21 Luglio 2025

Non facciamo del bene

Recensione di un piccolo saggio, quasi un pamphlet, molto scomodo ma che interpella il nostro lavoro. Da un suggerimento di lettura di Carlo Andorlini durante gli ultimi YOUNGDAYS a Firenze.

Il libro in questione ha un titolo già di per sé provocatorio: Non facciamo del bene, di Andrea Morniroli e Gea Scandarello. Il suggerimento è arrivato durante gli YOUNGDAYS di Firenze durante l’intervento d Carlo Andorlini. Quindi eccoci qui a rilanciare questo suggerimento.

Prendete un attimo e liberate la mente da buone intenzioni, retorica del “fare del bene” e dell’autocompiacimento. Siete pronti? Bene. Per affrontare al meglio la lettura del libro mi sono affidato all’ascolto della canzone suggerita come citazione nel primo capitolo – I buoni, i furbi, gli sfigati –, nello specifico la Canzone canzone contro la paura di Brunori Sas. Un po’ di musica aiuta sempre…

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Non è una lettura rilassante, dimenticate le rassicuranti fiabe sul volontariato e sull’aiuto al prossimo senza se e senza ma. Morniroli e Scancarello ci trascinano in un viaggio scomodo, scomodissimo, nel cuore del lavoro sociale, smascherandone ipocrisie, limiti e, soprattutto,

l’urgente necessità di riscoprirne la dimensione politica.

Per troppo tempo, noi operatori sociali – e sì, anche noi, in Caritas, dobbiamo fare i conti con questa realtà – siamo stati relegati, o forse ci siamo auto-relegati, a un ruolo di meri esecutori, di “bravi samaritani” che tamponano emergenze. Siamo diventati esperti nel curare le ferite, ma troppo spesso abbiamo dimenticato di chiederci chi le sta infliggendo, e perché.

“Diciamocelo chiaro, allora: nessun operatore sociale desidera salvare il mondo. Quell’attitudine e quell’illusione, peraltro preziose da coltivare, si sciolgono per lo più superati i vent’anni, dopo i primi impatti con la brutalità dell’esistente. L’operatore sociale vuole – deve voler – aggiustare il mondo: e la sua cassetta degli attrezzi è il riconoscimento della propria dimensione politica e culturale”.

Se il nostro agire non è profondamente politico, rischia di essere inefficace, complice, persino dannoso. Non si tratta di schierarsi con un partito o di sventolare bandiere. Si tratta di riconoscere che ogni nostro intervento, ogni progetto, ogni relazione che instauriamo con le persone che accompagniamo, ha un impatto sulla struttura del potere, sulla distribuzione delle risorse, sulla dignità stessa degli individui.

Questo libro è un grido.

Un invito a smetterla di essere semplici “aggiustatutto” e a diventare agenti di cambiamento. Se siete operatori sociali, se vi occupate di volontariato, o semplicemente se vi sta a cuore la giustizia sociale, è un libro da leggere con attenzione. E dopo averlo letto, sfido a chiedervi: siamo davvero facendo del bene, o stiamo solo mettendo una toppa su un sistema che rema contro i più fragili?

E la missione (evangelica)? La tanto citata missione di cui l’operatore Caritas si sente investito come un di più oltre il lavoro sociale? Forse la dimensione politica è proprio il punto di snodo: non è un’opzione, è una responsabilità. E da questa responsabilità che, con le stesse parole di Franco Basaglia, citate sul finire del saggio, possiamo veramente ripensare la missione oggi: “L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile[…]. È quello che ho già detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere. È il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo,

cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare”.