L’essenziale rimane
Quando ero piccola mi ricordo un fatto di cronaca che mi fece molta impressione. Il TG1 mandò in onda il video. Forse era in Giordania, o nella “solita” sfortunatissima Palestina. Si stava celebrando la festa di un matrimonio, non capivo ancora se musulmano o cristiano, mi ricordo solo che le donne indossavano vestiti pieni di pailettes, quando il pavimento sotto gli invitati che ballavano cedette. Uno schiocco strutturale. Clank. Il rumore era simile a quello di un elastico teso che si rompe. Quasi a tempo di musica, le mani dei presenti si sollevarono tutte insieme come nelle montagne russe, ma senza divertimento. I vestiti si gonfiarono per la spinta inversamente proporzionale dell’aria verso l’alto, la stessa aria che fece diventare i capelli degli invitati cotonati e ridicoli per qualche secondo, mentre la gravità improvvisa li tirava giù. Ci furono morti, non molti per fortuna. La sposa e lo sposo uscirono illesi. Quello che mi sconvolse all’epoca però fu l’agnizione di come la tragedia possa scegliere di abitare i luoghi di festa. Per me, ragazzina, era impossibile. Matrimoni, battesimi, Pasqua, Natale dovevano essere delle zone franche. Delle domeniche dell’umanità in cui non si lavora e non si muore.
Ieri a Gaza City crolla un palazzo. Le macerie si aggiungono alle 61 milioni di tonnellate di detriti. I morti, 20 di cui 8 bambini, agli almeno 8mila gazawi che non sono più in vita. 8 mila sono tanti. Gaza in tre anni sembra essersi trasformata nella storica Al-Qarāfa, la città dei morti in Egitto, dove centinaia di migliaia di vivi coabitano pacifici con i defunti di secoli in un’area cimiteriale di 10 km, fra tombe e mausolei. Ma a Gaza di storico, di pacifico e di secoli c’è ben poco.
Quello che mi sconvolse all’epoca però fu l’agnizione di come la tragedia possa scegliere di abitare i luoghi di festa. Per me, ragazzina, era impossibile. Matrimoni, battesimi, Pasqua, Natale dovevano essere delle zone franche. Delle domeniche dell’umanità in cui non si lavora e non si muore.
Tornando al crollo del palazzo, cosa mi ha fatto impressione. Che lì, in quell’edificio fatiscente, tremolante come un biancomangiare a causa delle continue onde d’urto dei bombardamenti, si stesse festeggiando un matrimonio. Se eticamente sono rimasta ragazzina, come un cappotto infeltrito dalla maturità, indosso oggi la consapevolezza che non esistono domeniche dell’umanità, che ai matrimoni si può morire e che durante le pasque, ortodosse o cattoliche che siano, si può bombardare. Eccome. Però quelle persone a Gaza hanno scelto di fare festa. Hanno scelto parafrasando la canzone di Mengoni, l’“essenziale”. Mentre il mondo cade a pezzi, hanno scelto di comporre e di dare nuovi spazi a desideri che appartengono anche a noi, che viviamo in pace. Hanno scelto come gli eroi, quando il gioco si fa duro, di giocare, di danzare, di scambiare le offese con il bene. Hanno scelto i gazawi e i palestinesi l’ “essenziale”. Quell’essenziale, la “parte buona” (l’agathì merida come recita il Vangelo di Luca) che nessuno e nessun male potrà mai loro togliere.
Aggiornato il 18/09/26 alle ore 10:20

