08 Gennaio 2026

Se la terra scompare

Dagli slum urbani: la crisi climatica in Bangladesh, attraverso le storie di donne e comunità accompagnate da Caritas

Sutarkhali, Bangladesh. Maggio 2024. Durante il ciclone Remal, il fiume Shibsha è esondato e ha scavato la terra fino a spezzare in due la comunità di Jhulonto Para. Quella che era l’estremità di questa terra, è diventata una piccola isola, dove oggi vivono circa 100 famiglie. Altre 350 famiglie hanno perso tutto e sono state costrette a migrare verso altre aree del Paese.

Protapnagar, Bangladesh. Maggio 2024. Durante l’alta marea, il fiume Khopotakha ha sfondato un argine e una quantità enorme di acqua si è riversata nel territorio circostante, allagando le case e i mezzi di sostentamento di 20.000 famiglie, che sono state costrette a migrare.

Questi eventi non sono casi isolati. La posizione e la conformazione geografica della fascia costiera del Bangladesh, attraversata da migliaia di fiumi e situata appena sopra il livello del mare, rendono le comunità che vi risiedono estremamente vulnerabili a cicloni, alluvioni e inondazioni, erosione delle rive fluviali, innalzamento del livello del mare e crescente livello di salinità dell’acqua e del terreno, che rende sempre più complicato coltivare la terra.

Il cambiamento climatico sta esacerbando questi rischi: l’aumento della temperatura delle acque oceaniche contribuisce a rendere più intensi i cicloni e le mareggiate, mentre l’innalzamento del livello del mare e le alterazioni nei regimi delle precipitazioni favoriscono alluvioni più estreme e un’ulteriore intrusione salina nei suoli e nelle falde. Per le famiglie che vivono in queste zone, l’acqua potabile è un tesoro raro, dove ogni singola goccia è inestimabile.

Per la maggior parte delle comunità costiere, la pesca nelle foreste di mangrovie, le Sundarbans, e nella Baia del Bengala, rappresenta la principale fonte di sostentamento. La foresta, ricca di risorse e protezione contro venti, mareggiate ed erosione delle rive, nasconde tuttavia dei pericoli: i pescatori sono esposti a frequenti attacchi di tigri e coccodrilli, e alle estorsioni da parte di banditi, che sfociano in molti casi in episodi di violenza. Molti pescatori perdono la vita ogni anno, esponendo le loro famiglie a vulnerabilità socio-economiche estreme. Inoltre, per preservare le risorse della foresta, l’accesso ad essa è vietato per sei mesi all’anno, durante i quali gli uomini vanno a lavorare nelle risaie o nelle città, lasciando donne e bambini esposti a insicurezza alimentare e a violenze. La presenza di “stagioni magre” non riguarda solo i pescatori delle Sundarbans: questi periodi di carenza di lavoro causano insicurezza alimentare in vaste aree rurali del Paese, spingendo molti a migrare per la stagione o in modo definitivo.

Diverse comunità indigene e marginalizzate, tra cui i Rishi, i Dalit e i Munda, continuano a subire esclusione sociale e discriminazioni profonde, essendo fuori casta, e quindi intoccabili.

La maggior parte di queste comunità non ha terre, e chi possiede piccole porzioni di terreno si trova frequentemente a lottare con potenti élite locali per difendere la propria legittima proprietà.

In questo contesto, Caritas Bangladesh – Regione di Khulna supporta le comunità più vulnerabili attraverso interventi di varia natura: costruzione di abitazioni e di rifugi resistenti ai disastri e accessibili a persone con disabilità; distribuzione di kit di pronto soccorso e di salvataggio; realizzazione di ponti per comunità isolate; promozione di sistemi di allerta e di piani comunitari di risposta; rafforzamento dei comitati per la gestione dei disastri; sostegno a mezzi di sussistenza resilienti ai cambiamenti climatici, campagne di advocacy e sensibilizzazione su rischi climatici, salute e inclusione sociale.

Nonostante gli sforzi di Caritas Bangladesh e di altre organizzazioni, la vita di queste comunità resta estremamente complicata. Nell’intero Paese, le migrazioni interne, soprattutto verso le città, sono in forte aumento. Dhaka, Khulna e Chittagong sono le principali città di destinazione. Migranti climatici ed economici si mescolano quindi in città sempre più affollate, dove molti non hanno accesso ad una stanza e sono costretti a vivere negli slum, sperimentando un nuovo tipo di marginalità, dove la vulnerabilità non scompare, ma cambia forma.

Fatema (38 anni) è solo una bambina quando un’alluvione distrugge la sua casa e i campi coltivati dalla sua famiglia a Satkhira. Il padre decide di portare la famiglia a Khulna, ma il suo lavoro a giornata non è sufficiente a sostenerli e, a 12 anni, Fatema inizia a lavorare in una sartoria. Quando ha 15 anni, la sua famiglia non riesce a mantenerla e la cede in sposa a un uomo violento. Il padre di Fatema non riesce a pagare la dote alla famiglia del marito, e inizia così una nuova vita di abusi e violenze da parte di questi ultimi. Fatema è una prigioniera: una visita ad una vicina si trasforma in un pestaggio pubblico da parte del marito. La famiglia di Fatema le intima di non rompere il matrimonio, ma è il marito a lasciarla per sposare un’altra donna. In seguito alla morte del padre, Fatema vive con la madre e il figlio, guadagnando qualche soldo come sarta. Nel 2024, il ciclone Remal danneggia gravemente la sua casa. Quella notte, Fatema cerca di rinforzare la parte rimasta del tetto, ma la casa si allaga completamente e tutti e tre salgono sul letto; protegge il figlio con il corpo e piange con la madre, hanno paura di non sopravvivere alla notte.

Fatema Khatun (38 anni, Montur Colony, Circoscrizione 21, Khulna City Corporation) mostra il cartello di Emergenze Complesse in Bangladesh appeso fuori dalla sua casa.

Le comunità degli slum sono estremamente vulnerabili a disastri di varia natura. La fragilità e l’altissima densità delle abitazioni, l’inadeguatezza di canali di scolo e di altre infrastrutture, l’assenza di vie di fuga accessibili e sicure, l’assenza di piani di risposta condivisi, l’incapacità di prevenzione e di risposta delle famiglie che vivono in condizioni di povertà estrema e non sono adeguatamente informate, espongono queste comunità a cicloni e piogge torrenziali, allagamenti e inondazioni, incendi che si diffondono rapidamente da una casa all’altra.

La storia di Fatema fa luce inoltre su un altro problema critico e molto diffuso: la violenza sulle donne. Come evidenziato nel “Violence Against Women Survey” (2024), tre donne Bangladesi su quattro riportano di aver subito violenze fisiche, sessuali, emotive, economiche o di altro tipo, solitamente da parte del marito e dei suoi famigliari, con cui la moglie condivide quasi sempre la casa.

Le donne che vivono negli slum sono esposte a un rischio nettamente maggiore di subire violenza domestica, a causa della forte precarietà abitativa, dell’assenza di reti di supporto e della maggiore dipendenza economica dal partner, mentre tensioni legate al pagamento della dote generano ulteriori conflitti.

Le spose in un’età compresa tra i 15 e i 19 anni sono maggiormente a rischio di subire violenza. A causa della povertà estrema delle famiglie, molte bambine e giovani ragazze cadono vittime di matrimoni precoci, che spesso si traducono in nascite di bambini malnutriti, dipendenza economica e violenza. L’abbandono scolastico, il lavoro e lo sfruttamento minorile non sono rari, per quanto restino realtà profondamente dolorose.

L’ampio uso di droghe e la diffusione del gioco d’azzardo amplificano ulteriormente la violenza contro le donne e i bambini: la dipendenza mina la stabilità economica della famiglia, alimenta frustrazione, scatena comportamenti antisociali e può tradursi in episodi di abuso e violenza.

Molte donne restano quindi intrappolate in relazioni violente di cui quasi nessuna parla, perché la violenza è considerata parte della vita coniugale, per timore di rompere la famiglia o di comprometterne l’onore, o per paura delle ritorsioni del partner.

Anche la storia di Nargis (33 anni) inizia sulle rive di un fiume, a Protapnagar. Quando l’erosione fluviale consuma la loro terra, la famiglia di sua madre migra a Khulna. Suo padre, originario del Pakistan, era rimasto in Bangladesh dopo la Guerra di Liberazione e lavora come guidatore di Risciò. Come la madre e i nove fratelli, Nargis subisce violenze da parte dell’uomo, tossicodipendente e giocatore d’azzardo. Come Fatema, anche lei viene data in sposa a soli 14 anni a un marito anche lui violento e dipendente da droghe. In seguito alla nascita della figlia, Nargis prende in prestito una somma di denaro, che però cede interamente ad un uomo che le sembra gentile, che le promette un lavoro e una nuova vita in Arabia Saudita. Il trafficante la fa partire e la cede come schiava ad una famiglia, che paga lui per il lavoro di lei, la picchia e la strema, le impedisce di parlare con la famiglia. Quando prova a togliersi la vita, solo un suo cambio di idea le permette di salvarsi legandosi delle fasce ai polsi. Un giorno, qualcuno sente un suo urlo e chiama un’organizzazione, che non riesce a farla tornare a casa ma le permette di lavorare per un’altra famiglia. Anche qui viene maltrattata, ma la nuova famiglia si stanca dei suoi lamenti e la porta in ambasciata. Nargis torna a casa senza denaro né speranza. Come la maggior parte delle donne vittime di tratta, subisce l’odio e l’isolamento da parte della famiglia e dell’intera comunità. Dopo anni di violenze e discriminazione, Nargis prende per mano la figlia e in braccio il secondo figlio, e raggiunge i binari che attraversano lo slum. Lei e i suoi bambini vengono salvati da alcuni passanti appena prima del passaggio del treno. Pochi giorni dopo, Nargis si impicca in casa sua, ma anche questa volta viene salvata e trascorre alcuni giorni in terapia intensiva. Oggi, Nargis lotta per un nuovo inizio.

Nargis Khatun (33 anni, Bihary Colony, Circoscrizione 12, Khulna City Corporation)

Come riportato dall’IOM, il Bangladesh è uno dei paesi con il più alto tasso di emigrazione al mondo. Milioni di Bangladesi vivono già all’estero, e centinaia di migliaia lasciano il Paese ogni anno (il tasso di emigrazione netta è stato di quasi 500 mila persone nel 2024). La migrazione all’estero si traduce in alcuni casi in un sostanziale miglioramento della qualità della vita per la persona migrante e per la sua famiglia.

I trafficanti fanno leva su questo sogno, ingannando soprattutto chi è più vulnerabile. Una persona che cade vittima della tratta non sempre riesce a liberarsi e, se ci riesce, torna spesso senza niente in mano. Quando un piano migratorio, che comporta ingenti spese da parte dell’intera famiglia, fallisce, ricominciare è molto complicato. Inoltre, quando la vittima di tratta che torna in Bangladesh è una donna, si crede che questa abbia ricevuto violenza sessuale e che quindi la sua purezza sia persa per sempre, si pensa che abbia contratto AIDS o altre malattie, o più semplicemente che abbia condotto attività non rispettabili.

Anawara (62 anni) si trasferisce a Khulna con suo marito e i suoi cinque figli nel 2009, quando il ciclone Aila distrugge la loro casa a Koyra. Quando arrivano in città vivono in cortili di case altrui. Essendo da sempre contadini, faticano a trovare lavoro: il marito lavora alla giornata, un giorno sì e due no, mentre lei chiede l’elemosina, facendo di tanto in tanto le pulizie. Poi finalmente trovano un posto dove stare all’interno dello slum. Nel 2020 il marito muore e Anawara conduce lavori saltuari di vario tipo. Uno dei suoi figli, Rassel, ha una grave disabilità, ma ha anche una passione per il tè nero e per le storie quotidiane delle persone, e per questo va ogni giorno al negozietto vicino casa. Rassel riceve simpatia e supporto dal vicinato, pronto ad aiutarlo quando cade a causa delle sue difficoltà motorie, ma non ha accesso alle cure di cui avrebbe bisogno. La cura di Rassel richiede ad Anawara una grande quantità di tempo e di energie.

Gli slum sono abitati da un’alta percentuale di persone con disabilità. Questo è dovuto innanzitutto a condizioni ambientali e sanitarie degradate. Mancano infrastrutture adeguate: acqua potabile, servizi igienico-sanitari, drenaggio, abitazioni resistenti.

Uno degli slum di Khulna

Queste condizioni aumentano l’esposizione a malattie croniche, infezioni, incidenti, che possono generare o aggravare disabilità. Lo stesso vale per i luoghi di lavoro di chi vive negli slum, spesso pericolosi e privi di misure di sicurezze. La povertà estrema è sia causa che conseguenza della disabilità: le famiglie povere non hanno accesso a cure mediche, riabilitazione e prevenzione; inoltre, la disabilità può impedire a una persona di lavorare e richiedere continue cure da parte delle donne della famiglia, aumentando ulteriormente la povertà.

Quando le persone sfollate migrano dalle aree rurali alle aree urbane, incontrano spesso gravi difficoltà amministrative dovute al fatto che la loro residenza è ancora registrata nel luogo di origine. Non avendo una residenza riconosciuta in città, e occupando terreni che non sono di loro proprietà, queste persone non possono accedere ai servizi essenziali e ai programmi di protezione sociale previsti dal governo per i residenti.

Condizioni igienico-sanitarie inadeguate, infrastrutture insufficienti, alta percentuale di persone con disabilità, vulnerabilità abitativa ed esposizione a disastri naturali, lavoro precario, violenza sulle donne, droghe e gioco d’azzardo, tratta di esseri umani, stigma e discriminazione, sono solo alcuni degli elementi di vulnerabilità che caratterizzano la vita negli slum.

Con il sostegno di Caritas Italiana, della Conferenza Episcopale Italiana e della Delegazione Caritas del Nord-Est, Caritas Bangladesh lavora a fianco di alcune delle comunità più vulnerabili degli slum di Khulna, con interventi olistici che mirano a migliorarne le condizioni di vita e rafforzarne la resilienza: garantendo l’accesso ad acqua potabile e servizi igienico-sanitari sicuri; rafforzando abitazioni per renderle resistenti ai disastri; realizzando interventi infrastrutturali per aumentare la sicurezza; conducendo attività di sensibilizzazione e di advocacy; favorendo lo sviluppo di redditi alternativi e inclusivi; rafforzando i comitati comunitari per lo sviluppo degli slum.

Grazie al progetto “Emergenze Complesse in Bangladesh”, quando la casa di Fatema è stata colpita dal ciclone Remal, Caritas ha condotto interventi di ristrutturazione e rafforzamento dell’abitazione, che l’hanno resa resistente a disastri multipli. Fatema ha partecipato inoltre a numerose attività di sensibilizzazione: adesso conosce tutti i numeri di emergenza, adotta migliori pratiche igienico-sanitarie e nutrizionali, è capace di riconoscere uomini disonesti e trafficanti. Dopo avere ricevuto un supporto per la sua attività di sartoria, oggi impartisce lezioni gratuite di cucito ad altre donne della comunità.

Nargis ha ottenuto attenzione e ascolto da parte degli operatori di Caritas impiegati nel progetto “Stronger Together”, che stanno portando avanti un difficile lavoro di mediazione con la famiglia e di sensibilizzazione comunitaria. Inoltre, attraverso attività di advocacy presso il Dipartimento per lo Sviluppo delle Donne, Caritas ha permesso a Nargis di seguire un corso per estetista. Adesso Nargis offre servizi di estetica a domicilio, dal momento che la sua casa non è adeguata a ricevere clienti. Gli strumenti di cui dispone sono ancora molto limitati, ma Caritas continua a seguirla nel suo percorso di rinascita.

Anche Anawara ha partecipato al progetto Emergenze Complesse in Bangladesh, attraverso il quale ha ricevuto un supporto per iniziare la sua attività come venditrice di vestiti, che le permette di essere flessibile ed è compatibile con la cura di Rassel. Il reddito di Anawara è ancora limitato e varia molto di giorno in giorno, ma le permette di pagare alcuni dei trattamenti medici di cui Rassel ha bisogno.

La storia di Shuli (36 anni) inizia in modo molto simile alla storia di Fatema, di Nargis, e di molte altre come loro: migrata a Khulna in seguito ad un’alluvione, impiegata in una fabbrica tessile a 12 anni, data in sposa a 16, prigioniera nella casa del marito. Durante la pandemia di COVID, si è dimostrata sempre più attiva durante le attività di sensibilizzazione organizzate da Caritas nell’ambito del progetto “Hope 2”. Gradualmente, viene riconosciuta come una dei leader della comunità ed entra a far parte del Comitato per lo Sviluppo dello Slum. Grazie al suo ruolo e alla sua conoscenza approfondita di tutte le famiglie della comunità, delle problematiche e delle attività svolte in passato, Shuli è un punto di riferimento per il governo locale e per organizzazioni non governative. Grazie al suo impegno in varie attività di advocacy, è riuscita ad ottenere un programma educativo per i bambini dello slum, accesso all’acqua potabile per l’intera comunità, e indennità governative per le persone con disabilità. Ha personalmente impedito il matrimonio di una bambina, contattando le autorità competenti e avviando un dialogo con l’uomo che voleva sposarla. La forza di Shuli e il suo contributo alla comunità sono il risultato di una rara energia interiore portata alla luce e valorizzata attraverso il lavoro e la dedizione di Caritas.

Shuli Begum (36 anni, Pora Modjid, Circoscrizione 13, Khulna City Corporation)

Le storie di Fatema, Nargis, Anawara e Shuli non sono solo testimonianza della sofferenza. Sono anche prova della forza che, nonostante tutto, resiste. Una forza che cresce quando qualcuno la vede, la accompagna, la sostiene.

Il lavoro di Caritas Bangladesh non è solo progetti: è presenza, ascolto, prossimità. È costruire casa dove la terra crolla, vicinanza dove la violenza isola, fiducia dove la speranza si incrina. In questa difficile missione, Caritas Italiana rinnova il suo sostegno e la sua vicinanza alla Caritas Sorella.

Isola di Jhulonto Para, Sutarkhali, Divisione di Khulna.
Aggiornato il 08/01/26 alle ore 11:36