22 Maggio 2026

Diamanti e povertà

Perchè si fugge dal Paese?

In Sierra Leone, paese ricco di diamanti, oro e minerali, per molti giovani partire rappresenta una delle poche prospettive possibili. Nonostante una crescita economica intorno al 4% nel 2025, il Paese continua a presentare livelli di povertà molto elevati: oltre metà della popolazione vive infatti in condizioni di vulnerabilità economica, secondo la World Bank. Anche gli indicatori sociali mostrano la fragilità strutturale del paese. Secondo lo United Nations Development Programme, la Sierra Leone si colloca nella parte più bassa della classifica mondiale dell’Indice di sviluppo umano, con forti disuguaglianze nell’accesso a istruzione, sanità e lavoro dignitoso.

Nonostante una crescita economica intorno al 4% nel 2025, il Paese continua a presentare livelli di povertà molto elevati: oltre metà della popolazione vive infatti in condizioni di vulnerabilità economica

Secondo l’International Monetary Fund, la ricchezza economica prodotta viene redistribuita in modo inefficace ed i benefici della crescita non raggiungono gran parte della popolazione. Il settore minerario rappresenta circa l’80% delle esportazioni e il 7% del PIL, ma la maggior parte dei minerali viene esportata grezza verso Cina, Belgio, Paesi Bassi ed Emirati Arabi Uniti, dove avviene la lavorazione industriale. In Sierra Leone resta invece limitata la creazione di valore aggiunto e occupazione qualificata. A pesare è la governance delle risorse. Secondo Transparency International, la debole capacità istituzionale e la corruzione limitano la redistribuzione della ricchezza mineraria, rafforzando disuguaglianze strutturali e vulnerabilità sociali.

Il settore minerario rappresenta circa l’80% delle esportazioni e il 7% del PIL, ma la maggior parte dei minerali viene esportata grezza verso Cina, Belgio, Paesi Bassi ed Emirati Arabi Uniti, dove avviene la lavorazione industriale

Nelle aree estrattive, migliaia di persone lavorano in condizioni precarie, spesso senza tutele e con salari molto bassi. Organizzazioni come Amnesty International segnalano da anni criticità legate allo sfruttamento lavorativo e agli impatti ambientali: l’inquinamento delle acque e dei terreni compromette agricoltura e salute, aggravando condizioni già segnate da scarso accesso a servizi essenziali. A pagarne le conseguenze sono soprattutto gli abitanti dei villaggi vicini alle miniere, comunità che spesso vivono senza elettricità stabile, scuole adeguate, strade accessibili o servizi sanitari di base. In molte aree rurali la popolazione vede partire le proprie risorse naturali senza beneficiare realmente della ricchezza prodotta.

Per molti giovani, l’assenza di opportunità stabili trasforma così la migrazione in una strategia economica. Secondo l’International Organization for Migration, i flussi dalla Sierra Leone sono prevalentemente economici e giovanili. Una quota crescente segue rotte irregolari verso il Nord Africa e l’Europa. I percorsi più comuni attraversano Guinea, Mali e Niger fino alla Libia, oppure la rotta atlantica verso le Canarie. Lungo questi tragitti, i migranti affrontano detenzione, sfruttamento, estorsioni e violenze sistematiche, spesso senza alcuna protezione.

Secondo l’International Organization for Migration, i flussi dalla Sierra Leone sono prevalentemente economici e giovanili. Una quota crescente segue rotte irregolari verso il Nord Africa e l’Europa. I percorsi più comuni attraversano Guinea, Mali e Niger fino alla Libia, oppure la rotta atlantica verso le Canarie.

Una parte rilevante della migrazione si dirige anche verso i paesi del Golfo, dove molti lavoratori e lavoratrici sierra leonesi vengono inseriti nel sistema della Kafala, (un sistema di sponsorizzazione che lega il lavoratore al datore di lavoro, il quale spesso trattiene documenti e passaporto, limitando la libertà di movimento e la possibilità di lasciare il paese o cambiare impiego). Questo meccanismo lega il migrante al datore di lavoro, limitando fortemente la libertà di movimento e la possibilità di cambiare occupazione, e creando condizioni di forte dipendenza e vulnerabilità. Secondo diverse organizzazioni internazionali, molti migranti rischiano salari non pagati, confisca dei documenti, isolamento e forme di sfruttamento: soprattutto le donne impiegate nel lavoro domestico e nei servizi, ma anche gli uomini occupati nel settore delle costruzioni.

Le testimonianze raccolte a Makeni, nel centro gestito da Caritas Makeni, confermano la fragilità di questi percorsi. Il centro accompagna i migranti di ritorno e svolge attività di sensibilizzazione sui rischi della migrazione irregolare. Molti giovani partono senza informazioni adeguate, senza reti di supporto e attraversano più paesi in condizioni di estrema vulnerabilità. Una parte significativa subisce detenzione o sfruttamento nei paesi di destinazione e oltre il 70% risulta disoccupato al ritorno, alimentando un ciclo migratorio ricorrente.

Come ha sottolineato il presidente Julius Maada Bio, è necessario creare opportunità interne affinché i giovani “non siano costretti a rischiare la vita cercando altrove migliori condizioni”. Anche la Chiesa locale, attraverso il vescovo di Makeni Bob John Hassan Koroma, richiama l’urgenza di promuovere dignità, lavoro e prospettive concrete per le nuove generazioni.

In questo scenario, la Sierra Leone appare come un Paese in cui la mobilità non è eccezione ma struttura: tra migrazioni interne instabili e soprattutto rotte internazionali irregolari sempre più decisive, la partenza continua a rappresentare per molti giovani non una scelta, ma una necessità. E come le risorse minerarie lasciano il paese senza essere trasformate, così anche molte risorse umane partono lasciando spesso un vuoto difficile da colmare, economico e sociale, che indebolisce ulteriormente la possibilità di uno sviluppo duraturo.

  • Casco bianco in Sierra leone per Caritas Italiana
Aggiornato il 22/05/26 alle ore 10:00