Bologna: Giulia e le parole per rinascere
Ci sono voci che la vita ha ridotto al silenzio. Voci che non si facevano più sentire, tanto “chi vuoi che si interessi a noi?”. Voci che poi negli ultimi otto anni si sono ritrovate a trasvolare su paesi e città grazie a un programma radio. Così in tanti le hanno ascoltate. E sono tornate a crederci. La spallata l’ha data RadioEstensioni, il progetto di inclusione e creatività promosso dalla Caritas diocesana di Bologna in collaborazione con la bolognese Radio Città Fujiko, che si rivolge a persone in condizione di disagio psico-sociale segnalate dal Centro di Ascolto della Caritas. Giulia Altieri, coordinatrice del Centro di ascolto diocesano, come gli altri operatori non si è limitata a segnalare, ma ha accompagnato, ci ha creduto prima e più delle persone con cui ha fatto un pezzo di strada insieme. E ci crede ancora. Da venti anni. Da quando ha svolto in Caritas l’anno di servizio civile e poi, una volta terminata l’esperienza, ha deciso di restare.
Nel frattempo le testimonianze di RadioEstensioni sono finite nel libro “Ti aspetto fuori”, che avete presentato recentemente. RadioEstensioni e “Ti aspetto fuori”: due titoli che presuppongono allargamento, uscita.
«Entrambi richiamano una dinamica tra il dentro e il fuori. Una distinzione che non è mai così netta come sembra: ciò che appare dentro potrebbe in realtà essere fuori, e viceversa. Il progetto gioca proprio su questo binomio. Da una parte c’è l’idea di portare fuori ciò che ognuno custodisce dentro di sé e che spesso non trova uno spazio per essere espresso e ascoltato. Dall’altra c’è uno dei principi che accompagnano da sempre il lavoro della Caritas: dare voce a chi non ha voce. Il titolo del libro, “Ti aspetto fuori”, nasce dall’idea di uno dei protagonisti del progetto, una delle voci che partecipano al programma radio fin dal primo giorno. Il suo era un invito molto concreto a uscire fuori, cioè dove lui viveva abitualmente: in strada, quindi fuori dagli schemi, fuori da alcuni contesti sociali. Era un modo per dire: vieni a conoscere il mio mondo, il mio “fuori”».

Otto anni di radio. Il progetto si concluderà tra qualche settimana. Che tempo è stato?
«Il progetto è stato una vera e propria scommessa, nel senso che non avevamo proprio idea di quante persone in realtà avrebbero accettato questo invito a… scendere in pista. Abbiamo iniziato a coinvolgere le persone che qui al Centro d’Ascolto conoscevamo da più tempo, che sapevamo avessero tanto da raccontare, anche perché l’idea è quella che secondo noi la scrittura, il racconto, ma soprattutto pensare a quello che devo dire o scrivere, è un buon modo per ricomporre la propria storia, ripensare a una serie di pezzi di vita che magari nella quotidianità sono rimossi, accantonati, e quindi ricostruirsi. Mi ricordo, ad esempio, Marco, un signore che adesso ha quasi 80 anni al quale avevo proposto il progetto. Era molto scettico all’inizio, poi dopo un mese mi ha detto: “Fare questa cosa è meglio che andare da uno psicoterapeuta”. O un’altra persona che veniva al Centro di Ascolto già da un po’, sempre silenzioso, con mille resistenze. Portava il bisogno di un aiuto economico, perché di fatto non lavorava da anni. Non riusciva a pagare l’affitto del suo alloggio. Da qualche parola scambiata avevo capito che c’era tanto che potesse raccontare, un passato di attivismo culturale, di letture, una ricchezza che aveva ormai praticamente dimenticato e accantonato perché doveva sopravvivere in qualche modo, per cui gli ho fatto più volte la proposta di RadioEstensioni e mi rispondeva sempre “no”. Poi si è convinto. Beh, adesso lui è diventato un collaboratore della radio, anche al di fuori del progetto, ed è un grande amico di Stefano Migliore, la persona che conduce il programma RadioEstensioni. Oggi si propone anche come relatore in alcuni progetti nelle carceri, nelle scuole. Ha riscoperto un mondo».
Una trentina di persone di dieci nazionalità diverse si sono avvicendate in questi anni ai microfoni di Radio Città Fujiko. Ravvisavate una certa esigenza di raccontarsi anche se nascosta dal pudore, da una bassa autostima?
«Quando proponevamo il progetto, la prima risposta era quasi sempre la stessa: “Ma io non ho niente da dire. A chi può interessare la mia storia?”. In realtà, una volta accolto l’invito, emergeva subito il desiderio di parlare di sé, del proprio punto di vista, di ciò che accadeva intorno, dell’attualità e del mondo. La cosa che mi ha colpito di più è stato proprio lo stupore delle persone nel sentirsi ascoltate. Nei servizi di aiuto, infatti, è inevitabile concentrarsi sui bisogni concreti: ciò che serve oggi, ciò che servirà domani, gli obiettivi da raggiungere… Sono percorsi scanditi da tempi brevi e da esigenze immediate. Qui, invece, le persone avevano una settimana intera per riflettere su ciò che avrebbero raccontato nella puntata successiva. Per molti è stata un’esperienza straordinaria proprio perché nessuno aveva mai concesso loro quel tempo».

RadioEstensioni non è un momento slegato dagli altri: fa parte del cammino della persona da voi accompagnata. Qual è il legame tra il progetto e il lavoro quotidiano del Centro di Ascolto della Caritas Diocesana di Bologna?
«Il primo legame è molto semplice: tutte le persone coinvolte sono passate dal Centro di Ascolto. Da noi chi incontra una persona continua a seguirla nel tempo. Questo permette di costruire una relazione di fiducia. Sappiamo bene che molti aspetti emergono solo con il passare del tempo: spesso una persona arriva con un bisogno preciso, ma dopo alcuni incontri emergono altre esigenze, fragilità, pezzi della sua storia che inizialmente erano rimasti nascosti. Parallelamente lavoriamo anche sugli obiettivi concreti: trovare una casa, accedere a una struttura di accoglienza, entrare in una residenza protetta, costruire percorsi di autonomia. Penso, ad esempio, a una studentessa arrivata dall’Iran. Era sola e viveva una situazione molto complessa. Attraverso il percorso svolto con noi e grazie anche alla partecipazione alla radio è riuscita a costruirsi una rete di relazioni, a integrarsi nella comunità e a raggiungere una maggiore stabilità».
Nel progetto avete previsto anche un “gettone di presenza”. Non certo per attribuire un valore economico alla partecipazione di ciascuno.
«Infatti. Un modo per riconoscere concretamente il loro impegno. Per alcune persone, che da anni vivono ai margini del mondo del lavoro o all’interno di circuiti assistenziali, è stato anche un’occasione per sperimentarsi nuovamente nella responsabilità e nella continuità. Per la studentessa alla quale accennavo prima, ad esempio, quel sostegno si è rivelato particolarmente importante. È poi riuscita a ricongiungersi con il figlio. Oggi è sposata e vive a Bologna».
E per te, Giulia, RadioEstensioni cosa ha rappresentato all’interno di questo tuo cammino ventennale in Caritas?
Anzitutto è stata la conferma che si può collaborare e costruire dal niente insieme, con realtà completamente diverse da noi, come Radio Città Fujiko. Si può dialogare, si può mettere in piedi qualcosa di veramente bello, ciascuno mantenendo la propria identità ma accogliendo le idee dell’altro».

Se è vero che dalle storie degli altri capiamo meglio noi stessi, cosa ha capito Giulia di sé dopo l’ascolto delle puntate di RadioEstensioni?
«Dopo l’ascolto, durante l’ascolto, prima dell’ascolto… perché io spesso seguo anche la registrazione delle puntate, che vanno in onda il giovedì pomeriggio. E quante volte le ho ascoltate on demand durante i miei lunghi viaggi da Bologna a Bari, la mia città di origine. A un certo punto mi è sembrato di stare in una specie di viaggio spazio-temporale e ho confermato a me stessa l’idea che ognuno di noi è una moltitudine e dentro quella moltitudine si può dare voce a tutti i pensieri, riuscire a trovare un modo per esprimerli e dunque esprimere parti di te che normalmente tieni in silenzio».
Nell’introduzione del libro “Ti aspetto fuori”, che ripropone i testi delle puntate radio, Stefano Migliore, coordinatore del progetto per Radio Città Fujiko, scrive: «Ogni redattore e ogni redattrice è autore (autrice) del proprio testo che può spaziare dall’attualità all’antropologia, dalle storie vissute allo sport, dalla musica alla filosofia… Quelle pagine sono poi diventate quaderni, plichi, montagne di pensieri in libertà, oggi sono questo libro che tenete in mano. Siatene degni. Stefano». Finale bellissimo. Un invito o un imperativo?
«Stefano è stato uno dei fondatori del collettivo di artisti Caucaso, collaboratori del progetto. Una persona che mi ha stupito per la sua curiosità, la sua apertura, la sua voglia e capacità di stare con le persone. Non è facile in questo momento storico trovare persone che nutrano ancora tanta curiosità nei confronti dell’altro, della storia dell’altro. C’è solo paura, diffidenza. Se il “siatene degni” di Stefano sia un invito o un imperativo? Entrambi. O forse è un invito che nasconde un imperativo perché è proprio la decostruzione di qualsiasi forma di giudizio, di stereotipo e di barriera. Stefano Migliore, come ho detto, è una persona curiosa dell’altro e ha tanta fiducia, che poi è ciò che questo libro ci chiede quando lo apriamo. Avere tanta fiducia e maneggiarlo con cura, perché dentro ci sono le emozioni, la vita, i sentimenti, le sconfitte, le perdite, le sofferenze, la dignità di ciascuno di loro, raccontate senza veli».

Alcuni stralci dalle testimonianze del libro (e del programma radio): «Non fate l’errore di arrivare alla mia età aspettandovi tutto dagli altri; prendete il vostro coraggio, la vostra bellezza, e siate cacciatori dei vostri orizzonti», «Oggi penso di iniziare a riprendermi in mano la mia vita per cercare di costruirmi un futuro. So che sarà molto difficile, ma grazie alle Cucine Popolari, dove andavo come volontario, ora sono inserito con una Borsa Lavoro e questo è molto importante per me perché mi rende una persona indispensabile per il Servizio». Giulia, inutile schermirsi: dietro questa ritrovata fiducia, questo coraggio di rimettersi in pista ci siete voi.
«Ci siamo noi nel senso che davvero quando incontriamo le persone proviamo a credere in ognuno di loro, non è che le incontriamo perché abbiamo bisogno di fare dei numeri da presentare: ci interessano e ci interessa che soprattutto escano dalla logica di essere dei numeri che vengono a chiedere qualcosa. Per noi loro sono delle persone. In ogni occasione. Senza sconti. Ad esempio, teniamo tanto al rispetto dell’appuntamento, dell’orario. Qualche volta è successo che abbiamo lasciato fuori qualcuno che aveva dimenticato la tessera della mensa. Sono tutti delle persone adulte e noi è all’adulto in loro che parliamo. Un modo anche per riattivare l’amor proprio, l’autostima. Il “no” serve anche a quello».

In che senso questa esperienza rappresenta un esempio concreto di animazione di comunità, che è uno degli elementi centrali della missione Caritas?
«L’animazione della comunità risiede anche nel mostrare che non serve lo straordinario, perché è in tanti piccoli momenti ordinari che si può stare insieme e condividere. Riuscire a costruire uno spazio nel quale ci si possa incontrare, passare del tempo insieme. Chiunque deve sentirsi accolto. Quello che bisogna incentivare, suggerire ai contesti parrocchiali, alle associazioni, alla società civile, è la creatività, che consente di inventare strategie, modi, luoghi per stare insieme con le persone, camminare accanto alle persone, includere».
Quale ritieni sia il frutto più importante di questi otto anni di RadioEstensioni”?
«Riuscire a scommettere su persone che non avrebbero più scommesso su loro stesse. Tutti possediamo conoscenze, competenze e risorse che aspettano solo di essere riscoperte, valorizzate e condivise».

Archivio rubrica “Voci dai territori
Aggiornato il 23/06/26 alle ore 13:33

