E ogni giorno ricominciavo
Non so dire con precisione perché e come l’azzardo sia diventato una malattia nella mia vita. So però che, fin da piccolo, provavo una forte attrazione per tutto ciò che riguardava il gioco: le schedine del Totocalcio, il Lotto, i Gratta e Vinci. Guardavo il casinò quasi con fascino, come un luogo dove fosse possibile guadagnare soldi facilmente, divertendosi.
Appena compiuti 18 anni ho iniziato a giocare. All’inizio era qualcosa che vivevo come svago, senza pensare alle conseguenze. Giocavo un po’ a tutto, rincorrendo l’adrenalina, la sensazione di vincita, l’illusione di poter controllare tutto. Ma, senza quasi accorgermene, il “gioco” aveva smesso di essere un gioco ed era diventato una dipendenza.
Con la dipendenza erano arrivate le menzogne. Prima piccole, quasi innocue — una spesa non detta, un ritardo non spiegato. Poi sempre più grandi, sempre più elaborate. Mentivo ai miei cari con una naturalezza che mi spaventava, e col tempo quella naturalezza aveva finito per contagiare tutto il resto. Non mentivo più solo per coprire il gioco: mentivo per abitudine, per riflesso, perché avevo perso il confine tra quello che ero e quello che fingevo di essere. La menzogna era diventata la mia lingua madre.
Andava avanti così da anni. Ero diventato abile a gestire le apparenze, a tenere in piedi una facciata credibile mentre dentro tutto crollava — i soldi, la fiducia, il rispetto per me stesso.
Pensavo di poter continuare a controllare la situazione, di poter smettere quando volevo. Me lo dicevo ogni giorno. E ogni giorno ricominciavo.
La dipendenza mi aveva portato a fare cose che, se me le avessero descritte anni prima, non avrei mai creduto possibili. Ero arrivato a frugare in casa dei miei genitori, a prendere i loro oggetti in oro — regali, ricordi, cose a cui tenevano — per rivenderli e usare quei soldi per giocare. Lo facevo cercando di non pensare, di spegnere quella parte di me che sapeva perfettamente cosa stavo facendo e a chi lo stavo facendo. Erano i miei genitori. Persone che mi avevano dato tutto. E io rubavo loro per alimentare qualcosa che mi stava distruggendo. È la cosa di cui più mi vergogno, ancora oggi.
Un giorno sono stato scoperto. Prima pensavano avessi “solo” un problema di gestione dei soldi. Poi hanno capito.
In un momento, tutto quello che avevo nascosto per anni era lì, esposto, senza più niente a coprirlo. Mi aspettavo rabbia, e invece ho trovato qualcosa di più difficile da reggere: dolore. Il dolore di chi mi voleva bene e non aveva capito, o forse non aveva voluto capire, fino in fondo.
Quella scoperta, che sul momento ho vissuto come una caduta, è stata in realtà l’inizio dell’unica cosa che potesse salvarmi.
Qualcuno, tra le persone che mi stavano vicino, ha cercato aiuto al posto mio — quando io non ero ancora in grado di farlo. Ed è così che sono entrato in un gruppo di persone che condividevano il mio stesso problema. Persone comuni, con storie diverse dalla mia nei dettagli, ma identiche nella sostanza: la stessa trappola, la stessa solitudine, la stessa fatica a riconoscersi nello specchio.
Al gruppo ci sono anche degli operatori, professionisti che ci affiancano con discrezione e competenza. Non giudicano, non danno risposte preconfezionate. Aiutano a fare qualcosa che sembra semplice ma non lo è affatto: tornare a dire la verità. Prima agli altri, poi — e questa è la parte più difficile — a se stessi.
Perché la verità che ho dovuto imparare a guardare non riguardava solo il gioco. Riguardava il perché avevo iniziato, cosa cercavo davvero quando puntavo una schedina o mi sedevo davanti a una slot. Riguardava le paure che non avevo mai nominato, i vuoti che avevo cercato di riempire con l’adrenalina, le emozioni che non sapevo gestire in nessun altro modo. Il gioco era stato il sintomo. La malattia stava altrove, più in profondità, e solo lì bisognava andare a cercarla.
Aggiornato il 26/05/26 alle ore 11:03

