16 Aprile 2026

Carità e responsabilità

Perché partecipazione e advocacy riguardano la comunità attenta al territorio, i volontari e gli operatori della Caritas

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Lucia Surano (Caritas Italiana, unità Animazione e formazione) contenuto all’interno del Quaderno di Italia Caritas (n. 1/2026, 1° aprile 2026) dedicato al tema “Partecipazione e advocacy. Le sfide del presente”.

I poveri erano così tanto poveri
che presero la loro fame
e la misero in bottiglia e se la andarono a vendere.
Se la comprarono i ricchi,
i ricchi che nella vita avevano mangiato di tutto,
dal caviale ripieno all’ossobuco.
Però la fame dei poveri in bocca non l’avevano assaggiata mai,
così i ricchi se la comprarono.
(da La libertà dei poveri di Ascanio Celestini)

Partecipazione e advocacy hanno a che fare con il tema dell’assunzione di responsabilità.

«La radice etimologica di questi concetti contribuisce a chiarire il significato etico del processo di assunzione della responsabilità alla base delle concrete decisioni da prendere. Assumere viene dal latino ad-sumere = prendere verso di sé. Decisione deriva invece da De-cisioni = ciò che è tagliato via (caedere via). Così ad-sumere decisioni ha il significato di prendere su di sé la responsabilità della scelta, facendosi carico della propria responsabilità rispetto a quella stessa scelta»[1].

La responsabilità si delinea allora come l’ambito di costituzione della persona. Non curare il costituirsi e il consolidarsi della responsabilità nell’individuo significa minare la sua capacità di assumere decisioni, ossia la sua capacità di riconoscersi in quanto persona capace di “intenzionare” valori e di perseguirli mediante un’azione responsabile. Il concetto di persona rimanda alla storia e alla biografia del singolo, e quindi all’insieme di quelle relazioni, aspettative reciproche, processi di identificazione e auto-definizione che danno senso all’essere umano in quanto tale.

Per questa ragione. la partecipazione non va considerata come un elemento statico nella definizione di una politica sociale, ma come un processo. Il concetto di processo richiama l’idea di un fenomeno “in divenire”, soggetto all’influenza costante di variabili che intervengono nella dinamica che fonda il processo stesso.

Se nei processi partecipativi non vengono create le condizioni perché il singolo cittadino o i gruppi di cittadini possano crescere in una relazione generativa col proprio contesto, non sarà nemmeno possibile parlare di partecipazione.

L’advocacy è un potente strumento di partecipazione civica e di democrazia, perché è un metodo che richiede dialogo con i cittadini per comprenderne in profondità le esigenze per evitare che la narrazione sia territorio solo di una parte.

Questo richiede la costruzione di una “relazione” con i cittadini.

Il termine è arrivato all’inglese, attraverso il francese antico, dal latino medievale advocatia, derivato da advocare. Advocare,letteralmente “chiamare presso”, nel latino imperiale significava “chiamare a propria difesa”, e, quindi, “assumere un avvocato”. Addirittura vi è un’accezione religiosa ben illustrata nell’esempio di Girolamo Savonarola:

«Abbiamo… fatto [la vergine] buona avvocata e assai dobbiamo sperare nella sua avvocazione e suo patrocinio»[2].

Perché, allora partecipazione e advocacy riguardano la Caritas? Perché la Caritas deve offrire strumenti, affinché le persone in povertà si possano autodeterminare?

Paolo VI, nel suo discorso del settembre 1972 ai partecipanti al primo Convegno nazionale Caritas, definisce la carità «sempre necessaria, come stimolo e completamento della giustizia», collegando in maniera inscindibile azione caritativa e promozione della giustizia, per contrastare derive riduzionistiche e assistenziali. Ma le puntualizzazioni sull’articolo 3 dello statuto di Caritas Italiana sono ancora più nette e si afferma la necessità

«di promuovere studi e ricerche, per una migliore conoscenza dei bisogni e delle cause […]. Sappiamo che in questa moderna concezione dell’assistenza già si orienta il vostro lavoro con lusinghieri risultati. Ce ne rallegriamo con voi e nutriamo fiducia che la vostra opera potrà servire altresì per stimolare gli interventi delle pubbliche autorità ed un’adeguata legislazione».

Il Papa prosegue sottolineando il ruolo di coordinamento e affermando che tutto questo va nella direzione di superare

«individualismi e antagonismi, e subordinando gli interessi particolari alle superiori esigenze del bene generale della comunità»[3].

Non si tratta solo di una formale riconferma di un mandato, ma del riconoscimento pieno di un ruolo di advocacy dato a Caritas italiana a nome della Chiesa italiana e di un metodo che pone il bene comune al di sopra di ogni tentazione egemonica o particolaristica, coerente ad una immagine di Chiesa del Concilio, chiamata a servire, e non a essere servita, e pronta al dialogo con tutte le donne e gli uomini di buona volontà; nonché l’utilizzo delle scienze e della ricerca sociale come strumento di comprensione per sviluppare un’azione di coordinamento e di comunicazione e pressione coerente e organica[4].

È in questa cornice che va letto il lavoro fatto da Caritas nel corso di questi 55 anni anche come sollecitazione alle Istituzioni per innovare il sociale e contribuire a scrivere le recenti pagine del welfare: la Caritas ha intercettato le nuove condizioni di disagio e operato per dare delle risposte e, contestualmente, agito per una loro opportuna presa in carico istituzionale finalizzata a generare capitale sociale resiliente per la comunità tutta.

Per meglio comprendere il ruolo e la funzione di cambiamento culturale affidato alla Caritas vale la pena ricordare il periodo storico nel quale essa è stata fondata: la sua istituzione e il suo sviluppo si collocano all’indomani del Concilio Vaticano II e nella drammatica storia degli anni ‘70, per questo è risultata una proposta pedagogica e culturale nuova e alternativa alla logica della violenza di quegli anni.

La Caritas è stata la risposta della Chiesa alla complessità storica, sociale e politica dell’Italia di quegli anni.

Una risposta basata sull’educazione e sulla pedagogia che, escludendo l’uso della forza, affermava con altri mezzi una idea nuova di cambiamento sociale: un’idea che, avendo al centro la funzione pedagogica e utilizzando specifiche modalità, si è fatta voce di chi non ha voce. Fondamentale, al riguardo, è stata la Dottrina Sociale della Chiesa che, ponendo tra i suoi principi cardine l’opzione preferenziale per i poveri, colloca tra le priorità i bisogni e i diritti dei più emarginati, poveri e svantaggiati.

Non si tratta solo di carità, ma di un imperativo etico di giustizia affinché si affrontino le cause strutturali della povertà proprio attraverso advocacy e partecipazione attiva. È, insomma, quel processo e oggetto d’azione che va sotto il nome di Carità intellettuale.

Papa Francesco, nel discorso per il 50° di fondazione di Caritas Italiana ebbe a dire:

«Abbiamo bisogno di una carità dedicata allo sviluppo integrale della persona: una carità spirituale, materiale, intellettuale».

E ancora papa Leone XIV nell’esortazione apostolica Dilexi te scrive:

«Il beato Antonio Rosmini fondò l’Istituto della Carità, in cui la “carità intellettuale” – assieme a quella “materiale” e con all’apice quella “spirituale-pastorale” – veniva presentata come dimensione indispensabile di qualsiasi azione caritativa che mirasse al bene e allo sviluppo integrale della persona»[5].

La carità intellettuale, quale processo sapienziale, coinvolge le forme del sapere, dell’intuizione, della fantasia, della creatività, in modo tale che la carità non si riduca solo alla risposta a un bisogno ma che faccia crescere anche la coscienza della comunità e della società. È, insomma, quella forma di carità che educa, edifica, fa crescere, promuove. È quel processo che anima e sviluppa la comunità per favorire esperienze attraverso le quali i poveri siano accompagnati ad essere agenti del proprio destino.

Per questo, dunque, partecipazione e advocacy riguardano la Caritas: perché soddisfare i bisogni umani essenziali è un prerequisito per la realizzazione personale di ciascuno, per avere un ruolo attivo nella società e per dare un contributo allo sviluppo della comunità.

Essere voce di chi non ha voce e animare la comunità significa partire dall’individuo e poi, passo dopo passo, costruire contesti comunitari per la realizzazione del diritto alle opportunità di vita, all’autorealizzazione e alla partecipazione sociale per tutta la comunità, ivi compresi i poveri.

Coloro che si trovano nel bisogno a causa di situazioni di vita individuali o di situazioni sociali problematiche devono essere stimolate a mobilitare le proprie forze per superare questa situazione: il ruolo di Caritas, in ossequio al suo mandato pastorale e culturale, è quello di fornire strumenti, metodi e attivare processi per costruire quell’assunzione di responsabilità di cui dicevamo all’inizio.

Questo è empowerment. Questo è una sorta di empowerment pastorale che offre un forte sostegno a quella platea di persone – i poveri – socialmente frammentata e fragile che non è in grado di autodeterminarsi da sola.

Il cammino è ancora lungo e arduo. Il compito di Caritas è e rimane quello di accompagnare le persone in povertà a diventare protagoniste delle trasformazioni sociali affinché non «siano costrette a prendere la loro fame e a metterla in bottiglia e andare a vendersela».


[1] 1 P. Raciti, Definizione di partecipazione, in AA.VV., Quattordici voci per un glossario del welfare, Isfol.

[2] 2 R. Ridolfi (a cura di), Prediche sopra Giobbe, 2 voll., Belardetti, Roma 1957, vol. I, p. 420; GDLI, s.v. patrocinio 7.

[3] Paolo VI, Discorso ai partecipanti all’incontro nazionale di studi della Caritas Italiana, 28.9.1972.

[4] Cfr. AA. VV., Dentro il welfare che cambia. 50 anni di Caritas, al servizio dei poveri e della Chiesa, Palumbi, Roma 2022.

[5] Leone XIV, Dilexi te, n. 70.

Aggiornato il 16/04/26 alle ore 10:11