14 Aprile 2026

Cristiani in politica

Anche in un’epoca segnata dalla crisi della democrazia, l’impegno laicale assume un valore ancora più importante.

Pubblichiamo di seguito l’intervento di don Bruno Bignami (direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI) contenuto all’interno del Quaderno di Italia Caritas (n. 1/2026, 1° aprile 2026) dedicato al tema “Partecipazione e advocacy. Le sfide del presente”.

La cornice

La Costituzione conciliare Gaudium et spes ha intrapreso un percorso esigente circa la politica. È il frutto maturo di una lunga riflessione credente che ha attraversato la storia della Chiesa. Il documento dedica alla comunità politica uno spazio importante nel capitolo IV della seconda parte. Tuttavia, non si può scindere la prima dalla seconda parte. In particolare, il Concilio riserva una cura speciale nell’offrire i fondamenti della comunità degli uomini. Il secondo capitolo della prima parte è riferimento imprescindibile. Accanto alla centralità della persona umana, intesa come costitutivamente relazionale, l’attenzione è posta sull’interdipendenza tra gli uomini e i popoli e sul principio del bene comune. Il numero 26 esplicita tre punti cardine: il bene comune, la famiglia umana, la persona. Il bene comune è

«l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente».

Esso non corrisponde a una cosa concreta, ma a un insieme di condizioni che consentono alle persone di fiorire, di dare voce alle proprie aspirazioni in una tensione continua per lo sviluppo della società.

In secondo luogo, lo sguardo non è ripiegato sulla propria nazione, religione o cultura, ma deve saper ragionare in termini di «famiglia umana». Negli anni Sessanta era un’importante novità anche per la Chiesa. Fino ad allora ci si era appiattiti sull’Occidente, trascurando i Paesi poveri. La Guerra fredda aveva fatto vedere la realtà in modo distorto, come se l’unico problema fosse il disgelo tra Est e Ovest. Si trattava, invece, di accorgersi anche dell’abisso tra Nord e Sud, con un colonialismo in grande spolvero, incapace di riconoscere la dignità dei popoli.

Il Concilio ha evitato le tentazioni nazionalistiche. Tale attenzione ha trasformato il modo di pensare alla destinazione universale dei beni. Nessun popolo deve garantirsi consumi a scapito della condivisione.

Il terzo passaggio è il riconoscimento della dignità della persona umana, «i cui diritti e doveri sono universali e inviolabili». Perché ciò avvenga, Gaudium et spes inserisce un elenco di beni a cui l’uomo deve poter accedere: cibo, vestito, casa, lavoro, educazione, informazione, scelta dello stato di vita e di fondare una famiglia, reputazione, rispetto della coscienza… Un lungo elenco che ovviamente ogni epoca deve poter aggiornare. Infatti, oggi possiamo aggiungere il diritto e dovere di crescere nella pace, la libertà di movimento, la possibilità di vivere in un ambiente sano dal punto di vista ecologico e sociale, l’accesso alle risorse energetiche… Per queste ragioni, «l’ordine delle cose deve essere subordinato all’ordine delle persone e non l’inverso» (n. 26).

Il quadro

La politica ha il compito di muoversi all’interno di questa cornice, che vede al centro la persona umana. Il rapporto tra la Chiesa e l’impegno politico conosce mille sfumature. Al n. 76 la Gaudium et spes afferma:

«La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Ma tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro, secondo modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo».

Detto in altro modo: la Chiesa non fa politica, ma i cristiani sì. Il ruolo dei laici comporta di vivere in contatto con il mondo. L’indole secolare, stando al linguaggio di Lumen gentium 31, è di «cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio». Le realtà umane chiedono di essere pensate e vissute nell’ottica del disegno di Dio. L’esperienza e la storia insegnano che si sono realizzate molteplici teologie politiche, non sempre coerenti tra loro. Conosciamo, infatti, da una parte una politica secolarizzata che vede nella religione un pezzo da museo o la pretende come esperienza intimistica individuale e dall’altra il provvidenzialismo religioso, che interpreta il successo politico come benedizione di Dio. C’è la fede come resistenza di fronte a regimi dittatoriali o autocratici che non lasciano spazio al dissenso e la religione vissuta come obbedienza acritica di qualsiasi forma di organizzazione politica. Assistiamo alla religione come liberazione, facendo passare da condizioni di non-uomo al riconoscimento della dignità della persona, al potere che cerca di controllare, normalizzare o comprare l’istituzione religiosa. Queste diverse tipologie mostrano differenti antropologie sottostanti, oltre a visioni ecclesiologiche. Senza un’idea di vita sociale incarnata nella storia, capace di esprimere il mistero pasquale di Cristo e senza il desiderio di trasformare la società attraverso la politica con criteri di giustizia sociale, viene meno il fondamento teologico. È la direzione indicata dalla dottrina sociale della Chiesa, ben descritta in questo passaggio conciliare:

«Per instaurare una vita politica veramente umana non c’è niente di meglio che coltivare il senso interiore della giustizia, dell’amore e del servizio al bene comune e rafforzare le convinzioni fondamentali sulla vera natura della comunità politica e sul fine, sul buon esercizio e sui limiti di competenza dell’autorità pubblica» (GS 73).

Per evitare l’infelice sovrapposizione tra la Chiesa e la politica, il Vaticano II ha fatto propria la lezione maritainiana[1] giocando sulla distinzione tra agire «da cristiani» e agire «in quanto cristiani», separando ogni responsabilità in nome della Chiesa da ogni responsabilità individuale. Così si esprime:

«È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori. La Chiesa che, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana» (GS 76).

La distinzione è molto utile dal punto di vista concettuale, ma lascia margini di discussione nell’applicazione concreta. Infatti, quando un politico credente si deve assumere le responsabilità di coscienza circa l’approvazione o no di una legge o la scelta di aderire o dissentire da un’azione militare, le crisi di coscienza si fanno sentire. Come non sono mancate (indebite) prese di posizione dell’autorità ecclesiastica circa l’opportunità o meno di una decisione, facendo sentire il soggetto interessato una «pedina» manovrata.

La questione apre alla domanda circa il ruolo del laicato. Qual è lo spazio decisionale autonomo in sede alla Chiesa circa le scelte storiche che vanno soggette a miglioramenti? Se l’è chiesto il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, quando ha aperto alla possibilità per il politico cattolico di votare una legge non perfetta ma che migliora una precedente, dando voce al principio di «limitare i danni»[2]. È in gioco il tema della laicità, che il Compendio pone in questi termini:

«Il fedele laico è chiamato a individuare, nelle concrete situazioni politiche, i passi realisticamente possibili per dare attuazione ai principi e ai valori morali propri della vita sociale. Ciò esige un metodo di discernimento, personale e comunitario, articolato attorno ad alcuni punti nodali: la conoscenza delle situazioni, analizzate con l’aiuto delle scienze sociali e degli strumenti adeguati; la riflessione sistematica sulle realtà, alla luce del messaggio immutabile del Vangelo e dell’insegnamento sociale della Chiesa; l’individuazione delle scelte orientate a far evolvere in senso positivo la situazione presente. Dalla profondità dell’ascolto e dell’interpretazione della realtà possono nascere scelte operative concrete ed efficaci; ad esse, tuttavia, non si deve mai attribuire un valore assoluto, perché nessun problema può essere risolto in modo definitivo»[3].

La responsabilità laicale nelle scelte politiche presuppone una coscienza formata, una fede vissuta, un’appartenenza ordinaria alla comunità cristiana, una disponibilità al confronto e al dialogo con gli altri battezzati. Il criterio di riferimento è il bene concretamente possibile. In questo contesto il Concilio si era espresso con parresia, incoraggiando le decisioni laicali e rinunciando al controllo della vita sociale per affidare ai laici il compito testimoniale:

«Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. […] Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena» (GS 43).

Il dettato conciliare rischia di rimanere lettera morta senza una formazione al discernimento e senza la rinuncia della Chiesa al controllo che porta a far pensare i politici come burattini comandati a distanza. Solo una solida formazione ecclesiale, un amore per il Vangelo e il desiderio di vivere una testimonianza gioiosa per Cristo possono cucire l’impegno politico e la vita ecclesiale. Serve esplicitare il valore esperienziale di una comunità di appartenenza, che consente di superare i sospetti reciproci o le possibili strumentalizzazioni tra fede e politica.

Anche in un’epoca segnata dalla crisi della democrazia, l’impegno laicale assume un valore ancora più importante. I populismi, la strumentalizzazione della religione, il fondamentalismo religioso… intaccano il valore della democrazia, tentata di affidarsi a scorciatoie leaderistiche. Il compito più urgente per la comunità cristiana è quello di non sottrarsi alla fatica del discernimento. Servono spazi e luoghi, ma prima ancora persone generative in grado di tessere reti comunitarie. La democrazia, infatti, cammina sulle gambe delle persone che la sanno promuovere. Nessuno realizza ciò in cui non crede. Il principio vale tanto più oggi, tra politiche miopi che si rifugiano nella forza e che calpestano i poveri. Più che di politici che dicono cose cattoliche, abbiamo bisogno di reti comunitarie. Ecco il vero banco di prova per la politica. La carità è anche tessitura sociale.


[1] Cfr. J. Maritain, Umanesimo integrale, Borla, Torino 1963.

[2] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, LEV, Città del Vaticano 2004, n. 570.

[3] 3 Ibidem, n. 568.

Aggiornato il 14/04/26 alle ore 11:42