’uomo, il cittadino, si cimenta in un’operazione che contribuisce alla costruzione di una polis più coesa[3]. Questo agire lo porta a esercitare appieno le proprie capacità relazionali che consentono alla persona di prendere le distanze sia dal collettivismo che dall’individualismo estremo[4]. La persona assume una sua centralità che permette la giusta valorizzazione della dignità di ciascuno e l’attivazione del singolo in associazione con i suoi simili perché la società progredisca emancipandosi dall’annichilimento della libertà prodotto dai totalitarismi.

È un presidio essenziale e imprescindibile nella difesa della democrazia che si radica nella consapevolezza dell’interdipendenza che connette la propria vita a quella degli altri.

2. Gli spazi della partecipazione

Il partecipare è il frutto della crescita della consapevolezza del proprio ruolo attivo nell’edificazione di una società più giusta e armonica, possibilmente in sintonia con le istituzioni. A questo proposito, il Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri scrive che

«un maggior coinvolgimento dei cittadini costituisce per le istituzioni una risorsa decisiva: aumenta la visibilità dell’operato pubblico; permette ai cittadini un confronto immediato fra le posizioni emergenti; diventa una condizione importante per l’efficienza delle politiche pubbliche, per la composizione dei conflitti legati alle scelte del decisore pubblico e la responsabilizzazione reciproca in una logica di accountability»[5].

Concretamente questo si traduce in una maggiore accessibilità alle informazioni su quanto prodotto dalla Pubblica Amministrazione, trasparenza nei bilanci e accessibilità ai dati relativi alle varie rendicontazioni e, soprattutto, il coinvolgimento e la consultazione costante dei cittadini lungo le varie fasi dei processi decisionali fin dalle fasi iniziali.

Le iniziative di legge popolare, le petizioni, l’indizione di referendum, le varie forme di consultazione diretta dei cittadini previste nelle politiche pubbliche di settore – che vanno dai Tavoli di concertazione tematici, alle Conferenze dei Servizi, dai Piani di Zona ai Patti per la Salute – sono espressione della volontà di un coinvolgimento effettivo dei cittadini nei processi decisionali. Tra le altre, la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e la Valutazione Ambientale Strategica (VAS) rappresentano delle forme di concertazione espressamente previste dalla legge e coinvolgono molto attivamente il mondo associativo che

risponde in forma propositiva e spesso tanto incisiva da modificare radicalmente gli assunti di partenza. Naturalmente, a questi spazi di partecipazione si devono aggiungere tante altre iniziative che nascono dalla volontà di contribuire alla crescita della propria comunità facendo appello al principio di responsabilità. L’amministrazione condivisa dei beni comuni che vede un regolamento adottato ormai da più di 300 comuni o consorzi di comuni è la più interessante dimostrazione di come si possa provare a far collaborare con successo cittadinanza e amministrazione locale nello svolgimento di attività di interesse generale su un piano paritario[6].

L’ultimo comma dell’articolo 118 della Costituzione recita che

«Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà» …

… allora i cittadini dovranno dare dimostrazione di poter contribuire attivamente alla gestione dei beni comuni in collaborazione con le istituzioni, nell’ottica di una sorta di democrazia condivisa nella quale le decisioni sono prese di comune accordo, dimostrando che l’intesa tra pubblico e privato è realmente possibile e sconfessando il dogma liberista dell’inconciliabilità tra le due realtà.

Appartenenza e partecipazione

Partecipazione significa prendere parte e perché si prenda parte, ci si deve sentire parte di una realtà. Sia nell’accezione civica che in quella politica la partecipazione prevede l’esistenza di un legame non effimero con la comunità nella quale si è inseriti. Il senso di appartenenza è quello che muove la persona verso l’altro e la rende protagonista di un agire proteso alla creazione di quelle condizioni che abbiamo detto essere utili alla promozione del progresso di tutti coloro con i quali si condividono spazi e risorse. Ritorna utile il riferimento alla definizione di bene comune così come proposta dal Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1906:

«Per bene comune si deve intendere l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri di raggiungere più pienamente e più speditamente la propria perfezione».

Il cristiano è chiamato ad un impegno diuturno finalizzato allo sviluppo di ogni uomo e di tutto l’uomo come richiamato da Paolo VI nell’enciclica Populorum Progressio e in quest’ottica va letto l’impegno del battezzato nella res pubblica.

Come già ricordato, per il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa la partecipazione è un dovere da esercitarsi consapevolmente da parte di ogni cristiano. Tutti, nessuno escluso, dovrebbero sentirsi investiti da «una forte tensione morale» perché la partecipazione non sia limitata a pochi aspetti della vita sociale, ma trovi la più ampia applicazione nel lavoro, nelle attività economiche, nella cultura e nella vita politica ad ogni livello[7].

3. La crisi della partecipazione politica

Oggi talune istituzioni sono percepite come distanti dal cittadino. Sembrano essere così autoreferenziali da risultare incapaci di rispondere alle loro attese. I problemi restano irrisolti e l’inevitabile conseguenza è molto spesso quella dell’ingenerarsi di una delusione che provoca apatia con l’inevitabile rinuncia alla partecipazione. L’assenza di molti, soprattutto dei più giovani, dalle cabine elettorali in occasione delle ultime consultazioni è la più chiara dimostrazione di una disaffezione che risulterebbe gravemente erroneo liquidare come atteggiamento superficiale e distratto di chi è immaturo. Sarebbe utile, piuttosto, riflettere su una legge elettorale che premia “nominati” calati dall’alto e non più figure rese forti dal consenso personale sul proprio territorio, sull’importanza di proporre candidati preparati ed eticamente attrezzati. Sarebbe utile, soprattutto, invitare all’impegno uomini e donne pienamente consapevoli di ciò che comporta il mettersi al servizio di una comunità, ponendo in secondo piano il proprio interesse. Solo migliorando la qualità dell’impegno di chi occupa un ruolo nelle istituzioni potrà finalmente crescere l’interesse per ciò che regola il buon funzionamento di un Paese e si riuscirebbe a contenere il dissenso violento manifestato recentemente in alcuni contesti metropolitani.

4. L’avvento dell’advocacy

All’incapacità dei partiti e dei movimenti politici nell’intercettare i bisogni reali degli elettori la cittadinanza attiva pacifica risponde con le azioni di advocacy che negli ultimi anni hanno permesso di far ascoltare la propria voce, esigere e ottenere un riconoscimento delle proprie istanze e porre in essere iniziative come campagne informative e di sensibilizzazione volte a difendere o rivendicare un diritto.

Le autoconvocazioni via social, i flash mob e più in generale l’organizzazione di eventi e di manifestazioni di piazza sono divenute sempre più una modalità utilissima per svegliare coscienze sonnacchiose, orientare un’opinione pubblica distratta o poco interessata e far cambiare idea a forze politiche contrarie o indifferenti.

La diffusione della società dell’autocomunicazione di massa, delineata da Castells, in cui individui e gruppi sfruttano al meglio le nuove potenzialità aperte dalle tecnologie digitali, ha comportato un ricorso crescente all’advocacy[8]. Questa è una forma di partecipazione che può trovare accoglienza anche nella comunità cristiana dove in molti vivono la dimensione spirituale come completamente scissa dall’esercizio del resto delle proprie mansioni nella vita di ogni giorno. In nessun passo del Vangelo è chiesto ai discepoli di disinteressarsi del luogo nel quale vivevano per concentrarsi solo ed esclusivamente su meditazione e preghiera. Al n. 179 della Laudato si’ papa Francesco sottolinea che

la società, attraverso organismi non governativi e associazioni intermedie, deve obbligare i governi a sviluppare normative, procedure e controlli più rigorosi. Se i cittadini non controllano il potere politico – nazionale, regionale e municipale – neppure è possibile un contrasto dei danni ambientali.

Per Bergoglio, dunque, il cristiano non deve balconear[9], restare a guardare, ma è chiamato a darsi da fare, a partecipare attivamente e a lasciare un segno positivo nel mondo. L’advocacy è un’alleata importantissima in quest’opera.


[1] M. Zambrano, Persona e democrazia. La storia sacrificale, Mondadori, Milano, 2000.

[2] H. Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 2017.

[3] J. Maritain, La persona e il bene comune, Morcelliana, Brescia. 2009.

[4] E. Mounier, Manifesto al servizio del personalismo comunitario, Ecumenica editrice, Bari, 1982.

[5] Cfr. https://egov.formez.it/sites/all/files/partecipazione_-_strumenti_normativi_per_la_partecipazione_civica.pdf

[6] Cfr. https://www.labsus.org/amministrazione-condivisa

[7] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, LEV, Città del Vaticano 2004, n.189.

[8] Cfr. M. Castells, La nascita della società in rete, Egea, Milano, 2014.

[9] Tra i tanti discorsi in cui papa Francesco ha utilizzato questo neologismo si veda: https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/june/documents/papa-francesco_20170620_don-primo-mazzolari

Aggiornato il 10/04/26 alle ore 12:25