Fra macerie e comunità
La notte del terremoto, a Playa Verde, nello Stato di La Guaira, la strada è diventata il luogo dove aspettare il giorno. Migliaia gli edifici danneggiati dal sisma, continui i rumori delle macerie che cadevano dalle crepe dei palazzi, impossibile rientrare nelle abitazioni..
«È stato terribile», racconta Yahaira Suaje, 40 anni. Era in casa con i suoi bambini quando la terra ha iniziato a tremare. La sua abitazione non è crollata completamente, ma la paura è rimasta. «Le strade erano bloccate, c’erano edifici distrutti e uomini e donne sotto le macerie. C’erano persone che hanno perso i loro bambini».
Per raggiungere un luogo sicuro Yahaira ha camminato a lungo, insieme alla famiglia, cercando strade ancora percorribili. È arrivata fino ai punti di raccolta degli aiuti dopo aver attraversato una città ferita. «Nella nostra zona molti palazzi erano quasi completamente distrutti. Fortunatamente non ho perso nessuno della mia famiglia, ma altre persone che conosco non sono state così fortunate».
Il terremoto del 24 giugno ha colpito un Venezuela già provato da una lunga crisi sociale ed economica. Il bilancio diffuso dalle autorità parla di 3.535 vittime e oltre 16 mila feriti. Migliaia di persone sono rimaste senza casa, soprattutto nelle aree settentrionali del Paese e nello Stato di La Guaira, uno dei territori maggiormente colpiti.
La tragedia non ha soltanto aperto ferite nuove, ma ha aggravato fragilità già presenti: difficoltà nell’accesso ai servizi, precarietà abitativa e risorse limitate per affrontare una fase di emergenza e poi di ricostruzione.

Mentre le squadre di soccorso hanno lavorato tra le macerie alla ricerca dei dispersi, nelle parrocchie e nei centri Caritas è iniziato un altro tipo di risposta: quella fatta di persone che raccolgono, organizzano e distribuiscono aiuti.
A El Paraíso, nella chiesa di Nostra Signora di Coromoto, Miriam Rosales Varelas, insegnante e volontaria, coordina insieme ad altri il sostegno alla popolazione. «È stata un’esperienza importante per me, perché ho potuto dare il mio contributo ai nostri fratelli e sorelle venezuelani. Abbiamo lavorato tutti insieme, con amore e fratellanza».
Nei giorni successivi al terremoto, il centro è diventato un punto di incontro per persone di età e provenienze diverse. «È stato bello vedere ragazzi, adulti e anziani offrire il proprio servizio con gioia. È stata una benedizione».
Tra chi passa le giornate a preparare gli aiuti c’è anche Diego Rosas, studente universitario. Da una settimana lavora a tempo pieno nelle attività logistiche: caricare e scaricare camion, sistemare materiali, preparare rifornimenti destinati alle persone colpite.
«È un lavoro duro, ma è la cosa più utile che posso fare», racconta. «Non posso andare a cercare le persone sotto le macerie, ma inviando aiuti ai soccorritori e alle famiglie colpite è come essere lì con loro».
Per Diego, arrivato da poco a Caracas, questi giorni sono stati anche un incontro inatteso con una comunità più grande. «Non conoscevo quasi nessuno, ma ho avuto la possibilità di incontrare moltissime persone arrivate anche da altri Stati per offrire il loro aiuto».
Anche John Nisbargas, seminarista dei Missionari della Consolata, ha scelto di impegnarsi nella risposta all’emergenza. Il suo lavoro si è concentrato soprattutto nella gestione degli alimenti: preparare pacchi, controllare le forniture, organizzare la distribuzione.
«Il terremoto ha ferito tutto il Venezuela, per la morte e la perdita di così tante persone. Sono grato di poter contribuire, anche attraverso piccoli gesti».
Tra le persone impegnate nel servizio c’è anche suor Aura Arevalo, missionaria delle Suore Colombiane della Consolata. Nei giorni dell’emergenza è rimasta colpita soprattutto da un elemento: «Il silenzio delle persone. Come se avessero accettato quello che è successo ».
Ora comincia la fase più lunga: quella della ricostruzione. Non tanto delle abitazioni danneggiate e delle infrastrutture colpite, per quelle ci vorrà tempo; ma delle relazioni e della fiducia delle comunità. Dopo i primi giorni dell’emergenza, il bisogno più grande sarà accompagnare le famiglie, sostenendole nel ritorno alla normalità.
In questo percorso la risposta non arriva soltanto dai territori colpiti. La rete Caritas internazionale si è mobilitata per sostenere il lavoro delle comunità locali, rafforzando gli interventi di assistenza e accompagnamento rivolti alle persone più vulnerabili.
Tra volontari, operatori pastorali e persone che hanno perso tutto, continua un lavoro quotidiano fatto di gesti concreti: preparare un pacco alimentare, organizzare un aiuto, ascoltare una famiglia, restare accanto a chi sta vivendo le conseguenze del terremoto. È da questa prossimità, prima ancora che dalla ricostruzione materiale, che può iniziare il cammino del Venezuela verso la ripartenza.
Il 26 luglio Colletta nazionale per le popolazioni del Venezuela – Caritas Italiana
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