02 Aprile 2024

Chiamati a essere la comunità del Risorto

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(con piste per la riflessione)

IN ASCOLTO DELLA PAROLA

Dagli Atti degli Apostoli (2, 42-47)

«Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati».

ENTRIAMO NELLA PAROLA

I discepoli dopo la Resurrezione vivevano una profonda coerenza tra l’annuncio della Parola, l’Eucaristia e la testimonianza di vita.

Di seguito due estratti da “Comunità Cristiana e Pastorale della Carità” di Mons. Giuseppe Pasini:

«Non dividevano solo i beni materiali, ma il discorso è che non c’erano più poveri tra di loro, perché erano arrivati al punto tale che nessuno considerava più suo quello che possedeva. Il fatto che non consideravano più proprio quello che possedevano è veramente la radice di un’autentica rivoluzione, anche sociale, che parte dalla concezione di me stesso come non padrone, ma servo di Dio; di me stesso come dono che devo darmi agli altri. E nella misura in cui questo diventa convinzione profonda, diventa come elemento base per tutta una modifica continua della realtà e per un tentativo di fare eguaglianza anche nella storia e nella stessa società.

[…] la conseguenza era che la comunità era diventata altamente significativa per il mondo di allora, tanto che — aggiunge S. Luca — il Signore aggiungeva ogni giorno gente che si salvasse. Vuol dire che il mondo, guardando questo gruppo, ne rimaneva così colpito e sconvolto, da concludere: questa gente vive in maniera così nuova che io desidero farne parte. Guardando i cristiani veniva voglia di diventare cristiani».

Giuseppe Pasini, “Comunità Cristiana e Pastorale della Carità”, spunti di riflessione dal documento: “Eucaristia, comunione e comunità”. Relazione tenuta a Trento il 6 e l’8 ottobre 1983 al Convegno Pastorale Diocesano. Mons. Giuseppe Pasini ha operato per 24 anni in modo significativo all’interno di Caritas Italiana, che ha diretto dal 1986 al 1996, accompagnandone e orientandone il cammino fin dal suo avvio, accanto a monsignor Nervo, e nei decenni successivi.


Ogni cristiano è chiamato a rispondere alla sua vocazione, ognuno nella sua specificità; tuttavia, insieme abbiamo una chiamata comune: essere la comunità del Risorto, vivere insieme fraternamente per essere lievito e segno all’interno della società nelle sue diverse espressioni, seguendo le parole e l’esempio del Maestro: «Vi riconosceranno che siete miei discepoli se vi amerete gli uni gli altri» (cfr. Gv 13, 34-35).

È la comunità a essere chiamata per accogliere e coltivare il desiderio di ascolto, d’incontro e di relazione; frequentando gli spazi di vita per stimolarli, per introdurli al Vangelo; rispondendo alla necessità di una Chiesa aperta al dialogo e alla presenza culturale; con un nuovo approccio al rapporto con il Paese nel sociale e nel servizio politico.

Accogliere la presenza del Risorto significa rispondere alla sua chiamata, facendoci carico delle sofferenze e delle necessità dei fratelli che incontriamo.

Questo non avviene attraverso gesti isolati, ma attraverso la costruzione di una comunità solidale.

In questo modo, la nostra vita si trasforma, diventando un linguaggio visibile e una testimonianza che risuona nel cuore e nella vita degli altri. Attraverso una molteplicità di piccole azioni, possiamo costruire la solidarietà nella quotidianità, basata su relazioni sincere e autentiche. La solidarietà si esprime concretamente nel servizio: «Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo» (FT 215).

Si tratta di dare vita non a strutture, ma a luoghi affettivi dove si respira il calore della vicinanza, l’atmosfera di una casa, dove ci si riscopre famiglia di Dio. Per Gesù, per ogni cristiano, non esiste la folla anonima: esistono le persone, ognuna con la sua storia, i suoi problemi, a cui si rivolge per dare risposte di liberazione, di speranza, di senso e di salvezza. La realizzazione di qualsiasi percorso di promozione umana, per il cristiano, si radica nella profonda convinzione che è percorribile solo dentro esperienze di comunità, dove le relazioni autentiche aiutano a sanare le ferite e rimarginare cicatrici.

Relazioni che, nella loro libertà, arricchiscono reciprocamente, di gratuità e fraternità, la vita di chi aiuta e di chi è aiutato.

«La comunità dei credenti bandisce l’individualismo per favorire la condivisione e la solidarietà […] La grazia del battesimo rivela l’intimo legame tra i fratelli in Cristo che sono chiamati a condividere, a immedesimarsi con gli altri e a dare “secondo il bisogno di ciascuno”, cioè la generosità, l’elemosina, il preoccuparsi dell’altro, visitare gli ammalati, visitare coloro che sono nel bisogno, che hanno necessità di consolazione. E questa fraternità, proprio perché sceglie la via della comunione e dell’attenzione ai bisognosi, questa fraternità che è la Chiesa può vivere una vita liturgica vera e autentica».

Papa Francesco, Udienza Generale, 26 giugno 2019

Oggi possiamo continuare a essere la comunità del Risorto, vivendo pienamente le relazioni comunitarie esistenti e creandone di nuove, affinché la fraternità possa dissipare l’isolamento.

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Aggiornato il 02/04/24 alle ore 14:25