02 Luglio 2026

“Popolo ferito, non rassegnato”

Il cardinale Porras racconta il Venezuela ferito dal terremoto

Il cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo parla con la voce di chi conosce a fondo la storia recente del Venezuela e le sue fragilità. A Roma, dopo aver incontrato il Santo Padre, racconta il dolore di un Paese colpito dal terremoto, ma anche la forza di una popolazione che continua a cercare vie di solidarietà e di riscatto.

Nelle sue parole c’è la gratitudine per l’aiuto che arriva dall’Italia e da molti Paesi del mondo, la denuncia di responsabilità antiche e recenti, ma soprattutto il richiamo evangelico a farsi prossimi senza distinzioni. In un momento in cui le macerie non sono soltanto materiali, la Chiesa venezuelana prova ancora una volta a stare accanto alle persone, a custodire la speranza e a sostenere chi ha perso casa, familiari, sicurezza e futuro.

Eminenza, qual è la situazione che il Venezuela sta vivendo in questo giorni, immediatamente dopo il terremoto?

È una situazione terribile, davvero terribile. In queste ore ho avuto modo di ascoltare anche il card. Diego Padrón (arcivescovo emerito di Cumanà, ndr) e diversi vescovi venezuelani, in particolare chi si trova più vicino alle zone colpite. La sofferenza è enorme.

Prima di tutto, però, dobbiamo dire grazie. Grazie a Caritas Italiana, alla Cei, a tante istituzioni cattoliche e non cattoliche che stanno manifestando vicinanza al nostro popolo. E grazie soprattutto al Santo Padre. Ieri abbiamo avuto l’udienza con lui ed è stato molto vicino, molto chiaro, ha ascoltato tutto e segue realmente la situazione. Il Papa e la Santa Sede fanno quello che hanno sempre cercato di fare nella storia: non propaganda, non protagonismo, non ricerca di visibilità, ma un lavoro discreto e concreto per il bene della popolazione. In momenti come questo è fondamentale.

card. Baltazar Enrique Porras Cardozo

La solidarietà internazionale si è attivata rapidamente. Che valore ha questa vicinanza?

Oggi il terremoto mette davanti agli occhi di tutti anche responsabilità più profonde. Molti edifici crollati non rispettavano le norme che devono essere osservate in una zona sismica. Il Venezuela è un Paese esposto al rischio sismico lungo il litorale, nelle zone montuose, nelle Ande. Questo doveva essere considerato prima. Una cosa sono i numeri che dà il governo, che in questo momento ha fatto una brutta figura. Un’altra cosa è la realtà della popolazione.

Dobbiamo ringraziare tante persone e istituzioni che sono venute da circa trenta, trentasette Paesi -dall’America, dall’Europa e anche dall’Asia – per aiutare in una condizione che mette in faccia la realtà di un governo populista che non ha fatto niente, in ventisette anni di governo, per il bene del popolo.

In questo momento ci sono l’angoscia e il dolore della popolazione, ma c’è anche una maggiore chiarezza, perché la situazione raccontata per molto tempo dal governo non è la verità.

Ma l’aiuto umanitario non può essere soltanto una risposta “tecnica”. Deve nascere da dentro, da un cuore capace di farsi vicino a chi soffre.

Papa Leone XIV parla spesso della “civiltà dell’amore”. Ecco, l’amore è condividere il dolore dell’altro, riconoscere la sua angoscia, stare accanto.

Quali sono le condizioni nelle zone più colpite?

Ho ascoltato in particolare il vescovo de La Guaira, che è una delle aree più distrutte. La situazione è molto pesante. Ci sono persone senza tetto, famiglie che non sanno dove siano i propri cari, comunità intere che vivono nell’incertezza.

Non dobbiamo soltanto pregare per i defunti, anche se questo è necessario e doveroso. Dobbiamo pregare e agire anche per coloro che sono vivi ma hanno perso tutto. Sono persone che si trovano improvvisamente fuori dal cammino ordinario della vita. Hanno bisogno di una mano tesa, di qualcuno che non passi oltre.

Lei richiama spesso l’immagine evangelica del buon samaritano. Che cosa significa oggi, per il Venezuela?

Significa aiutare chi soffre senza chiedere prima chi sia, da dove venga, che cosa pensi, quale posizione politica abbia. Una persona nell’angoscia va soccorsa. Il Vangelo ci chiede di avvicinarci, prenderci cura, accompagnare.

Essere samaritani oggi significa non trasformare il dolore in un terreno di divisione. Significa riconoscere che davanti alle macerie c’è un popolo intero da sostenere. Il coraggio e la speranza nascono anche da questa vocazione alla cittadinanza e, per i credenti, dalla fede.

Il popolo venezuelano sta dando una grande lezione. Vuole un cambiamento vero, ma lo vuole in modo pacifico. Vuole dialogare. Certo, il dialogo è difficile quando dall’altra parte non c’è reale volontà di cercare il bene comune.

Foto: Caritas Venezuela

Qual è oggi il ruolo della Chiesa venezuelana?

La Chiesa in Venezuela è una delle istituzioni che gode di maggiore fiducia e credibilità presso il popolo. Non perché sia migliore di altri, non perché faccia grandi cose per mettersi in mostra, ma perché cerca di stare accanto alla gente.

Questa credibilità nasce dalla prossimità. Le comunità cristiane, le parrocchie, le Caritas, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, i laici condividono la vita concreta delle persone.

In una tragedia come questa, il compito della Chiesa è dare la mano, aiutare tutti, custodire la dignità di ciascuno.

In mezzo a tanto dolore, dove possiamo rintracciare anche segni di speranza?

Le testimonianze che arrivano attraverso i media mostrano tante persone impegnate nei soccorsi. E mostrano anche una gioia profondissima quando, dopo tre, quattro, cinque giorni, si riesce ancora a liberare un bambino, una donna, un uomo vivo dalle macerie.

In quelle immagini c’è qualcosa di molto forte. C’è il dolore, ma c’è anche la vita che resiste. C’è un popolo che non vuole arrendersi. C’è la solidarietà di chi scava, soccorre, consola, accompagna.

Nasce dal cuore di chi, anche nel dolore, continua a credere che nessuno debba essere lasciato solo.

Che cosa desidera dire al popolo italiano e alle comunità che si stanno mobilitando?

Desidero dire grazie. Grazie al popolo italiano, a Caritas Italiana, alla Cei, alle istituzioni e a tutti coloro che stanno mostrando vicinanza al Venezuela.

Ogni gesto conta, se nasce dall’amore e dalla volontà di camminare accanto a chi soffre. Abbiamo bisogno di aiuti, certamente. Ma abbiamo bisogno anche di comunione, di preghiera, di amicizia. Che Dio benedica il popolo venezuelano e benedica anche il popolo italiano, che in questo momento sta facendo sentire la sua solidarietà.

Aggiornato il 02/07/26 alle ore 15:26