I folli di Dio alle porte di Roma
C’è una cosa che non sapevo, prima di arrivare a Sacrofano: che il nome del paese viene dal latino sacer fanum, il luogo sacro. Un santuario, appunto. O forse solo una promessa di sacralità, che il tempo ha trasformato in un borgo di mille anime sui Colli Sabini, a una mezz’ora esatta di macchina da Roma, più di cinque ore da Lodi invece. Un luogo raggiungibile attraverso una strada che sale tortuosa tra querce e fossi, lontana dall’autostrada e dal suo rumore. Non so se chi ha scelto questo posto per il 45° Convegno nazionale delle Caritas diocesane conoscesse l’etimo. So che ci stava bene, in ogni caso: c’era qualcosa di deliberatamente riparato in quella Fraterna Domus incastonata nella vegetazione, qualcosa che assomigliava a un luogo in cui le cose dette possono pesare davvero, perché non vengono immediatamente sommerse dalla corrente.
Insieme ai miei colleghi compagni di viaggio — Chiara, Beatrice, Erica e Pito — sono arrivato giovedì, il 16 aprile. Cinquecento e più persone — tra direttori di Caritas diocesane, operatori, volontari, qualche giornalista, qualche ospite — che si ritrovavano per quattro giorni sul tema dell’advocacy, cioè, per dirla in modo diretto, della domanda se la carità debba accontentarsi di curare le ferite o debba anche interrogarsi su chi le infligge. Non è una domanda nuova. È anzi una domanda antichissima, che la storia della Chiesa ha risposto in modi molto diversi a seconda dell’epoca. Una parola, advocacy, che Mons. Redaelli (già presidente di Caritas Italiana) ha suggerito di tradurre con profezia.
Devo confessare una cosa, prima di continuare. Non sono un cronista di questo convegno. Semplicemente c’ero. E c’ero in un modo particolare: una mattina, l’ultima mattina, mi sono ritrovato seduto davanti a Romano Prodi con quattro giovani Caritas e un microfono in mano. Moderare un dialogo del genere — tra un uomo che ha contribuito a costruire la storia d’Europa e dei ragazzi che quella stessa Europa oggi la abitano come una promessa incompiuta — è una di quelle esperienze che continuano a lavorarti dentro anche quando sono finite. Per questo sto scrivendo. Non per fare cronaca. Per capire cosa ho visto.
Qui di seguito, se avrai voglia di continuare a leggere, una libera scelta di momenti che mi hanno segnato.
Il cardinale e il folle
Il primo pomeriggio, mentre il convegno ancora si assestava, ho ascoltato l’intervento registrato di una figura che ammiro: il Card. Marengo. Sessantadue anni, missionario della Consolata, Prefetto apostolico di Ulan Bator. È stato il più giovane vescovo italiano fino all’8 marzo 2021, giorno della nomina episcopale di padre Christian Carlassare, anche lui presente al Convegno. Ma soprattutto: l’uomo che vive da vent’anni in Mongolia, il paese incastonato tra Siberia e Cina, il posto che la geografia stessa sembra avere collocato il più lontano possibile dal centro del mondo.

La sua presenza (seppur virtuale) a Sacrofano aveva qualcosa di straniante e di necessario insieme. Perché l’anno scorso, sempre in aprile, nelle librerie italiane era arrivato un romanzo che aveva fatto rumore: Il folle di Dio alla fine del mondo di Javier Cercas, scrittore spagnolo che si presenta sin dalla prima pagina come “ateo, anticlericale laicista militante, razionalista ostinato, empio rigoroso”. Un libro nato su proposta del Dicastero per la Comunicazione del Vaticano — già questo è quasi un paradosso — che racconta il viaggio del settembre 2023 in Mongolia insieme a Papa Francesco. Nel libro compare più volte la Caritas di Ulan Bator, diretta da una missionaria della Consolata, e compare il nome di Marengo come la prima presenza stabile della Chiesa cattolica in quel paese. È lui, in un certo senso, il guardiano di quella fine del mondo.
Cercas scrive che Francesco va in Mongolia
“Per vedere il mondo così com’è dall’unico posto da dove a suo giudizio lo si può vedere: dalla periferia, dalla fine del mondo”
È una frase che risuona in modo strano, se la rileggi mentre sei seduto in un centro congressi sui colli romani, circondato da persone che ogni giorno lavorano nelle periferie d’Italia — nei centri di ascolto, nelle mense, negli sportelli per migranti. Ma forse è proprio questo il punto: la periferia non è un luogo geografico. È una postura. È il punto di vista di chi guarda il centro dal bordo, e per questo vede cose che il centro non riesce a vedere di se stesso.
E Marengo quella postura ce l’ha nel corpo.
“Una cosa assolutamente rivoluzionaria, sovversiva, folle”, scrive Cercas dei missionari. Folle: quella parola torna sempre, in questo giro di storie. Come se il cristianesimo autentico — quello che incontra i poveri, che sta nelle periferie, che non si accontenta di tamponare ma interroga le cause — avesse sempre qualcosa di scandaloso per chi guarda dall’esterno. E forse anche per chi guarda dall’interno.
Le parole che il mondo lascia fuori campo
Marco Girardo è salito sul palco il primo giorno del convegno con un compito che sulla carta sembrava ordinario: introdurre i lavori dal suo punto di osservazione, quello del direttore di Avvenire. Quello che ha fatto, invece, è stato consegnarci una diagnosi del tempo in cui viviamo che è rimasta in sottofondo per tutti e quattro i giorni.
Ha detto che le guerre rischiano di tornare a essere “la grammatica ordinaria della storia”. Ha detto che questo abbassa la soglia dello scandalo, abitua all’inaccettabile, rende plausibile ciò che fino a poco fa avremmo giudicato indegno dell’umano. Ha parlato di democrazie sempre più “emotive, nervose, intermittenti”, di algoritmi che monetizzano l’indignazione, di uno spazio pubblico in cui “l’urto” viene premiato rispetto alla “relazione”.
Ma la cosa che mi ha colpito di più è stata un’altra: il modo in cui ha nominato l’invisibilità come la forma estrema dell’esclusione. Ha citato il lavoratore povero, il giovane disilluso, il migrante ridotto a problema di ordine pubblico, l’anziano solo, “i territori dimenticati, le periferie che nessuno racconta se non quando esplodono.” E ha citato Haiti — “una tragedia storica e contemporanea tenuta ai margini della vista globale, come se un popolo potesse essere condannato non solo alla sofferenza, ma anche all’oblio.”
Stavo ascoltando e pensavo: chi decide cosa entra in campo visivo? Chi sceglie quale guerra merita le telecamere e quale no? Chi stabilisce che una crisi è abbastanza grave da occupare il primo piano dei notiziari e quale invece può essere lasciata scorrere nel rumore di fondo?
Sono domande che il convegno non ha lasciato teoriche.
Il sabato pomeriggio, nella tavola rotonda moderata da Silvia Sinibaldi (vice direttrice di Caritas Italiana e amica lodigiana) e intitolata con una di quelle formulazioni che sembrano semplici ma non lo sono — “Disarmare le parole, per disarmare le menti, per disarmare la terra” — è successa una cosa rara: il convegno ha smesso di essere un convegno ed è diventato qualcosa di più simile a un ascolto.

Monsignor Christian Carlassare, vescovo comboniano di Bentiu, ha parlato per meno di venti minuti. Viene da Schio, in Veneto, ma da anni abita in Sud Sudan — non la capitale, non una città di medie dimensioni, ma Bentiu: una diocesi nata da pochissimo, senza strutture, nel mezzo di un paese che ha più generali che maestri di scuola. Ha raccontato di 150.000 sfollati, di checkpoint in cui bisogna pagare il pizzo per passare, di risorse petrolifere che “diventano una maledizione” perché generano conflitti senza portare benessere. Ha raccontato di un attacco avvenuto il primo marzo scorso, pochi chilometri da Bentiu: 170 persone uccise, tra cui i cristiani di una parrocchia intera, diventati sfollati nella notte.
Mentre parlava, nella sala di Sacrofano c’era un silenzio diverso da quello dei momenti protocollari. Era il silenzio di chi sta ascoltando qualcosa che non vuole perdere.
“Solo la solidarietà e la carità aprono una finestra nuova e una speranza”
ha detto alla fine.
È una frase minima. Quasi insufficiente, a sentirla così, senza il peso di quello che la precede. Ma è anche l’unica cosa vera che si possa dire da lì, da Bentiu. È qui che la terza guerra mondiale “a pezzi” — l’espressione è di Francesco, ma in quel momento sembrava anche di Girardo, di Carlassare, di chiunque avesse occhi abbastanza aperti — smetteva di essere una metafora giornalistica e diventava la descrizione esatta di quello che era nella stanza. Non una guerra continua e visibile, ma un arcipelago di conflitti dimenticati, ciascuno nella sua isola di invisibilità.
Cartabia, Fornero e il coraggio delle domande difficili
Prima di arrivare all’ultimo giorno — a Prodi, ai giovani, alla domanda che mi avrebbe accompagnato a lungo — devo fermarmi un momento sul venerdì. Perché anche lì, nella tavola rotonda del mattino intitolata “Essere voce nella storia”, era successa qualcosa di significativo.

Marta Cartabia ed Elsa Fornero. Due ex ministre, due figure che la politica italiana ha trattato più con ingratitudine che con ammirazione, quella che di solito si riserva a chi ha il coraggio di fare scelte impopolari nell’interesse collettivo. Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale e ministro della Giustizia, portatrice di una riforma processuale che qualcuno ha boicottato prima ancora di capirla. Fornero, che il nome di una legge previdenziale ha trasformato in bersaglio di una cultura politica incapace di distinguere tra il messaggero e il messaggio.
Vederle a un convegno Caritas, a ragionare insieme di come le comunità possano farsi voce dei più fragili, aveva qualcosa di rivelatore. Non perché fossero fuori posto — anzi, erano perfettamente in posto — ma perché il loro essere lì diceva qualcosa di importante su cosa sia, o dovrebbe essere, la politica: non la gestione del consenso, ma l’assunzione di responsabilità verso chi non ha potere contrattuale, verso chi non riesce a farsi sentire attraverso i normali canali della rappresentanza.
È questa, in fondo, la definizione di advocacy che il convegno aveva scelto come tema: non la pressione dei gruppi organizzati, ma la voce costruita per chi non l’ha. La Caritas come “sentinella” — parole usate poi da don Pagniello nelle conclusioni. Una funzione che presuppone indipendenza, che presuppone il coraggio di disturbare, di essere scomoda, di non accontentarsi del ruolo di ammortizzatore sociale.
La domanda che nessuno aveva ancora posto
L’ultima mattina: domenica 19 aprile. I lavori si concludevano con la tavola rotonda sulla politica e sull’Europa.
Ho passato parte del sabato sera ad affinare l’introduzione e la colazione di domenica a fare il punto con i giovani che avrebbero partecipato alla tavola rotonda. Decidere la sequenza delle domande, cercando di immaginare quali nodi potessero essere interessanti per il professore, Romano Prodi. Insieme a me, i quattro giovani seduti accanto a lui: Matteo, Giulia, Thomas, Viola — ragazzi che a vario titolo hanno incrociato Caritas nel loro cammino di vita e che si sono trovati a dialogare con uno dei padri fondatori dell’Europa unita.

C’è una scena del libro di Cercas che mi era tornata in mente quella sera: lo scrittore che sale sull’aereo per la Mongolia portandosi dietro la domanda di sua madre — se dopo la morte rivedrà suo padre — come se quella domanda privata e quasi infantile fosse l’unica vera ragione per cui vale la pena intraprendere un viaggio così lungo. Cercas scrive di sé stesso come “un folle senza Dio che insegue il folle di Dio fino alla fine del mondo”. C’è qualcosa di bello in quella immagine: l’idea che le domande più importanti siano quelle che sembrano troppo semplici per essere dette ad alta voce, e che per risponderle si debba essere disposti a percorrere distanze inattese.
Mi chiedevo cosa stesse portando con sé ciascuno dei quattro giovani in quella sala. Cosa volessero davvero chiedere a quell’uomo.
Romano Prodi è arrivato puntuale, con quella sua allure tranquilla che non cerca l’effetto. Ha ascoltato le prime domande con attenzione, ha risposto senza sbavature e senza evasioni. Quando i giovani hanno sollevato il tema dell’Europa — come la si vive da fuori, come appare dall’ascolto quotidiano dei poveri nei centri Caritas, come si concilia la costruzione di mercati e regolamenti con l’urgenza di chi non riesce ad arrivare a fine mese — Prodi ha detto una cosa che aveva il peso di una diagnosi: “L’Europa potrebbe essere un gigante economico ma è un nano politico perché non c’è unanimità.”

Non era una provocazione retorica. Era la descrizione di un meccanismo che lui ha vissuto dall’interno, come presidente della Commissione Europea, e che continua a osservare con la frustrazione di chi sa esattamente dove si è inceppata la macchina: il diritto di veto, il ritorno dei nazionalismi, l’impossibilità di parlare con una voce sola quando il mondo fuori ha fretta di sapere se l’Europa esiste davvero come soggetto politico.
“O cambiamo l’Europa o finisce male”, ha detto. E poi: “Se togliamo il diritto di veto diventiamo subito un gigante politico. Altrimenti prevarranno i nazionalismi. Serve una leadership europea molto forte. Dobbiamo tornare ad avere un ruolo collettivo.”
Ascoltavo e pensavo a Carlassare, al Sud Sudan, ai 150.000 sfollati che dipendono in parte dagli aiuti umanitari internazionali che sono stati tagliati. Pensavo a cosa significhi, per chi vive in quei luoghi, che l’Europa non riesca a parlare con una voce sola sulle crisi globali. Pensavo a quanto la politica sembri astratta finché non si misura con la concretezza di una diocesi senza strutture e 170 morti in un attacco che nessuno ha voluto vedere troppo da vicino.
Poi è arrivata la domanda sui giovani. Quella che in un certo senso era inevitabile, in quella sala, con quei quattro ragazzi davanti.
Prodi non ha ceduto alla tentazione consolatoria. Non ha detto “voi siete il futuro”, che è la formula con cui gli “adulti” liquidano generalmente il problema senza affrontarlo. Ha detto qualcosa di più scomodo e più utile:
“Nel passato i giovani non avevano più potere di oggi. È un problema eterno.”
E poi ha rovesciato la prospettiva: non aspettate che qualcuno vi “lasci il posto”. Costruitevelo. Con preparazione, esperienza, lavoro di squadra. “L’eroe isolato perde.”
C’era, in quella risposta, un invito implicito che andava oltre la politica in senso stretto. Era un invito a non aspettare le condizioni ideali, a non fare del lamento la propria posizione predefinita, a capire che il cambiamento — anche quello strutturale, anche quello che riguarda le cause delle disuguaglianze, l’advocacy vera — si costruisce con la pazienza delle alleanze, non con i gesti solitari.
E c’era anche — e questo mi ha colpito di più — una sfida al volontariato stesso: “La grande funzione del volontariato è far avanzare la società”, non soltanto “sentirsi buoni”. Fate presenti i problemi ai comuni, alle scuole, alle istituzioni. Le azioni collettive sono più efficaci. Altrimenti si resta solo buoni, e tutto torna come prima.
Era, detto in un modo diverso, la stessa cosa che il convegno cercava di dire da quattro giorni: che la carità è autentica solo quando interroga le cause, quando si fa vera advocacy, quando porta nello spazio pubblico quello che ha ascoltato nello spazio privato del bisogno.
Quello che rimane
Il pomeriggio della domenica, il ritorno. Ognuno con la propria Caritas, il proprio centro di ascolto, il proprio quartiere difficile, la propria rete di volontari.
Don Marco Pagniello, nelle sue conclusioni, aveva detto: “Il patrimonio di ascolto che la rete Caritas raccoglie ogni giorno non può essere custodito gelosamente. Va restituito come bene comune.” E aveva aggiunto qualcosa che aveva il tono di un mandato:
“Le Caritas sono chiamate anche a stimolare una nuova obiezione di coscienza contro tutto ciò che umilia la persona e rende normale l’ingiustizia“.
Obiezione di coscienza. È un’espressione forte, che ha radici precise nella storia — nelle resistenze a servire la guerra, nei rifiuti di obbedire a ordini contrari alla propria coscienza morale. Usarla per descrivere il compito della Caritas significava dire che c’è qualcosa di eticamente inaccettabile nella normalizzazione dell’ingiustizia, e che rifiutarsi di accettarla non è un atto eroico ma un dovere ordinario. Il dovere di chi ha scelto di stare dalla parte dei poveri non per vocazione sentimentale ma per comprensione politica.
Sulla via del ritorno stavo ancora pensando a Cercas. Al suo libro, alla Mongolia, a Marengo che cammina per i corridoi di Sacrofano come se la distanza tra il centro dei Colli Sabini e Ulan Bator fosse una questione di prospettiva più che di chilometri. Stavo pensando a cosa significa definirsi “folle di Dio” — quella follia evangelica che san Francesco rivendicava per sé e che Bergoglio ha scelto come nome e come programma.
C’è una domanda che Cercas porta in Mongolia — la domanda di un bambino, come la chiama lui — che riguarda la vita eterna, la promessa che i morti si rivedranno. È una domanda che non ha risposta razionale, che si può solo tenere aperta o lasciare cadere. Francesco, nel libro, risponde con una certezza fulminante, senza esitare “neanche un millesimo di millesimo di secondo”.
Io non so dare quella risposta. Ma so che quello che ho visto a Sacrofano in quei quattro giorni era qualcosa che assomigliava a una risposta diversa, più parziale e più terrena: che il modo per non lasciare i morti soli è non lasciare soli i vivi. Che la promessa vale nella misura in cui la si incarna adesso, nei gesti concreti, nelle strutture cambiate, nelle voci portate nello spazio pubblico.
Girardo aveva chiuso il suo intervento con una citazione di un teologo africano: “La pace africana ha il sapore dell’ospitalità. Ospitare l’altro, la sua storia, la sua fragilità.” E aveva aggiunto, con un giro lungo che alla fine diventava diretto: “Anche il racconto può essere ospitale oppure ostile. Può espellere oppure accogliere.”
Questo articolo vuole essere ospitale. Vuole accogliere quello che ho visto, senza pretendere di averlo capito del tutto. Quattro giorni a Sacrofano, tra la fine del mondo e l’inizio di qualcosa che ancora non ha un nome preciso. Un cardinale venuto da Ulan Bator, un vescovo venuto da Bentiu, un ex presidente del Consiglio che dice ai giovani: costruitevi il posto, non aspettatelo. Una sala piena di persone che ogni giorno ascoltano chi nessun altro vuole ascoltare.
C’è una parola, nella Bibbia, che il convegno ha ripreso nella citazione di un versetto di Isaia: imparate. Non “sapete”, non “avete”. Imparate. Un verbo aperto, che non presuppone la fine dell’apprendimento, che tiene viva la possibilità che si possa ancora capire qualcosa di più. È forse la postura più onesta con cui si può stare in questo momento storico — quello della frammentazione, della terza guerra a pezzi, del nano politico europeo, delle diocesi senza strutture e senza maestri di scuola.


