È propria dei giovani la voglia di futuro
Le parole del dott. Stefano Pinna – referente emergenze per la Sardegna – nel suo intervento durante il coordinamento nazionale emergenze che si è svolto a Udine il 4 e 5 maggio rendono immediatamente leggibile il perché i giovani ci sono e ci sono sempre stati durante le emergenze.
Durante i due giorni ci si è confrontati sul tema delle emergenze a partire dalla memoria del terremoto del Friuli, di cui si ricordavano i 50 anni, per arrivare a comprendere come all’interno delle nostre Caritas possiamo operare ma soprattutto stare durante un’emergenza, secondo lo stile di prossimità che ci distingue.

In questi due giorni ci siamo confrontati anche sul tema della collaborazione con la protezione civile, grazie alla presenza di Giampaolo Sorrentino – Ufficio Volontariato Protezione Civile Nazionale, e sul tema dei giovani appunto.
Quello che tutti abbiamo osservato in questi ultimi anni è che quando arriva un’emergenza, un’alluvione, un terremoto, i giovani si attivano.
Lo fanno spesso in modo spontaneo, senza aspettare una proposta istituzionale strutturata e senza bisogno di un’appartenenza formale, questa è una caratteristica fondamentale. È una dinamica che anche i dati confermano: proprio sui temi ambientali e climatici, a differenza di altri ambiti del volontariato dove la partecipazione giovanile è in calo, il trend è positivo.
È importante allora chiedersi perché. Le emergenze hanno una caratteristica che pochi altri contesti hanno: rendono il bisogno immediatamente leggibile. Non c’è bisogno di spiegazioni, di mediazioni, di percorsi lunghi per capire cosa serve perché il territorio parla da sé, e la risposta richiesta è concreta e immediata e produce risultati molto tangibili. Per un giovane che nel quotidiano fatica a trovare spazi in cui sentirsi davvero utile e responsabile, questo fa una differenza enorme. Si sperimenta un raro senso di responsabilità verso la propria comunità che diventa reale, visibile, misurabile nelle proprie mani. È anche un’occasione di ritrovarsi insieme, a volte di uscire dall’isolamento, e lavorare fianco a fianco.

Il punto è quindi cosa succede dopo quella prima attivazione spontanea. Perché la spinta inziale esiste e si concretizza nelle fasi acute dell’emergenza ma spesso non trova spazi in cui radicarsi e continuare. È difficile da trasformare in impegno duraturo. La domanda da porsi allora è: come si dà forma e continuità a qualcosa che esiste già?
E la risposta passa per il riconoscimento e il protagonismo.
Per rendere credibile una proposta di partecipazione è necessario riconoscere che quella partecipazione spontanea non è solo energia da incanalare, ma uno sguardo specifico da portare dentro i processi. Questo significa non pensare che il giovane si occupi dei giovani, semplificando qualcosa che è molto più complesso. Il punto è piuttosto che i giovani vengano inseriti nelle équipe, che siedano ai tavoli decisionali, che portino una sensibilità e uno sguardo tipici di una generazione e che diventano una risorsa per tutti, non solo per i coetanei.
Ma il riconoscimento da solo non basta se gli spazi offerti non sono autentici e non offrono occasioni reali di protagonismo per continuare a sperimentare quel senso di responsabilità. Quello che spesso i gruppi di giovani sperimentano non è la mancanza di voglia di impegnarsi, ma la sensazione di essere invitati a partecipare in modo decorativo: il progetto ha bisogno di mostrare che coinvolge i giovani e il giovane c’è ma non ha peso reale su quello che succede. Questo può essere pericoloso perché se questa dinamica si ripete, produce la convinzione che l’impegno collettivo sia strutturalmente inefficace.
Costruire spazi credibili è quindi una questione di fiducia che si costruisce quando chi partecipa vede che il proprio contributo incide davvero su decisioni, tempi e priorità. Se questo non accade, la partecipazione si esaurisce rapidamente, indipendentemente da quanto sia forte la motivazione iniziale. Per questo, nelle emergenze, la credibilità di una proposta dipende da quanto è disposta a redistribuire potere reale.
I giovani restano dove c’è spazio di manovra, dove possono assumersi responsabilità
e vedere gli effetti delle proprie scelte così come durante le alluvioni una giornata spesa a spalare il fango dalle strade produceva un risultato concreto, visibile e importante e riconosciuto da tutta la comunità. La fiducia si gioca in ciò che cambia dopo che qualcuno ha accettato l’invito a partecipare.
Si è parlato anche di formazione, come strumento concreto attraverso cui valorizzare l’impegno, la motivazione e l’energia dei giovani e per fare comprendere loro che quel senso di responsabilità che hanno sperimentato è importante e può continuare ad aver una ricaduta concreta per la loro comunità.
La formazione inoltre può fare da legante tra le due fasi che caratterizzano le emergenze, la prima più acuta e operativa e quella successiva fatta di ascolto, relazione, prossimità per accompagnare un lavoro di ricucitura comunitaria. I giovani formati e legati al territorio non spariscono quando il grosso del lavoro operativo è finito ma restano perché hanno già costruito relazioni e conoscono le persone e perché sanno come stare. Per concludere come abbiamo iniziato, citando l’intervento del dott. Stefano Pinna, “è la forza della vita che con loro si impone”.


