Bergamo: Aldo e i luoghi della cura

La Caritas diocesana celebra i suoi primi 50 anni anche con una camminata in città. Un attraversamento fisico e simbolico. Vi hanno partecipato 1.800 persone. Aldo Lazzari: «Essere sulla stessa strada è un atteggiamento e una pratica che dovremmo fare nostri ogni giorno»

Anche le strade “dialogano” tra loro. Quella percorsa nei primi 50 anni di vita dalla Caritas Bergamasca parla alle strade su cui hanno camminato ben 1800 persone domenica 19 aprile di ascolto, perseveranza, responsabilità, fiducia. Quelle attraversate nell’iniziativa “Sulla stessa strada” dicono al cammino fatto fin qui che la città c’è e vuole saperne di più. Lasciarsi coinvolgere, anche. In tanti, dunque, hanno accolto la proposta della Caritas di partecipare alla camminata non competitiva che ha attraversato la città lombarda in lungo e in largo. E in alto, nello specifico: città bassa e città alta. Un totale di 18 chilometri (anche se sono stati disegnati altri due percorsi più brevi da cinque e dieci chilometri) che hanno raggiunto 14 luoghi della città in cui ci si prende cura dei più fragili: dalla Fondazione Angelo Custode al Dormitorio Galgario, da SaraCasa al Nuovo albergo popolare. Quattordici soste per altrettanti contenitori di vita, speranza, rinascita.

Scarica la pagina de “L’Eco di Bergamo” con i luoghi di “Sulla stessa strada”.

Tra i 1.800 in cammino “sulla stessa strada” c’era anche Aldo Lazzari, 38 anni, operatore della Caritas Bergamasca, responsabile di YoungCaritas Bergamo, consigliere comunale.

Aldo, cosa avete voluto comunicare alla città con “Sulla stessa strada”?
«Che a volte è bene indossare la stessa maglietta (vedi foto di apertura) per sentirsi parte dello stesso percorso. Abbiamo provato a testimoniare che essere sulla stessa strada è un atteggiamento e una pratica che dovremmo fare nostri ogni giorno, che le strade della nostra città sono abitate da persone che si trovano in condizioni differenti, che però è importante sapersi guardare l’un l’altro riconoscendosi dignità, anche nei momenti faticosi e negli atteggiamenti più complicati».

Una camminata che ha voluto accorciare le distanze tra chi vive la fragilità e il resto della comunità. Pensate di esserci riusciti?
«Abbiamo provato proprio ad accorciare quelle distanze e ci aspettavamo una presenza numerosa. Avevamo previsto un migliaio di persone, ma in realtà siamo andati oltre, con circa 1.800 partecipanti. Tanti gli incontri, i racconti e la possibilità di fare festa in una piazza della nostra città, dopo la camminata».

La strada è uno dei luoghi simbolici del Vangelo. Avete pensato anche a questo quando avete immaginato l’iniziativa?
«Certo. La strada è uno dei luoghi che Gesù ha preferito per comunicare Dio nella quotidianità. E noi ci siamo messi in cammino con lo sguardo attento ai volti di chi incontravamo lungo la strada».

Mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, saluta i partecipanti prima della partenza

Lungo il cammino, 14 soste in altrettanti luoghi che parlano di ascolto, cura e vicinanza. Cambia la prospettiva se si va insieme?
«Sì, perché essere in tanti permette un’esperienza di condivisione allargata, quindi di avere una grande varietà di ritorni immediati rispetto alle sensazioni che si provano. Abbiamo voluto avvicinare ancora di più la cittadinanza a questi luoghi, a certe storie. Sappiamo che è un processo e quindi ci vorrà un po’ di tempo, ma un primo importante passo – in ogni senso – è stato fatto. Ci piaceva che le persone di Bergamo che hanno partecipato e alcuni uomini e donne che incontriamo quotidianamente nei nostri servizi fossero, al pranzo della festa dopo la camminata, seduti a tavoli vicini vestiti allo stesso modo, con la maglietta recante il titolo dell’iniziativa».

A cosa attribuite questo notevole riscontro numerico?
«Difficile capire tutte le motivazioni, però sicuramente una di queste è il loro desiderio di vedere luoghi che quotidianamente hanno a che fare con i temi della cura e dell’incontro, anche per verificare con i propri occhi e magari smontare quella sensazione di paura che alcuni cercano di instillare rispetto a certe persone, certe realtà. Per farlo avevano bisogno di incontrare e cercare di mettersi nei panni dell’altro».

Ma cosa consegna la riuscita di questa camminata a voi operatori Caritas?
«Anzitutto due suggestioni: che è importante sapersi raccontare bene e fornire occasioni di incontro sempre più ampie a persone che vivono quotidianità differenti».

È stata anche un’occasione per rileggere il vostro lavoro?
«Sì, con questa camminata abbiamo avuto la possibilità di rileggerci dentro un contesto più ampio. Ciascuno di noi aveva un ruolo preciso, però dentro un meccanismo un po’ diverso, che è quello dell’aprirsi, raccontarsi. Per una volta non siamo stati quelli che raccolgono storie e quindi abbiamo avuto la possibilità di scoprirci in una maniera differente, allargando la prospettiva, l’inquadratura rispetto allo scenario di Bergamo e al nostro lavoro».

Rivedere azioni, raccontare luoghi a chi non li frequenta, può anche aggiornare il vostro punto di vista.
«Assolutamente. Le persone che si sorprendono, riscoprire che per molti di loro alcuni aspetti della nostra quotidianità sono assolutamente inediti. Questo ci fa prestare attenzione a molte cose che spesso diamo per scontate. E non devono esserlo. L’iniziativa è stata anche una possibilità di dialogo tra noi operatori di diverse opere segno. Non sempre abbiamo la possibilità di scambiarci sensazioni. La presenza di nuove persone, le loro domande, ci hanno spinto anche a porci più domande tra noi, presenti lì, in cammino con gli altri».

Alle persone in visita pensi sia arrivata prima la cura o la fragilità?
«È una domanda difficile perché cura e fragilità sono due dimensioni che si tengono insieme. Posso però dire che c’è luogo e luogo. Sicuramente in servizi come le docce e i dormitori è arrivata prima la cura; in una struttura che accoglie anche bambini con disabilità è arrivata prima la fragilità. A questo proposito ci tengo a dire che una delle cose belle di “Sulla stessa strada” è stata vedere che il prendersi cura è possibile solo laddove viene riconosciuta la fragilità, vengono riconosciuti i limiti di ciascuno, a partire da quelli di noi operatori. Solo stando accanto, riconoscendo i propri limiti, può avvenire un processo di cura».

C’è qualcosa che ti ha sorpreso in modo particolare di questa esperienza?
«I feedback che stiamo ricevendo in questi giorni sono molto positivi. Un po’ me li aspettavo perché lo sforzo organizzativo è stato grande e perché Caritas Bergamasca lavora, appunto, da 50 anni sul territorio. Mi sta sorprendendo, però, la poca conoscenza di quello che si fa quotidianamente. Penso che dovremmo essere sempre più capaci di incontrare coloro che non conoscono questi spazi. Forse chi si prende cura degli altri viene a volte dato per scontato. Atteggiamento che magari è specchio di quello che accade nelle nostre case, dove, appunto, il lavoro di cura viene dato per scontato. Nel momento in cui questo lavoro viene mostrato ci si accorge che rappresenta le fondamenta di una società».

Tra le 14 soste, qual è il tuo luogo del cuore?
«La sede della Caritas, perché parte del lavoro quotidiano viene svolto lì e perché ci sono quegli uffici che non vengono mai raccontati ma permettono di operare nei vari servizi: l’Ufficio Comunicazione e quelli dell’Amministrazione».

Cosa pensi di aver dato a “Sulla stessa strada”, a parte il tuo contributo alle questioni organizzative?
«Domanda impegnativa. Spero di essere stato capace di raccontare che nonostante condizioni differenti di vita quotidiana si può camminare, festeggiare e commuoversi insieme in un contesto che riconosce la dignità di ciascuno».

Prova a chiudere gli occhi. Qual è la prima immagine dell’evento di domenica 19 aprile che vedi?
«Festa in piazzale degli Alpini dopo la camminata. L’Associazione cuochi bergamaschi ha preparato un risotto per tutti. Un imprenditore e una persona ospite in una delle nostre strutture fianco a fianco aspettano che vengano riempiti i loro piatti, indossano la stessa maglietta, fanno la stessa domanda a chi sta mettendo lo stesso cibo nei rispettivi piatti e vanno a sedersi a pochi metri di distanza l’uno dall’altro. Stanno festeggiando per lo stesso motivo. Come tutti noi presenti lì. Ecco, questa è la prima immagine che mi viene in mente se ripenso a “Sulla stessa strada”».

L’evento è stato organizzato da Caritas Bergamasca insieme al Comune di Bergamo e ad altri enti, associazioni, … Tu hai avuto modo di viverne la fase preparatoria da più punti di vista, perché operatore Caritas e consigliere comunale. Dove si sono incontrati Caritas e amministrazione comunale? Quale il principale obiettivo condiviso?
«Mostrare questi luoghi alla città sottolineandone quanto siano importanti per la città stessa è stato sicuramente l’obiettivo per cui ci si è seduti allo stesso tavolo. La possibilità di far vedere che Bergamo è capace di prendersi cura. Magari a volte si sbaglia, altre volte si potrebbe fare di più e meglio, però tutti ci tenevamo a mostrare questa ricchezza».

Camminare è un gesto politico?
«Enormemente. È ciò che permette di stare davvero dentro un luogo e quindi di incontrare le persone, guardare quello che avviene e dare il proprio contributo».

La camminata ha anche un valore simbolico per l’azione stessa della Caritas, che non “porta” qualcuno, ma cammina insieme, rispettando i tempi e le fatiche di ciascuno.
«Una grande verità. Rappresenta il “meccanismo” del farsi prossimi. Aggiungerei anche che la presa in carico delle persone non è una passeggiata, e noi infatti la chiamiamo “camminata”, un percorso a volte faticoso, così come faticosa la fiducia che le persone devono avere in noi, faticosi i passaggi che le persone ci chiedono di fare dentro questa presa in carico. Che non è una soluzione immediata, ma un percorso fatto di piccoli passi, soste, ripartenze».

La camminata potrebbe anche essere anche un ulteriore tentativo per trasformare il passo individuale – pur fatto insieme – in una responsabilità collettiva. Aldo, dopo “Sulla stessa strada” e la risposta avuta, ci credi un po’ di più?
«Sì, io ci credo di più. Penso che questo sogno possa realizzarsi. Ritengo però che dovremmo essere capaci e responsabili anche di consegnare alcuni sguardi e prospettive a tutte queste persone che si sono fidate di noi, del nostro aprire le porte, del nostro invito a camminare insieme».

Il pranzo dopo la camminata

Archivio rubrica “Voci dai territori

Aggiornato il 23/04/26 alle ore 12:49