Un terzo paesaggio ecclesiale
Lavorare per il contrasto alla povertà educativa e provare a farlo in un modo rinnovato e più consapevole ha messo le Caritas diocesane e Caritas Italiana di fronte a interrogativi cruciali rispetto al modo in cui abitiamo e animiamo le comunità, allo stile con il quale testimoniamo il Vangelo nel quotidiano.
Proprio le lezioni apprese dai molti progetti che sono stati attivati in contesti diversi tra loro: grandi città, aree interne, contesti metropolitani e città di provincia, ci danno alcune importanti indicazioni per il nostro lavoro e per i gesti che possiamo allenare per essere annunciatori credibili di un Vangelo di liberazione e di gioia.
Radicali
È bello ricordare lo sguardo di amore con il quale Gesù guarda il giovane ricco nell’episodio raccontato nel Vangelo di Marco (Mc 10,17-22), prima di invitarlo ad una scelta più grande, più radicale, a scommettere tutto su un futuro di senso e di scoperta: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
Gesù crede nel fascino della radicalità, la pratica e la propone come prospettiva di vita. Invita il giovane ricco all’avventura del bene senza condizioni, del cambiamento che si può. Lo invita alla festa dell’inesplorato, del non conosciuto. Guardandolo con amore, considerando con fiducia la sua vita e le sue possibilità, lo invita al viaggio.
Credo che il fascino della chiamata a fare qualcosa di grande ancora può essere liberante e può guarire i ragazzi dal senso di angoscia che spesso li spegne e li rende tristi.
Non di liberatori, ma di liberazione
La postura evangelica è sempre quella dell’uomo in cammino, del viandante che si mette leggero per strada.
Questa postura deve essere la nostra stessa nell’abitare i quartieri e le ferite delle nostre città. C’è bisogno di avere fame e sete di incontro e di invitare tutti, nessuno escluso, al gioco della rivoluzione nel nome di un Vangelo che annuncia pace e che annuncia liberazione.
Si è testimoni credibili di questo Vangelo che è fatto di levità e di gioia solo se riusciamo ad investire in modo autentico nelle relazioni e a lavorare con le persone piuttosto che per loro.
Oggi meno che mai i ragazzi hanno bisogno di liberatori, ma di liberazione. Di persone che sono disponibili ad anticipare loro fiducia e a riscattarli. Credo che possiamo oggi farsi portavoce di questa liberazione che va oltre la legge, che guarisce i malati di sabato (Lc 14, 1-6), che strappa le spighe nel giorno del riposo (Mc 2,23-28) che non si ferma ai formalismi e va oltre, disponibile anche a infrangere le regole, a forzare i cancelli del “si è sempre fatto così e di qui non si passa” se questo significa incontrare, guardare con amore, aprire strade nuove. Abbiamo bisogno di questa disobbedienza piena di passione per l’umano.
Perché falliti, risorti
Il Cristo che professiamo esercita la sua regalità dal fallimento della Croce.
Anche questa è una postura che ci indica le strade da percorrere nel nostro lavoro di compagnia accanto ai bambini, le bambine, i ragazzi.
La prospettiva del fallimento sta al centro della Trinità. Non viene nascosta e non viene negata. Viene invece esaltata e riconosciuta come profondamente umana, talmente umana da diventare costitutiva nella relazione tra il Padre e il Figlio.
Perché falliti, possiamo essere risorti.
Anche questa Parola liberante ci rende capaci di stare in modo fedele accanto ai ragazzi e ai loro mille scantonamenti e infedeltà. Siamo così. Tutti. Da ragazzi di più. Accettare la bellezza dell’errore, praticarlo come una scuola, ascoltarlo per quello che rivela di noi diventa un orientamento fondamentale, il punto cardinale dal quale scegliere di osservare la Storia e costruirla.
Se scegliamo questa prospettiva, non tenteremo di essere efficienti organizzatori di servizi di successo, quanto umili artigiani di senso. Non vorremo rispondere a tutti i costi con l’organizzazione, ma guarderemo alla relazione. Conteremo meno i numeri e racconteremo meglio le storie di chi incontriamo. Anche questa è una prospettiva liberante.
Per poter risorgere, si deve essere pronti a accettare il rischio dell’imprevisto, il cambio di strategia e di passo, anche oltre i programmi e la comprensione immediata. Se i discepoli si fossero ostinati a rimanere fermi nella loro narrazione del Messia avrebbero perso l’occasione di incontrare Gesù.
Dobbiamo lasciarci spiazzare. Dobbiamo guardare soprattutto dietro le apparenze, dove si nasconde il cuore pulsante di chi si è davvero.
Terzo paesaggio ecclesiale
A partire da questo stile, è forse davvero arrivato il tempo di costruire un Terzo Paesaggio ecclesiale. L’espressione Terzo Paesaggio è stata introdotta dal paesaggista Gilles Clément e indica i luoghi abbandonati dall’uomo, diversi per forma e per funzione. Si possono trovare ai bordi delle strade, nelle periferie, come edifici abbandonati, fabbriche dismesse, grandi opere non concluse, fazzoletti di verde trascurati come spartitraffico, aree disabitate.
In tutti questi luoghi, la natura torna a prosperare e spesso finiscono per diventare rifugi perfetti per conservare la biodiversità e proteggerla. Anche nelle nostre Chiese, nelle nostre povere comunità spesso logorate dalla fatica o che rischiano di diventare un club per pochi che si credono giusti, potrebbe essere una soluzione intravedere forme di Terzo Paesaggio.
Periferie esistenziali che non frequentiamo più, ferite che abbiamo anche inconsapevolmente inferto e non curato, spazi di aggregazione che abbiamo abbandonato, spesso hanno generato spontaneamente nuove forme di socialità e di vita che possono essere colte, guardate, accudite come il più segreto dei giardini.
Ma dobbiamo avere voglia di fare il viaggio, di entrare in luoghi apparentemente ostili e di saper cogliere i dettagli di bellezza e di rigenerazione che ovunque e sempre si riproducono.
È necessario favorire dinamiche e allestire spazi che abbiano le caratteristiche della leggerezza, della flessibilità, del decentramento, della diversificazione di esperienze e che accettino anche il movimento delle persone, le andate e i ritorni, le occasionalità.
Questi terzi paesaggi, poco normati, poco regolati, poco ordinati possono diventare perfetti per accogliere e dare casa a quelli che non si sentono mai a posto, che non sanno come stare seduti nel mondo, che sono nella confusione e che si sentono disperati per tutta la confusione e il “non” da cui sono abitati. Quelli che non si sentono all’altezza o non si sentono amati o non sanno più immaginare.
Serve allestire luoghi dove non è chiesta perfezione, non è rappresentata la disciplina, ma c’è l’allegra confusione delle cose che arrivano alla rinfusa e tutte si accolgono e tutte si amano.
Terzi Paesaggi ecclesiali, fatti anche di risate e di tempo perso, dove i ragazzi sentano che nessuno chiede niente, ma che tutti danno tutto, che si cammina insieme e c’è molto da chiedersi e poco per rispondere.
Questa vertigine dell’imperfezione ci aiuterà, forse, ad incontrarli meglio e a fare pezzi di strada insieme, passo dopo passo, verso la gioia.
*Direttore di Caritas Italiana
Aggiornato il 10/09/26 alle ore 17:11

