I topi e la guerra
La chiave di casa. Un piccolissimo oggetto, ma con una simbologia enorme: autonomia, privacy, famiglia, protezione…le chiavi della propria casa sono una delle cose più preziose che abbiamo. Per centinaia di migliaia di famiglie palestinesi, da quasi ottanta anni le chiavi di quelle case da cui i nonni o i bisnonni sono fuggiti rappresentano molto di più: la Nakba, “la catastrofe” che li strappò dalle proprie terre.
Sapevamo che era una ferita ancora aperta, simboleggiata ancora, tenacemente, da quelle chiavi che ogni famiglia conserva di padre in figlio, nella speranza mai sopita del ritorno a casa. Speravamo però che il popolo palestinese non fosse più costretto a vivere quell’esodo forzato che nel 1948 portò via 700mila persone dalle proprie terre e dalle proprie case, occupate dal neonato stato di Israele, nato proprio il 14 maggio dello stesso anno. Eppure, dopo quasi ottanta anni, il popolo della Palestina vive oggi una tragedia ancora peggiore, a Gaza e in Cisgiordania.
Oggi come allora, di fronte a questa catastrofe il mondo rimane pressoché indifferente. Nel 1948, finita la “prima guerra arabo-israeliana”, lo stato ebraico impedì il ritorno alle proprie case a tutte quelle famiglie di profughi, contravvenendo al diritto internazionale, che in quegli anni muoveva i primi passi, e alla risoluzione 194 delle Nazioni Unite che obbligava lo stato occupante a facilitare il rientro dei profughi. Furono allestiti campi profughi nei paesi arabi vicini e nei territori palestinesi rimasti fuori dal controllo diretto di Israele, ma nessuno, in occidente, si batté con decisione per il diritto di 700mila persone, che chiedevano semplicemente di poter tornare nelle proprie case, ormai occupate in modo permanente da famiglie israeliane.
E invece oggi, nei nuovi campi profughi della Striscia di Gaza, i ratti mordono le dita dei bambini palestinesi, assaltano e contaminano le poche provviste che le famiglie stipano nelle tende e sotto le macerie di case e palazzi distrutti mangiano i cadaveri di uomini, donne e altri bambini, uccisi dalle bombe israeliane. «L’incubo a Gaza ha raggiunto un livello che molti credevano che l’umanità non avrebbe mai visto» raccontano gli operatori di Caritas Gerusalemme, «Famiglie che hanno già perso le loro case, i loro cari, la loro sicurezza e la loro dignità stanno ora combattendo un nuovo nemico nell’oscurità dei campi di tende sovraffollati: ratti e parassiti». Montagne di rifiuti e macerie non raccolti, con i cadaveri che ancora giacciono sotto i detriti, ricoprono interi quartieri, creando luoghi ideali per la riproduzione di insetti, ratti e malattie. Le mosche si riversano attraverso le tende, portando epatite A e gravi malattie diarroiche.
I ratti mordono le dita dei bambini palestinesi, assaltano e contaminano le poche provviste che le famiglie stipano nelle tende e sotto le macerie di case e palazzi distrutti mangiano i cadaveri di uomini, donne e altri bambini, uccisi dalle bombe israeliane

Ratti e topi diffondono infezioni mortali tramite morsi, urina, saliva, pulci ed escrementi. I medici temono focolai di Hantavirus, Leptospirosi, Salmonellosi, febbre da morso di ratto e persino peste. «Le nostre squadre mediche trattano ogni singolo giorno incidenti legati ai roditori», ha riferito un medico di Caritas Gerusalemme. «E l’estate non è nemmeno ancora arrivata». Per quanto possa sembrare terrificante, gli esperti medici avvertono che questo potrebbe essere solo l’inizio. «Quanto può peggiorare quando i bambini non hanno più paura solo delle bombe, ma di ciò che striscia su di loro mentre dormono?» dice un operatore di Caritas Gerusalemme. Eppure, in qualche modo, a Gaza – la situazione peggiora ancora.
Pensavamo che la Nakba, la catastrofe, fosse finita, e invece anche oggi, sempre più spesso, i coloni israeliani attaccano i villaggi palestinesi per cacciare le famiglie dalla terra che abitano da sempre, di cui si prendono cura. Nel 2026 gli attacchi sono stati 760[i]. In Cisgiordania Violenza, sfollamenti, restrizioni all’accesso e alla circolazione e danni alle infrastrutture essenziali stanno aggravando i bisogni umanitari. In questi primi mesi del 2026, sono già 44 i palestinesi ammazzati dagli israeliani nella Cisgiordania, vittime dei coloni e delle forze di sicurezza.
Ratti e topi diffondono infezioni mortali tramite morsi, urina, saliva, pulci ed escrementi. I medici temono focolai di Hantavirus, Leptospirosi, Salmonellosi, febbre da morso di ratto e persino peste
Pensavamo che la tragedia fosse finita, e invece intere generazioni di palestinesi sono state ammazzate, mutilate, arrestate, torturate. Più di 72mila morti ammazzati a Gaza, tra cui più di 21mila bambini. Se stendessimo a terra i corpicini di questi piccoli, uno di fianco all’altro, coprirebbero tutta la distanza che dalla Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme porta alla Basilica della Natività a Betlemme: dieci chilometri di bambini morti, stesi uno di fianco all’altro, su entrambi i lati della strada.
La catastrofe per il popolo palestinese non è finita, anzi peggiorerà, almeno questo è ciò che pensa P., israeliano, da sempre impegnato per costruire la pace con i palestinesi. La sua organizzazione collabora da tempo con Caritas Italiana, per educare i giovani della Terra Santa ad una convivenza pacifica.
Più di 72mila morti ammazzati a Gaza, tra cui più di 21mila bambini […]: dieci chilometri di bambini morti, stesi uno di fianco all’altro, su entrambi i lati della strada.
Per ripristinare una giustizia storica che la propaganda vuole cancellare, da entrambe le parti. R., anche lui parte di un’associazione con cui la Caritas opera nel territorio, ci crede ancora che sia possibile, ma non ce la fa più, ha deciso di rimettere il suo incarico. Troppa sofferenza, troppo dolore, ha bisogno di una pausa. Dalla ferita aperta della Nakba sono prolificati i germi di quasi ottanta anni di guerra, che ancora seminano morte e dolore in quella terra che ci ostiniamo a chiamare Santa. La storia ce lo insegna, violentemente, ancora una volta: non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono.
[i] I dati riportati sono forniti dall’agenzia delle Nazioni Unite OCHA, reperibili al sito web https://www.ochaopt.org/
Aggiornato il 14/05/26 alle ore 10:41

