07 Ottobre 2026

Non riduceteci al dolore

Rebecca è una danzatrice palestinese: il corpo, lo spazio e la libertà di muoversi in una terra occupata

Di Rebecca ho sentito solo la voce. Abbiamo fatto una chiamata su Google meet perché ad Amman sembra non funzioni whatsapp video o telefono per l’estero. Meglio fare senza video habibti, mi ha scritto mentre ci stavamo mettendo d’accordo per l’intervista, incollando alla fine l’emoticon che ride, almeno non mi devo dare una sistemata. Chiude la frase con un cuoricino rosso, finale.

Rebecca ha 29 anni e viene da Ramallah, il centro politico e amministrativo dei Territori Occupati. Ha vissuto lì fino a pochi giorni fa. Si è sposata da circa due settimane e con l’occasione della luna di miele si è trasferita in Giordania, nella capitale, nei pressi della Citadelle. Così i locali chiamano il centro storico di Amman, sempre sedotti, i mediorientali, chissà perché, dal fascino coloniale della francophonie.

È una danzatrice professionista, balla da quando ha 7 anni. Pratica molto la Dabke, danza popolare tradizionale levantina, diffusa in Palestina, Libano, Siria e Giordania. Si balla in gruppo, generalmente, formando una linea o un semicerchio, tenendosi per mano o per le spalle e seguendo ritmi molto marcati con passi e battute dei piedi. Non è semplicemente una danza, la dabke, ha un forte significato culturale e identitario: celebra la cultura, appartenenza, memoria e comunità. Per intenderci per i palestinesi ballare la dabke, è diverso dal cimentarsi, per noi, spesso malamente, con i Watussi al ricevimento di matrimonio della propria cugina.

Essere una danzatrice in Palestina non è banale, mi dice Rebecca, c’è una relazione complicata con il movimento. La terra dei palestinesi è un cielo senza stelle costellato di check point, di muri incoronati da filo spinato come il Sacro Cuore di Gesù ma deprivato della sua santità, di barriere di ferro e cemento che spezzano la vista, il fiato e gli affetti. Le restrizioni non sono solo fisiche fiaccano anche la psiche, restringono il concetto di libertà, limitandola persino nel pensiero.

Essere una danzatrice in Palestina non è banale, mi dice Rebecca, c’è una relazione complicata con il movimento.

Ed è qui che la danza ha per lei una doppia valenza politica. La prima, politica perché sociale con la sua comunità. Sono una donna, ho un corpo, un viso delle gambe, una voce e plasmo uno spazio che viene ristretto da pregiudizi sociali che dicono cosa una donna può fare o non fare. Dice Rebecca. Come dovrebbe essere una donna e come invece è meglio che non sia. La seconda, politica, perché sociale in relazione all’occupazione di Israele. Sono una donna, ho un viso, delle gambe, una voce e plasmo uno spazio che viene ristretto, negato da voi, israeliani, che militarizzate la mia terra. Ma io continuo a esistere. E se lo spazio mi viene negato, io lo creo.

Il movimento in Palestina sembra essere la più grande forma di ribellione. E ci si ribella anche danzando. Disegnare con il corpo, con gesti che apparentemente spazzano solo via l’aria, creando spazi piccoli ma che in realtà aprono all’infinito.

Rebecca è vissuta durante la seconda Intifada che durò per circa 5 anni dal settembre del nuovo Secondo Millennio fino al 2005. La rivolta, l’Intifada, arrivò dopo anni di speranze deluse. Gli accordi di Oslo del 1993 aleggiavano sospesi come promesse non mantenute, e il vertice di Camp David fallì, senza portare a nulla di fatto. Quando Sharon, allora leader del Likud e all’opposizione, nel settembre del 2000 visitò la Spianata delle Moschee seguirono proteste e scontri, che rapidamente si trasformarono in una nuova fase di violenza. Iniziò poi, a breve la Seconda Intifada e Rebecca aveva 3 anni. Ricorda la paura dei genitori quando doveva andare a scuola. Ricorda i giocattoli rotti dai coloni israeliani. Quando sei piccolo, la quotidianità violata diventa la più grande forma di guerra, dice Rebecca. Ricorda la sua maestra di danza, russa, che insegnava a Ramallah e che fu cacciata, le revocarono il permesso perché con le tensioni erano cresciuti i sospetti e non poteva più vivere lì. Rebecca ha viaggiato parecchio come danzatrice. Nel 2024 ha vissuto a Parigi due mesi, e ha lavorato presso il Centre national de la danse, dove ha costruito un act, una pièce, in cui ha messo in scena l’occupazione israeliana durante la sua infanzia.

Il movimento in Palestina sembra essere la più grande forma di ribellione. E ci si ribella anche danzando. Disegnare con il corpo, con gesti che apparentemente spazzano solo via l’aria, creando spazi piccoli ma che in realtà aprono all’infinito.

Le ho chiesto come si immaginasse la pace. La pace non è solo assenza di conflitto, fine delle violenze, risponde. Per lei la pace è ovviamente libertà di movimento, spostarsi per andare a trovare un proprio caro, assenza di barriere, di posti di blocco. Per lei la pace è andare al mare che non ha mai visto, almeno in Palestina. Ballare e danzare esprimono in italiano lo stesso concetto, ma sono parole diverse. Hanno significanti difformi che completano, con sfumature, il significato globale a vicenda. Danza ha la radice germanica da dintjan, e significa muoversi, agitarsi. Ballo, dall’omonimo verbo ballo, (βάλλω), vuol dire lanciare, andare oltre. Il ballo e la danza sono quindi quello stato di agitazione, personale e collettivo, che attraverso il movimento ti permette di andare oltre. E sono quindi, ontologicamente, strumenti non armati di ribellione.

Ho chiuso questa intervista chiedendole cosa ne pensasse degli artisti in Italia e nel mondo che dedicano canzoni alla Palestina. Non è una domanda a caso. Il contatto di Rebecca mi è stato dato da Chiara, la percussionista con la quale suono nella nostra band. Ha conosciuto Rebecca quest’estate, durante una residenza artistica in Puglia e si erano confrontate su questo tema che mi aveva molto interessato. Fate benissimo, parlate di Palestina, fatelo sempre. Portate la nostra voce. Mi risponde. Mi ricordo del concerto “Life for Gaza” a Napoli, nel 2024, suonava anche Fiorella Mannoia [sono stupita che Rebecca la conosca n.d.r.] ed ha raccolto tantissimi fondi che hanno aiutato associazioni come Medici Senza Frontiere e Palestinian Medical Relief Society  a fare del bene. Ma non riduceteci a vittime. Siamo danzatrici e danzatori, artisti, musicisti, madri, padri, ci sposiamo, facciamo figli e facciamo feste, siamo persone dotate di un grande sense of humor. Amiamo ridere. Non riduceteci al dolore.

Photo credit: Ansa/EPA 07704281/ALAA BADARNEH
Aggiornato il 07/10/26 alle ore 13:06