La scuola e i numeri vuoti
A ferire l’aria questa volta non sono le bombe. Ma la campanella. La scuola è ricominciata anche a Gaza dopo 3 anni. Dopo 3 anni e 22mila studentesse e studenti uccisi. Dopo 770 membri del personale scolastico, di cui 532 insegnanti, trucidati. Dopo 700mila minori che hanno perso gli ultimi anni di istruzione. Dopo il 92% degli edifici scolastici distrutti.
Il problema è che mi annoio a scrivere questi numeri, perché so che non arrivano a voi, come non arrivano a me. Non fanno breccia, non colpiscono il target dell’attenzione, rimanendo in temini bellici, per il valore quantitativo inimmaginabile. Cosa significa pensare 22mila cadaveri di bambini? Molto difficile. Come osi pensarli? Uccisi in che modo? Sembra quasi, quando si parla di Gaza, o di guerre nel mondo a cui si desidera dare rilievo, che ci si nasconda dietro la ripetizione di cifre che appaiono iperboliche e che la grandezza delle cifre sia correlata positivamente alla nostra indignazione. Un tot al chilo di statistiche, o meglio un’equazione morale a perdere. Come se fosse la tombola della tragedia. Ma quantità non significa qualità.
Sembra quasi quando si parla di Gaza, o di guerre nel mondo a cui si desidera dare rilievo, che ci si nasconda dietro la ripetizione di cifre che appaiono iperboliche e che la grandezza delle cifre sia correlata positivamente alla nostra indignazione. Un tot al chilo di statistiche, o meglio un’equazione morale a perdere. Come se fosse la tombola della tragedia.
C’è un video su Repubblica che mostra questo primo giorno di scuola a Gaza City in scuole che non sono scuole, anche perché gli edifici deputati all’istruzione ancora in piedi, sono occupati dagli sfollati. Le classi non hanno i banchi. Ci sono materassi polverosi di gommapiuma (perché a Gaza tutto è polveroso) buttati a terra e su quei materassi ci sono almeno 70 studenti, in stanzacce che concettualmente possiamo chiamare classi. Sono polverosi anche loro, gli studenti, non riescono a togliersi la distruzione dalla pelle. Mohammed al-Masri è un insegnante in una pseudo scuola di Gaza City. Ha gli occhi come spaventati da una richiesta decisamente al di sopra delle sue possibilità. «Sono troppi, sono troppi», ripete all’intervistatore. «Come potranno mai imparare? La situazione è estremamente difficile sia per gli insegnanti che per gli studenti. Sono troppi, troppi».
Quando non so darmi delle spiegazioni su fatti o situazioni, tipo la guerra o la scuola in tempo di guerra, prendo spunto dalla fonte etimologica delle parole. Vado alla radice. E allora scuola dal greco, skholé, che inizialmente indicava l’ozio, l’occupare piacevolmente il tempo libero. Il salto semantico che ha fatto il termine, passando dal riposo al denotare il luogo in cui le persone vengono educate, svela ciò che un tempo era la cultura: appannaggio di chi si poteva permettere di non lavorare. Quello che mi chiedo, parafrasando la situazione sulla realtà di Gaza è se la scuola, e quindi la cultura, possa essere appannaggio di chi si può permettere di sopravvivere. La risposta è “no”, ma la domanda mi sembra bestiale e si accoda alla bestialità dell’immaginare 22mila ragazzini morti ammazzati. Se il sonno della ragione genera mostri, come incideva Goya alla fine del ‘700, il risvegliare la ragione dormiente può fare altrettanta paura dei mostri, da noi creati, per partenogenesi. Allora meglio tornare a dormire. Torniamo a dare i numeri.
Photo credits: Ansa/EPA 12580252/ MOHAMMED SABERAggiornato il 23/09/26 alle ore 15:30


