12 Gennaio 2026

Oltre il Sottosopra: perché facciamo così fatica a lasciare andare Stranger Things?

Dalle notti in bianco per l’uscita degli episodi ai re-watch infiniti per prepararsi al finale, Stranger Things non è stata solo una serie, ma un vero rito collettivo che ci ha permesso di affrontare insieme la paura di crescere.

Ora che le luci di Hawkins si sono spente definitivamente, ci ritroviamo con un vuoto che va oltre la semplice fine di una serie TV. La domanda sorge spontanea: perché facciamo così tanta fatica a dirle addio?

Per dieci anni, Stranger Things non è stata solo intrattenimento; è stata, come suggerito da Annalena Benini in un articolo su il Foglio, l’unico vero interlocutore per quella che è spesso definita come la fascia sociale meno amata: i giovani adolescenti. In un mondo adulto che tende a ignorare o a colpevolizzare i ragazzi — usandoli spesso come parafulmine per i problemi legati ai social e alla tecnologia — questa serie ha saputo parlare la loro lingua. Ha preso il loro “cuore palpitante” e lo ha trattato con una serietà che raramente si incontra.

La nostalgia di un tempo mai vissuto

Il fascino della serie non risiede solo in un’estetica anni ’80 fatta di neon e walkman, ma nella creazione di uno spazio emotivo. Quello era un tempo analogico, più lento, dove l’amicizia era una presenza reale, fisica, e non una semplice notifica sullo smartphone.

In un’epoca come la nostra, che esalta l’individualismo ma ci lascia con un profondo bisogno di appartenenza, quel “noi” che combatte contro i mostri ci manca terribilmente.

Guardare Stranger Things è diventato un gesto collettivo. In parte per combattere la FOMO (Fear Of Missing Out), quella paura di restare esclusi dai discorsi e dalle chat del giorno dopo,

ma soprattutto perché è riuscita a unire generazioni diverse.

La cultura pop — la musica, il cinema, i giochi di ruolo — è diventata un linguaggio comune capace di far dialogare genitori e figli, passato e presente. È una memoria collettiva che accorcia le distanze.

La paura di crescere

Al cuore della serie c’è un coming of age (un romanzo di formazione) universale. Attraverso i Demogorgoni e il Sottosopra, abbiamo esplorato la paura di crescere, il timore di perdere l’innocenza dell’infanzia e la scoperta che il mondo adulto è, in realtà, fragile, imperfetto e tutt’altro che invincibile.

Forse Stranger Things ci ha coinvolti così tanto perché ci ricorda che crescere fa paura. Ma ci insegna anche che affrontare il “Sottosopra” della vita — le nostre insicurezze, le sfide sociali e le solitudini — è possibile solo se lo facciamo insieme.

Lungi dal vivere YOUngCartias nello spirito Stranger Things vale la consapevolezza che, se camminiamo uniti, anche il buio più profondo diventa un po’ meno oscuro.

E forse proprio la dimensione sociale del rito non è del tutto tramontata…