Partecipare. Come cittadini
Pubblichiamo di seguito l’intervento di p. Giuseppe Riggio (direttore di Aggiornamenti sociali) contenuto all’interno del Quaderno di Italia Caritas (n. 1/2026, 1° aprile 2026) dedicato al tema “Partecipazione e advocacy. Le sfide del presente”.
- Scarica il Quaderno
I turisti che si affacciano su piazza del Campo a Siena restano colpiti dall’armoniosa bellezza dell’insieme, senza talvolta rendersi pienamente conto del rilievo politico e del valore simbolico incarnati da quello spazio. Tra gli edifici che delimitano la piazza vi è il Palazzo Pubblico, sede del governo cittadino fin dal Medioevo. Ma il potere non si concentra solo lì. Il Campo infatti, con la sua forma semicircolare e il terreno irregolare che lo rende quasi una cavea, è stato concepito per ospitare i mercati, ma anche le assemblee dei cittadini. È così ampio, proporzionato al numero degli abitanti della città e curato nei minimi dettagli, perché non è solo un luogo di sosta o di transito, ma anche lo spazio rappresentativo della vita pubblica. Quanto osserviamo a piazza del Campo non è un’eccezione, legata a un’epoca specifica o a una città, ma è un capitolo fondamentale della storia occidentale.
Se risaliamo indietro nel tempo, ci rendiamo conto che le piazze, intese in senso ampio e metaforico, sono state le incubatrici del “noi” collettivo, la cui comprensione si è progressivamente ampliata dal numero ristretto dei cittadini che potevano intervenire nelle agorà greche fino ai comizi gremiti nelle città italiane in vista del referendum del 2 giugno 1946, il primo voto a suffragio universale nel nostro Paese.
Le piazze sono state gli scenari di incontri, celebrazioni e proteste, in alcuni casi di rivoluzioni che hanno ridefinito di volta in volta il modo in cui si articola il rapporto fra governati e governanti.
Sono in definitiva gli spazi in cui si concretizza plasticamente la rappresentazione simbolica della partecipazione dei cittadini nella sfera pubblica, che poi si realizza in svariate modalità: dall’esercizio del voto al pagamento delle imposte per «concorrere alle spese pubbliche» (art. 53 Costituzione).
I nuovi volti delle nostre piazze
Il modo in cui la partecipazione dei cittadini è concepita ed esercitata risente ovviamente dei cambia-menti sociali ed evolve di conseguenza. Ne siamo particolarmente consapevoli in questo tempo, in cui diversi fattori, che si condizionano reciprocamente, ne stanno ridefinendo le modalità, offrendo possibilità inedite e sollevando interrogativi nuovi.
Limitandosi a citare i fattori di maggior rilievo, è quasi inevitabile partire dallo sviluppo della tecnologia digitale, il cui effetto dirompente investe anche la sfera pubblica. Grazie alla diffusione di Internet prima e dei social media dopo, ci siamo resi conto che diveniva più semplice, e in molti casi più economico, avere accesso a un’ampia quantità di informazioni e notizie, così come esprimere la propria opinione in modo immediato.
Si è così coniato il termine di “piazza virtuale” per indicare queste nuove modalità di informazione e confronto, a cui all’inizio abbiamo guardato con grande favore, ritenendo che potessero assicurare una maggiore democraticità rispetto a quelle reali, mentre oggi siamo più cauti. È indubbio che l’avvento del digitale ha aperto diverse opportunità sul piano della partecipazione e dell’esercizio della cittadinanza, come nel caso della semplificazione delle procedure per la raccolta delle firme necessarie per richiedere un referendum o per presentare una proposta di legge d’iniziativa popolare. Ci siamo però anche resi conto che il digitale, in particolare i social media, non sono uno spazio pubblico, poiché apparten-gono a soggetti privati, che sono inevitabilmente portatori di interessi di parte, e funzionano in base ad algoritmi che rispondono a logiche economiche e in molti casi finiscono per privilegiare la contrapposizione più che il dialogo oppure oscurano contenuti poco graditi, favorendo la polarizzazione e la frammentazione sociale.
Potremmo affermare che la connessione intesa come la tessitura dei legami è una delle promesse non mantenute dalle tecnologie digitali.
Una promessa a cui guardavamo con speranza perché sperimentavamo contemporaneamente la progressiva fragilità di quei luoghi in cui nel corso del Novecento milioni di uomini e donne hanno imparato che cosa significa essere cittadini. Si tratta dei corpi intermedi (partiti, sindacati, esperienze associative nel mondo laico ed ecclesiale) da tempo in affanno, così come delle istituzioni formative (scuola e università), che oggi attraversano una fase incerta di ridefinizione. Di fatto, sono sempre meno le realtà che permettono alle persone di conoscersi e riconoscersi non solo come individui, ma come membri della collettività, imparando a relazionarsi al suo interno, a dialogare e – quando è necessario – a confrontarsi con la diversità di punti di vista. La buona notizia è che questa mancanza di luoghi fisici, che permettono di incontrarsi in presenza, è percepita come un’urgenza a cui rispondere da un numero crescente di cittadini. Questa attenzione si ritrova sia presso adulti, che devono misurarsi con la trappola di restare imprigionati in uno sguardo nostalgico di un passato che non esiste più, sia presso giovani, che sentono il bisogno e il desiderio di avere a disposizione luoghi che possano in fondo rispondere alle stesse domande che avevano i loro genitori e che si attivano per crearli ex novo o per darvi un nuovo slancio quando si inseriscono in realtà già esistenti.

C’è un ulteriore risvolto legato allo sviluppo tecnologico, che contraddistingue la nostra quotidianità: i nostri ritmi sono mutati, incredibilmente accelerati. Grazie agli strumenti che abbiamo a disposizione, possiamo fare più attività in meno tempo o farle contemporaneamente, ma sperimentiamo anche – e all’apparenza in modo paradossale – una “carestia di tempo”. Rincorriamo le scadenze, spesso ritrovandoci in debito di fiato e di forze, e forse anche di idee su quanto stiamo vivendo e quanto accade intorno a noi. Tra gli ambiti della nostra vita che rischiano di pagare il prezzo più alto per questo fenomeno della rapidación, come definito da papa Francesco nella Laudato si’ (n. 18), è proprio la partecipazione come cittadini alla vita pubblica per varie ragioni. Innanzi tutto, per un diffuso senso di sfiducia nei confronti della politica e delle istituzioni, spesso ritenute poco capaci di dare risposte pertinenti alle questioni più urgenti. A questo aspetto si aggiunge l’oggettiva complessità dei temi rilevanti per la vita insieme. Conoscerli in modo sufficiente richiede tempo e disponibilità a confrontarsi, oltre che una formazione di base che oggi non può essere data per scontata, come mostrano i preoccupanti dati sull’analfabetismo di ritorno (circa il 30% degli italiani tra i 25 e i 65 anni hanno limitazioni nella comprensione, lettura e calcolo). Soprattutto, pur non essendo la partecipazione un di più, è anche necessario riconoscere che non costituisce una priorità per quanti si trovano a dover quotidianamente fare i conti con le tante dimensioni di povertà che esistono nel nostro Paese.
Come essere cittadini oggi?
La partecipazione oggi deve misurarsi con una realtà quanto mai frammentata, con un rischio crescente di stanchezza e disattenzione nei confronti di tutto ciò che ha a che fare con la vita insieme, eppure quanto accade nella sfera pubblica ci tocca, in modo diretto e indiretto. Come cittadini possiamo scegliere di non essere spettatori passivi, ma di partecipare e orientare le decisioni che sono prese. Riattivare la dinamica di fiducia, essenziale ogniqualvolta si ragiona della vita insieme, non è un compito che può essere demandato solo alle istituzioni, ma riguarda ognuno di noi e si realizza innanzi tutto nella riscoperta del valore dei tanti atti di cittadinanza che la Costituzione ci riconosce in termini di diritti da esercitare e di doveri da compiere. Ma ancor di più in questo momento, la cittadinanza può trovare una sua concretizzazione essenziale nel ripensare insieme la “manutenzione” delle piazze che conosciamo (quelle legate alle istituzioni o alla società civile) e individuarne di nuove, sapendo trarre profitto al meglio dalle possibilità offerte dal digitale, riscoprendo che cosa significa essere cittadini e agire come tali. In questa direzione gli esempi di esperienze già fatte non mancano, molte sono locali, altre hanno un respiro più ampio come ad esempio le assemblee cittadine sui temi dell’ambiente.
Nel Medioevo, i senesi decisero di costruire piazza del Campo e il Palazzo Pubblico come espressioni visibili e concrete dell’esercizio del governo e della cittadinanza, pensando che fossero necessari spazi pubblici che favorissero l’incontro e una sana dialettica tra le tante anime della comunità. In un modo non così diverso, anche noi oggi siamo interpellati dalla stessa esigenza.
Aggiornato il 12/04/26 alle ore 10:26

