A Kigali la sfida della Caritas
“Radicati nella compassione, all’altezza della sfida: l’azione umanitaria della Caritas in un mondo in cambiamento”. È questo il titolo della Conferenza umanitaria globale di Caritas Internationalis, alla quale ha partecipato Caritas Italiana dal 3 al 5 marzo a Kigali, in Ruanda. All’incontro avrebbero dovuto partecipare circa 80 delegati da tutte le regioni del mondo. Gli attacchi dell’ultima settimana hanno però impattato in maniera significativa sul traffico aereo, costringendo a terra chi doveva arrivare dal Medio Oriente ma anche dall’Asia. La guerra lacera ed esclude.

In un momento estremamente faticoso, in cui sembra che i germogli di speranza debbano a tutti i costi soccombere sotto le bombe e nelle menti di decisori politici ingordi di potere, a scapito del rispetto della vita umana; quando sia il supporto all’azione umanitaria sia il rispetto del diritto internazionale vengono continuamente messi in discussione e i disastri naturali causati dal clima sono in costante aumento, proprio in questo contesto ci si è ritrovati. Da una parte per esprimere rinnovata vicinanza alle comunità che vivono nei contesti più fragili e nei teatri di conflitto – erano presenti rappresentanti provenienti dal Myanmar, dal Sudan, dal Sud Sudan, da Haiti, dal Venezuela, dall’Ucraina, solo per citarne alcuni – dall’altra per condividere riflessioni e proposte su come migliorare l’efficacia, il coordinamento e la qualità dell’accompagnamento che è al cuore del nostro essere Caritas, anche a partire dalle tante buone pratiche ed esperienze maturate nei diversi contesti.
Cooperazione, risorse in calo e nuove responsabilità

Le tre giornate di lavoro sono state particolarmente interattive, con gruppi di confronto a rotazione e nel rispetto delle diverse specificità linguistiche. All’ordine del giorno anche discussioni impegnative sul significato di partenariati realmente animati da uno spirito di cooperazione fraterna e fondati nei principi della dottrina sociale della Chiesa. Si è affrontato inoltre il grande nodo della riduzione non solo dei finanziamenti tradizionali – tra gli ospiti esterni è intervenuto anche il coordinatore delle Nazioni Unite per la risposta alle emergenze, Tom Fletcher – ma anche degli spazi di partecipazione per le organizzazioni della società civile, che continuano a cercare vie per rispondere a bisogni umanitari sempre più vasti e complessi.
Secondo le Nazioni Unite, nel 2026 saranno circa 87 milioni le persone che riceveranno assistenza “prioritaria”, a fronte di 275 milioni di persone nel bisogno, senza contare quanti sfuggono alle statistiche ufficiali. Per questo molta attenzione è stata dedicata anche alla necessità di rafforzare la centralità delle Caritas dei Paesi che affrontano crisi prolungate e sfide multisettoriali. L’obiettivo è permettere loro di accedere in modo sempre più diretto ai processi di dialogo, co-progettazione e finanziamento. È anche così che prende forma il principio di sussidiarietà – oggi spesso definito anche come “localizzazione” – che non riguarda soltanto l’accesso alle risorse, ma implica condivisione dei rischi, semplificazione dei carichi amministrativi, rafforzamento delle organizzazioni locali, scambio di competenze e percorsi di advocacy comuni, attenti alle diverse sensibilità dei contesti.
Memoria, riconciliazione e speranza
Durante la celebrazione eucaristica, il vescovo Mwumvaneza, presidente di Caritas Ruanda, ha accompagnato i partecipanti con le parole del Vangelo di Matteo (25,31-46): “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Le sue parole sono risuonate come un invito alla cura e all’incoraggiamento, soprattutto là dove lo sconforto rischia talvolta di prendere il sopravvento.
La scelta di Kigali come sede della conferenza – per la prima volta dopo molto tempo fuori dall’Europa – ha avuto anche un forte valore simbolico. I partecipanti hanno visitato il Memoriale del genocidio del 1994, nel quale in meno di cento giorni circa un milione di Tutsi furono brutalmente uccisi in un Paese che allora contava appena sette milioni di abitanti. Ricordare è doloroso, ma necessario: significa riportare al cuore quella tragedia per riconoscere i segnali che l’avevano preceduta e che troppo spesso restano ignorati.
All’interno del memoriale una sezione è dedicata anche ad altre atrocità avvenute nel mondo, luoghi nei quali l’umano sembra aver ceduto spazio al disumano. Eppure proprio il Ruanda di oggi testimonia che percorsi di riconoscimento e riconciliazione sono possibili. È un Paese giovane – più della metà della popolazione ha meno di trent’anni – e proprio questa energia rappresenta un terreno fertile di speranza. La stessa speranza che continua ad animare quanti, nel mondo, perseverano nel costruire percorsi di solidarietà e fraternità globale.
Aggiornato il 06/03/26 alle ore 13:38

