06 Agosto 2026

Dio sotto le macerie

A La Guaira, tra le ferite lasciate dal terremoto, la Chiesa continua ad abitare il dolore della sua gente.

Quella notte la gente si è radunata in parrocchia, considerata da tutti il luogo più sicuro. Le due lunghe scosse avevano ormai fatto crollare centinaia di abitazioni e provocato il blackout che aveva interrotto ogni possibilità di comunicazione. In poco tempo anche la luce del tramonto ha ceduto il passo al buio.

Chi è sopravvissuto alle macerie cerca disperatamente, in ogni modo, la mano e l’abbraccio dei propri cari.

“Ero a casa durante il terremoto”, racconta padre Carlos Liscano, vicario della parrocchia Nuestra Señora de la Candelaria, a Caraballeda (La Guaira). “Senza pensarci troppo sono corso in parrocchia. C’erano già molte persone che avevano trovato riparo proprio qui.

Ricordo ancora le grida disperate di chi continuava a chiamare per nome figli, genitori, fratelli. Nessuno rispondeva”.

La Chiesa che resta

L’opera e la testimonianza della Chiesa, tra queste strade e tra ciò che resta delle case e dei palazzi rasi al suolo, si rendono visibili nei centri di raccolta e distribuzione degli aiuti, negli ambulatori, nella risposta immediata ai bisogni di una popolazione ferita. Ma ancora di più si manifestano nell’ascolto, negli abbracci e nella vicinanza che sacerdoti, operatori e volontari continuano a offrire ogni giorno.

È il volto di una Chiesa che abita il dolore, che lo condivide e accoglie il peso della croce di un’intera comunità. Una Chiesa che attraversa la sofferenza facendo tutto il possibile per seminare speranza nei solchi profondissimi tracciati dal sisma. Del resto, la risposta al dramma che tante persone continuano a vivere passa anzitutto dalla disponibilità a farsi compagni di strada, come Gesù con i discepoli di Emmaus, camminando accanto a loro prima ancora di offrire una risposta.

“La risposta all’emergenza è arrivata e continua a realizzarsi grazie al sostegno e alla disponibilità dei volontari”, racconta mons. Raúl Biord Castillo, arcivescovo di Caracas, che ci accompagna per le strade de La Guaira, la diocesi che ha guidato per undici anni. Mentre indica gli spazi vuoti lasciati dalle abitazioni crollate, ricorda le famiglie e le storie che davano vita a quelle case.

“Molti hanno scelto di mettersi al servizio dopo aver perso familiari o amici nel terremoto. È stata la loro risposta al dolore”.

Se il desiderio di riscatto, la volontà di reagire e la solidarietà che attraversano le comunità incontrate rappresentano il principale segno di speranza in un contesto nel quale è difficile perfino immaginare quanto tempo sarà necessario per ricostruire case e vite, restano però, con la stessa forza, gli interrogativi che ogni tragedia porta con sé. Sono negli occhi lucidi di un volontario che racconta di aver perso ventidue familiari. Sono nelle file di bare affidate agli altari delle parrocchie rimaste in piedi, durante l’ultimo saluto alle vittime recuperate dalle macerie. Sono nel numero ancora impressionante dei dispersi, i cui corpi restano sepolti sotto ciò che il terremoto ha distrutto.

La risposta è un volto

Torna allora alla mente una delle pagine più intense del “La Notte”, di Elie Wiesel. Nel campo di concentramento di Auschwitz, assistendo all’impiccagione di un bambino, si domanda: “Dov’è Dio?”. La risposta arriverà poche pagine dopo: “Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca“.

Anche a La Guaira quella domanda riaffiora con forza. Dov’è Dio quando la terra trema, quando migliaia di persone perdono tutto, quando il dolore sembra avere l’ultima parola?

Padre Carlos, al quale non abbiamo posto espressamente questa specifica domanda, non risponde con una riflessione. Racconta semplicemente ciò che ha visto.

“Tra le tante immagini che porto nel cuore”, dice, “ce n’è una che non dimenticherò mai. Una giovane madre stava allattando il suo bambino. Poco distante c’era un altro neonato che piangeva. Sua madre, disperata, non aveva più latte da dare. Quella donna lo ha preso tra le braccia e ha offerto anche a lui il proprio latte”. In mezzo a tanto dolore, ha scelto di condividere la vita.

Dio non si è sottratto al dolore di questo popolo. È nelle mani dei volontari della Caritas che, fin dalle prime ore dell’emergenza, hanno scavato tra le macerie, distribuito aiuti, ascoltato storie e asciugato lacrime. È nei sacerdoti che hanno trasformato le parrocchie in rifugi quando fuori c’erano solo paura e oscurità. È nella profonda fede delle persone che stiamo incontrando e che si danno da fare, come dicono in molti, “per l’amore di Dio e dei fratelli”. È in una Chiesa che non osserva certo da lontano, ma rimane accanto alle persone, condividendo “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono” (GS, 1).

Ed è nel gesto di quella madre che, senza conoscere quel bambino, ha scelto di nutrirlo come fosse suo, espressione del Vangelo che prende carne, di una maternità che supera ogni appartenenza e della vita che si ostina a fiorire proprio dove la morte sembrava aver detto l’ultima parola.

Aggiornato il 06/08/26 alle ore 00:18