05 Dicembre 2025

Le gioie e le speranze

A sessant’anni dalla sua approvazione la costituzione pastorale Gaudium et Spes mantiene tutta la sua attualità e profezia.

Non si può chiudere il Giubileo della Speranza senza rendere omaggio a un documento che contiene la parola “speranza” già nel titolo. La costituzione pastorale Gaudium et spes, uno dei testi più innovativi del Concilio Vaticano II, fu promulgata esattamente sessant’anni fa, il 7 dicembre 1965.

Fin dalle prime righe (GS 1) afferma un nuovo atteggiamento della Chiesa verso il mondo moderno:

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”.

È un cambio di prospettiva notevole: la Chiesa non parla dall’esterno o dall’alto, ma si riconosce coinvolta nella storia degli uomini.

Uno dei punti centrali della Costituzione pastorale riguarda la dignità della persona come fondamento dell’ordine sociale. Il Concilio afferma che “la persona umana… è e deve essere il principio, il soggetto e il fine di tutte le istituzioni sociali” (GS 25). Da questa visione deriva il richiamo alla responsabilità politica dei cristiani: la vita sociale non è un ambito neutro, ma un terreno in cui la fede si incarna attraverso la promozione del bene comune e dei diritti umani. Il documento sottolinea infatti che “la comunità politica esiste dunque in funzione di quel bene comune, nel quale essa trova significato e piena giustificazione” (GS 74) e che i cittadini devono contribuire attivamente a costruirla.

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Un secondo grande contributo riguarda la prospettiva sui poveri. La Gaudium et spes supera una concezione puramente assistenziale e colloca la questione sociale al cuore della missione ecclesiale. Denuncia “gli squilibri economici e sociali” (GS 63) che offendono la dignità umana e afferma che “le disuguaglianze economiche e sociali eccessive tra membri e tra popoli dell’unica famiglia umana, suscitano scandalo e sono contrarie alla giustizia sociale, all’equità, alla dignità della persona umana, nonché alla pace sociale e internazionale” (GS 66). L’impegno non è solo caritativo, ma strutturale: la Chiesa è chiamata a leggere i segni dei tempi a partire dagli ultimi, riconoscendo che la giustizia sociale è parte integrante dell’annuncio cristiano.

Anche la comprensione della pace viene profondamente rinnovata, pur nel solco della Pacem in terris. Gaudium et spes afferma che “la pace non è la semplice assenza della guerra”, ma “opera della giustizia” (GS 78), anticipando intuizioni che diventeranno centrali nella dottrina sociale successiva. Il Concilio condanna con forza la corsa agli armamenti – “Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione” (GS 80) – indicando nel disarmo un’esigenza morale oltre che politica. Affermazioni tragicamente attuali: “La corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell’umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri; e c’è molto da temere che, se tale corsa continuerà, produrrà un giorno tutte le stragi, delle quali va già preparando i mezzi” (GS 81).

In questo quadro si colloca il ruolo decisivo dei laici. Il Concilio li riconosce come protagonisti della trasformazione del mondo: “I laici, che hanno responsabilità attive dentro tutta la vita della Chiesa, non solo son tenuti a procurare l’animazione del mondo con lo spirito cristiano, ma sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in ogni circostanza e anche in mezzo alla comunità umana”. (GS 43). Non semplici collaboratori del clero, ma soggetti pienamente responsabili nei luoghi dove si formano le scelte economiche, culturali e politiche.

La Gaudium et spes afferma che la persona umana trova la sua piena realizzazione solo nella relazione con gli altri e non nel ripiegamento individualista. Sottolinea che l’uomo è per sua natura un essere sociale e che la comunità è il luogo in cui dignità, libertà e diritti possono crescere. L’individualismo, invece, isola e impoverisce la persona, ostacolando il bene comune. La Costituzione pastorale invita quindi a superare ogni forma di egoismo per costruire rapporti solidali e responsabili. Solo una comunità fondata sull’amore e sulla condivisione permette all’uomo di esprimersi pienamente.

La Costituzione pastorale inaugura una nuova stagione: una Chiesa che dialoga col mondo, che vede nei poveri un criterio di discernimento, che considera la giustizia e la pace dimensioni intrinseche della fede, e che affida ai laici la missione di tradurre il Vangelo nelle strutture della società. Un’eredità ancora attuale, a sessant’anni di distanza, che continua a orientare l’impegno cristiano per la trasformazione del mondo.

È la solida base sulla quale, nel 1971, fu costruita Caritas Italiana, col suo mandato specifico a promuovere la testimonianza della carità della comunità cristiana, “in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell’uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica”.

Aggiornato il 05/12/25 alle ore 16:42