04 Giugno 2026

La felicità di mio padre

Francesca racconta come la dipendenza dall’azzardo del padre abbia segnato la sua famiglia. Una testimonianza dalla caritas diocesana di Oppido-Palmi che richiama l'importanza dell'ascolto e della consapevolezza.

Come operatori Caritas incontriamo spesso storie che rimangono nascoste per anni dentro le mura di casa. Situazioni che raramente emergono attraverso richieste esplicite di aiuto, ma che affiorano lentamente durante un colloquio, un momento di ascolto o una domanda apparentemente legata soltanto a difficoltà economiche o lavorative. Dietro quei racconti si nascondono spesso sofferenze profonde, relazioni consumate dalla fatica e dipendenze che, quasi senza farsi notare, hanno cambiato il volto della quotidianità familiare. 

Tra queste c’è la storia di Francesca e di suo padre Domenico. Una storia che mostra quanto l’azzardo possa insinuarsi nella vita di una famiglia in modo graduale, fino a modificarne gli equilibri senza che nessuno riesca davvero a rendersene conto. 

Francesca arriva alla Caritas di Oppido-Palmi dopo la morte improvvisa del padre. Ha poco più di vent’anni, sta terminando gli studi in economia e attraversa un periodo di forte precarietà. Le entrate familiari si sono ridotte drasticamente e lei si rivolge al centro di ascolto chiedendo un sostegno concreto: un aiuto alimentare, un orientamento per trovare lavoro, qualcuno che possa accompagnarla in un momento che sente più grande di lei. 

Racconta di essere cresciuta in un piccolo paese, dove il gioco delle carte nei circoli era considerato qualcosa di normale, quasi parte della cultura del luogo. Per molti uomini rappresentava un modo per stare insieme, passare il tempo, condividere momenti di compagnia. Anche Domenico aveva iniziato così. Sembrava solo un’abitudine innocua, un passatempo come tanti. Nessuno avrebbe immaginato che, col tempo, quel rapporto con il gioco potesse trasformarsi in una dipendenza. 

Alle partite a carte si aggiungono le slot machine, il Superenalotto, le soste sempre più frequenti nei bar.

Tra i ricordi che Francesca custodisce ce n’è uno particolarmente significativo. Poco prima che il padre venisse a mancare, erano andati insieme a fare la spesa in un centro commerciale. Durante il tragitto verso l’auto, Domenico si ferma davanti a una slot machine, inserisce pochi euro e vince cento euro. Francesca ricorda ancora il suo volto illuminarsi di entusiasmo, una felicità contagiosa. Lasciandosi coinvolgere da quel momento, gli chiede in regalo un ciondolo per il suo bracciale.

Oggi Francesca ripensa a quell’episodio con nostalgia e tenerezza, ma riesce anche a coglierne un significato più profondo: suo padre era finalmente felice, si sentiva fortunato per avere la possibilità di far sorridere sua figlia.

Dopo la morte del padre, Francesca ha iniziato a rileggere molti episodi della propria infanzia con uno sguardo diverso. Non c’è rabbia nelle sue parole, ma la consapevolezza di quanto il gioco sia riuscito, nel tempo, a occupare spazi sempre più grandi nella vita familiare senza che nessuno riuscisse davvero a fermarlo. 

Oggi Francesca prova a costruire il proprio futuro partendo anche da questa storia. Raccontarla, per lei, significa dare un senso a una sofferenza rimasta a lungo senza nome e trasformarla in una possibilità di consapevolezza per altri. 

Quella di Francesca e Domenico è simile a tante altre. Storie che non iniziano mai parlando apertamente di gioco d’azzardo, ma che poco alla volta rivelano fragilità, solitudini e famiglie intere trascinate dentro una sofferenza difficile da raccontare.

La testimonianza di Francesca ci ricorda che la dipendenza non colpisce mai una sola persona: entra nelle case, modifica gli affetti, cambia gli equilibri e lascia vuoti che durano nel tempo. 

Molte famiglie convivono per anni con il gioco d’azzardo senza riuscire a riconoscerlo davvero come una dipendenza.

Per questo creare spazi di ascolto e consapevolezza diventa fondamentale.

Dare un nome a ciò che accade è spesso il primo passo per interrompere il silenzio. E a volte può fare la differenza tra una famiglia lasciata sola e una famiglia che riesce ancora a ritrovarsi. 

La storia di Francesca ci insegna che ogni ferita può diventare memoria viva e se accolta, attraversata, apre spiragli di luce per noi e per altri.

Aggiornato il 04/06/26 alle ore 16:06