Ghiaccio quotidiano
A gennaio in Ucraina sono successe due cose.
La prima cosa è naturale ed era prevedibile: ha cominciato a fare freddo davvero. La temperatura massima si aggira sui meno cinque (a mezzogiorno, quando c’è bel tempo, col sole a picco), la minima raggiunge i meno venti. Nevica, la neve gela sull’asfalto e sul lastrone di ghiaccio nevica di nuovo; la gente cammina con un attrezzo che prima non avevo mai visto, sono catene ma non per le gomme della macchina, catene fatte per le scarpe. Però scivolano lo stesso, anche io cado spesso, infatti mi sono riempito di lividi. Un amico, qualche giorno fa, a cadere sulla neve si è rotto un braccio.
La seconda cosa anche quella da quattro anni a questa parte è diventata naturale: ci bombardano sempre di più. A Kyiv suonano le sirene quotidianamente, quasi un’occorrenza metereologica, e almeno una volta a settimana, la notte, piove di tutto e stiamo svegli con le esplosioni che scuotono i vetri come fosse un brutto temporale. Alle volte vediamo anche i lampi, ma sono rossi e puzzano di gomma arsa. Il giorno dopo la notizia è sempre quella: su Kyiv si scatena il più grande bombardamento dall’inizio del conflitto, ed è un record che battiamo settimanalmente. La novità è che bombardano con più precisione, colpiscono le centrali termiche e le stazioni di alta tensione e la griglia energetica del paese è a brandelli.
Nelle case mancano acqua, luce e riscaldamento. O tutte e tre, o due delle tre, o una delle tre; le altre due compaiono solo per qualche ora.
In ufficio facciamo questo bingo, che la mattina alla domanda come stai? rispondiamo due di tre o uno di tre che vuol dire: a casa ho l’acqua e l’elettricità (due di tre) oppure a casa ho solo l’acqua (uno di tre); come stiamo dipende da come sta casa nostra.
Il riscaldamento, che sarebbe tre di tre, non l’ha nessuno da quindici giorni.
In casa fa così freddo che l’altro giorno ho aperto il frigorifero (c’era corrente) e dentro al frigorifero faceva più caldo che in cucina. Fa così freddo che il mio gatto, si chiama Pandoro, e Pandoro viene dalla strada ma il veterinario dice che ha del sangue siberiano perché è tutto pelo e d’inverno diventa enorme, ebbene Pandoro il siberiano ha preso il raffreddore; non mette mai il muso fuori casa: gli è venuto il raffreddore a stare sul divano. Passa le giornate a starnutire e lamentarsi, e io provo a dirgli che lui è nato per scorrazzare nella taiga ma non mi sembra mi ascolti. Due volte al giorno gli do le gocce per il naso e il collirio, e lui non è contento: miagola più forte e scappa sotto il letto.

Queste due cose, che ci bombardano e che fa freddo, non finiranno domani. Entrambe possono solo peggiorare: la Federazione Russa dallo scorso febbraio, è ormai un anno, ha aumentato esponenzialmente gli attacchi sulle infrastrutture civili, e la primavera qui arriva molto tardi, ma così tardi che Le tre sorelle, il dramma di Cechov, che è ambientato in una provincia non nominata dell’impero zarista ma io credo che Cechov avesse in mente un posto nell’Ucraina orientale, che lui era nato sul mar d’Azov, magari pensava a Kharkiv, o a Poltava; di sicuro in Zio Vania ci sono dei personaggi che vanno e vengono da Kharkiv; insomma ne Le tre sorelle la prima battuta suona così
Nostro padre è morto esattamente un anno fa, in questo stesso giorno, il cinque maggio, il tuo onomastico, Irina. Faceva freddo allora, nevicava.
Il cinque maggio nevicava, nell’Ucraina di Cechov, e pure nella nostra, che io di sicuro mi ricordo una nevicata il 25 aprile, e in generale mi sono sempre tolto il cappotto a giugno.
Poi in questo gennaio così freddo ho preso molto il treno, che in Ucraina ci sono dei treni bellissimi, e prima di addormentarmi al rollio dei binari guardo fuori che è tutto bianco e immobile e mi viene in mente una frase di Bedeschi, che in Centomila gavette di ghiaccio scrive
La colonna marciava compatta affondando fino al ginocchio nella bianca vastità del proprio sepolcro.
E ci sono giornate che mi pare proprio che stiamo affondando sempre di più in questo sepolcro, con le ginocchia, con il corpo e con la faccia, e che siamo circondati da pareti di ghiaccio così spesse che da fuori nessuno ci sente più.
*Questo è il racconto di Francesco Fornari, operatore di Caritas Italiana in Ucraina.
Caritas Italiana ogni anno, da quattro anni scalda gli inverni di chi vive in guerra. Sostienici, aiutaci a dare riscaldamento alle famiglie ucraine. Perché l’inverno torni ad essere solo una stagione.
Resistere anche al freddo: l’impegno della Caritas in Ucraina – Caritas Italiana
Aggiornato il 30/01/26 alle ore 12:02

