Giovani, artigiani di pace
La Carta di Leuca è un impegno alla pace che nasce dall’incontro, dall’ascolto e dal confronto tra giovani provenienti da diverse sponde del Mediterraneo. Non soltanto un documento da proclamare e firmare, dunque, ma il punto di arrivo di un percorso nel quale i partecipanti sono chiamati a interrogarsi sulle ferite del presente, sulle differenze, sulle relazioni e sulle strade possibili per costruire comunità capaci di dialogo e fraternità.
L’edizione 2026, l’undicesima, dal titolo “Mediterraneo di pace per un mondo in pace – Bellezza, Arte e Pace”, si è conclusa il 14 agosto 2026 a Santa Maria di Leuca, mettendo al centro soprattutto la voce delle nuove generazioni, in un tempo in cui guerre, violenze e divisioni continuano a segnare profondamente il Mediterraneo e, in particolare, la Terra Santa. Promossa dalla Caritas attraverso Young Caritas, dal Servizio di Pastorale Giovanile e dall’equipe del seminario vescovile. Alle prime luci del giorno, dopo il cammino notturno dei giovani, si sono svolte la proclamazione e la firma della Carta e la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme.
I laboratori Caritas: riconoscere le ferite, generare speranza
La Carta ha preso forma anche attraverso i laboratori promossi dalla Caritas della Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, guidata dal direttore don Lucio Ciardo, insieme a Caritas Cipro. Un percorso che ha messo i giovani al centro, offrendo loro spazi e strumenti per raccontarsi, ascoltare esperienze diverse e trasformare le riflessioni condivise in un impegno comune.
Uno dei primi temi affrontati è stato quello delle “relazioni ferite”. Attraverso la modalità del world café, i ragazzi si sono interrogati sulle ferite che attraversano le relazioni tra le persone, l’ambiente, i territori e il mondo, ma anche su quelle ereditate dal passato e sul futuro che desiderano costruire.
Un altro laboratorio è stato dedicato alla diversità come ricchezza. Partendo dalla tendenza a cercare sicurezza nella conformità, i giovani sono stati accompagnati a riconoscere ciò che rende ciascuno unico e a scoprire come le differenze, quando sono accolte e condivise, possano creare legami. Un’immagine riassume il senso del percorso: «la nostra diversità diventa il ponte che permette l’incontro».
Il lavoro è proseguito intorno a tre parole: memoria, apertura e speranza. Attraverso attività di narrazione e la costruzione di una “mappa della speranza”, i partecipanti hanno individuato atteggiamenti e valori capaci di riaprire strade apparentemente chiuse e generare possibilità nuove.
Sono queste esperienze, insieme alle domande e alle riflessioni maturate durante i giorni di incontro, ad aver contribuito alla composizione della Carta.
Giovani da Betlemme, Cipro e dall’Italia
La dimensione mediterranea della Carta ha trovato concretezza nell’incontro tra giovani con provenienze, storie ed esperienze differenti. A Leuca erano presenti anche giovani provenienti da Betlemme e da Cipro, insieme ai partecipanti italiani e ai giovani legati a FOCSIV Napoli.
La presenza dei ragazzi di Betlemme ha assunto un significato particolare in un’edizione inevitabilmente attraversata da quanto sta accadendo in Terra Santa. Le loro esperienze si sono incontrate con quelle degli altri giovani, portando dentro il percorso non soltanto il racconto delle ferite, ma anche il desiderio di continuare a costruire relazioni nonostante le divisioni.
L’incontro tra giovani di Paesi e contesti diversi ha dato così forma concreta a uno dei principi che attraversano tutta la Carta: la differenza non come ostacolo da eliminare, ma come possibilità di conoscenza reciproca e di crescita.
“Non Passeremo oltre”
Sono stati gli stessi giovani a dare voce alla Carta nel momento della proclamazione.
«Noi giovani del Mediterraneo ci impegniamo ad avere occhi aperti, capaci di riconoscere e accogliere le complessità del nostro tempo. Non vogliamo restare indifferenti davanti alle ferite tra i popoli. Non passeremo oltre davanti alle relazioni spezzate che mettono uomo contro uomo, popolo contro popolo».
Il riferimento scelto è quello evangelico del buon Samaritano: «Vogliamo vedere le piaghe dell’umanità e prendercene cura, affinché nessuno venga lasciato solo lungo la strada».
C’è poi il tema delle differenze, già affrontato durante i laboratori: «Non siamo chiamati a conformarci, ma a vivere nella comunione. Ciò che è diverso arricchisce, non divide».
E c’è la consapevolezza che costruire la pace significhi anche confrontarsi con ciò che il passato lascia in eredità: «Talvolta le nostre memorie alimentano divisioni. Ci impegniamo a guarire le nostre memorie individuali e quelle comunitarie. Vogliamo percorrere strade di speranza».
La proclamazione culmina in una responsabilità assunta direttamente dalle nuove generazioni: «Dal Mediterraneo può elevarsi un grido profetico e noi giovani vogliamo essere la voce di questo grido».
In cammino, sulle orme di don Tonino Bello
La Carta non è stata costruita soltanto attraverso le parole. Prima della proclamazione, i giovani hanno vissuto anche il pellegrinaggio notturno dalla tomba del venerabile don Tonino Bello, ad Alessano, fino al Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae.
Dopo la veglia di preghiera sulla tomba di don Tonino, il cammino è proseguito durante la notte fino all’arrivo a Leuca, dove la mattina del 14 agosto si sono svolte la proclamazione, la firma della Carta e la celebrazione eucaristica.
Un pellegrinaggio che ha legato idealmente l’esperienza dei giovani alla testimonianza di don Tonino Bello e alla sua visione di un Mediterraneo capace di diventare luogo di incontro e di “convivialità delle differenze”.
Ad Alessano, la Fondazione Don Tonino Bello ha conferito al Cardinale il premio internazionale Don Tonino Bello. La cerimonia si è svolta anche alla presenza di Don Luigi Ciotti.
Pizzaballa: “La pace passa anche da noi”
A raccogliere e rilanciare il messaggio dei giovani è stato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme.
Durante l’omelia ha insistito sulla responsabilità personale e comunitaria nella costruzione della pace: «Noi pensiamo sempre che la pace la debbano fare gli altri, ma invece passa anche da noi».
Pizzaballa ha parlato a partire dall’esperienza della Terra Santa, segnata dalla violenza e dalla perdita del riconoscimento dell’altro. «In Terra Santa abbiamo assistito alla deumanizzazione dell’uomo e questo crea sfiducia e paura. Siamo chiamati a salvare l’umanità attraverso le nostre relazioni personali e comunitarie. Siamo immagine di Dio anche come comunità e come Chiesa».
Il dialogo diventa allora una scelta da compiere proprio quando la paura spingerebbe nella direzione opposta. «In genere, quando abbiamo paura, ci chiudiamo; invece il dialogo è la prima forma per sconfiggere quelle paure».
Non si tratta, per il Patriarca, di attendere che siano soltanto altri ad agire. «Dio conduce la storia, ma noi dobbiamo cambiare il nostro modo di stare nella storia».
Da Leuca a Gerusalemme
Il legame tra Leuca e la Terra Santa ha attraversato l’intero incontro. A richiamarlo è stato anche monsignor Vito Angiuli, vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, la cui lettera pastorale “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia” ha rappresentato il filo conduttore del meeting.
L’invito è quello a ripensare il Mediterraneo a partire da Gerusalemme, considerata una «frontiera fragile e generativa» capace di rappresentare molte delle contraddizioni e delle speranze del nostro tempo.
«Non è un caso se Carta di Leuca si svolge nel piazzale di questa Basilica, definita “Porta per Gerusalemme”. Esiste un legame spirituale con la Terra Santa», ha sottolineato Angiuli.
Un legame reso ancora più evidente dalla presenza del Patriarca latino di Gerusalemme. Guardando il Mediterraneo da Leuca, Pizzaballa ha osservato: «Mi fa impressione pensare che dall’altra parte c’è la terra da cui provengo. Non così vicina, ma nemmeno così lontana».
Il mare, allora, non è soltanto distanza o confine. Può diventare spazio di relazione, capace di mettere in comunicazione comunità, Chiese e giovani che vivono sulle sue diverse sponde.
Una domanda che interpella tutti
Nell’omelia il Patriarca è partito dal racconto della Genesi e dalla domanda rivolta da Dio all’uomo: “Dove sei?”.
È dalla Terra Santa che Pizzaballa ha portato a Leuca una delle domande più radicali dell’incontro.
«Molto spesso, in Terra Santa, i nostri fedeli si chiedono: “Dov’è Dio? Perché permette tutto questo male?”. E io rispondo proprio con questa domanda: “Dove sei tu, uomo? Cosa abbiamo fatto della nostra umanità?”».
Una domanda che non riguarda soltanto chi vive nei luoghi attraversati dalla guerra. Pizzaballa l’ha allargata a tutti: «La domanda non è “Dov’è Dio?”, ma “Cosa abbiamo fatto della nostra umanità?”, a Gaza, in Cisgiordania, in Israele, in Palestina, a Santa Maria di Leuca e in ogni altra parte del mondo».
La risposta passa dalla capacità di «riconoscere in ogni uomo la presenza di Dio» e di rendere le proprie scelte, le relazioni e la vita delle comunità parte di un processo di riconciliazione.
La Carta di Leuca si chiude così, ma il percorso affidato ai giovani resta aperto. Le parole scritte insieme, i laboratori Caritas, l’incontro tra esperienze provenienti da diverse sponde del Mediterraneo e il pellegrinaggio sulle orme di don Tonino Bello consegnano una responsabilità che va oltre i giorni trascorsi a Leuca: portare nei propri territori relazioni capaci di ricucire le ferite, custodire le differenze e generare speranza. Dal Mediterraneo, segnato oggi da conflitti e divisioni, la scelta dei giovani è quella di continuare a camminare e di non lasciare che l’indifferenza abbia l’ultima parola. La pace, prima ancora di essere un traguardo, diventa così un modo concreto di abitare le relazioni e le comunità, tenendo aperto uno spazio di incontro anche quando sembra più difficile
Aggiornato il 16/08/26 alle ore 22:05

