02 Novembre 2026

Ucraina, due parole sulla pace

La pace non è il contrario della guerra, ma della violenza che nasce dall'ingiustizia. Una riflessione

Foto dei Funerali di Edoardo VII, re d’Inghilterra, 1910

Su questa cosa della pace io posso scrivere poco. Abito a Kyiv e vivo da quattro anni in un paese in guerra. Non che prima andasse meglio. Ho lavorato in Ciad, che ci sono un centinaio di fazioni sempre a spararsi addosso e nel periodo in cui ci abitavo, vivevo a N’Djamena, nella capitale, la sera uscivano i cortei contro il governo, tutti studenti con i machete per aria, che era un governo militare ereditario, il dittatore di prima era morto in battaglia investendo i beduini coi pickup toyota; poi la polizia e l’esercito, che lì sono la stessa cosa e li armiamo noi, nel senso che le armi vengono comprate coi nostri soldi, caricavano queste folle sudate e sporche, quelli che manifestavano, gli toglievano i machete a colpi di mitraglia e li rinchiudevano in camion blindati e li abbandonavano in campi di concentramento in mezzo al deserto. Era una cosa così violenta da dare ribrezzo, come vedere una scolopendra nel letto, ma allo stesso tempo così remota che nessuno ne sapeva niente; mi ricordo che telefonavo in Italia e tutti pensavano stessi a fare i safari nella savana invece stavo chiuso in casa con gli spari fuori e la malaria addosso.

Prima ero a bordo dell’Ocean Viking e tiravamo su dalla risacca gli scarti di tutti i conflitti del mondo, c’era chi moriva soffocato nella pancia dei gommoni; a volte la prua della nostra nave tagliava come una rompighiacci uno strato di cadaveri cenciosi che odoravano di benzina lasciati lì da un naufragio che tutti avevano dimenticato prima ancora di accorgersene, e si sentiva il campanaccio dei crani rintronare sulla chiglia d’acciaio.

Ad Haiti uscivo di casa la mattina e d’abitudine c’era un morto ammazzato sul marciapiede, nessuno ci faceva caso; c’era spesso anche un cane ammazzato, o un gatto, o un pollo; si sentivano gli spari in strada la notte e di giorno filavamo fra casa e ufficio in fuoristrada, veloci senza fermarci.

Tutte le persone che ho conosciuto nei centri d’accoglienza per richiedenti asilo, che sono stati il mio primo lavoro, la pace loro non sapevano nemmeno cosa fosse e venivano davvero dappertutto che addirittura uno veniva dalle Isole Comore che io non sapevo neanche esistessero, le Isole Comore, e in tutti i posti dai quali venivano la pace non l’avevano mai vista.

Prima di procedere, dal momento che di pace, come accennato, ne so molto poco, quantomeno per esperienza diretta, vorrei snocciolare qualche concetto che credo possa essere utile per i nostri ragionamenti. Pur non avendo grande esperienza di pace, infatti, sono tuttavia un appassionato di irenologia, che è la scienza che della pace, e delle sue premesse e dei suoi prerequisiti, si occupa.

Io sono convinto, alla luce delle mie letture, e dopo la tenebra delle mie esperienze, che la pace, in sé, non soltanto sia rara da esperire ma sia anche complessa da definire. Volendo limitarla, sforzandosi di definire il suo contrario, inoltre, ci si trova davanti a una fallacia logica. Il contrario della pace, infatti, non è la guerra. Questo perché se la pace è una cosa positiva, la guerra non è necessariamente una cosa negativa. Ci sono guerre per i diritti, guerre personali, guerre contro noi stessi, battaglie per il riconoscimento: sono tutti processi sociali legittimi. Il contrario della pace è la violenza, che indubbiamente ha aspetti negativi e che, soprattutto, si distingue per asimmetria e mancanza di giustizia.

Io sono convinto, alla luce delle mie letture, e dopo la tenebra delle mie esperienze, che la pace, in sé, non soltanto sia rara da esperire ma sia anche complessa da definire

Ne conseguono alcune considerazioni apparentemente contraddittorie: può esistere, come accennato, una guerra non violenta, che anzi è un auspicabile processo conflittuale all’interno di una società democratica; possiamo addirittura affermare che una società senza guerra, o, per dirla con una parola più addomesticabile, una società senza conflitto, sia giocoforza una società violenta, perché le istanze sociali non emergono e non trovano il riconoscimento dovuto, essendo soppresse dalla classe dominante. La lingua tedesca illustra questa apparente contraddizione con sintesi ed eleganza: la stessa parola che designa la violenza, infatti, Gewalt, significa anche potere. Una stessa parola per due concetti strettamente legati, soprattutto se si considera che, dai tempi di Hobbes, la giustificazione che il potere fornisce di se stesso è proprio quella di essere un argine contro la violenza.

Io credo, in base a queste poche ma dense esperienze, che la violenza sia lo stato normale della nostra società; il suo contrario, che chiamiamo pace, è l’eccezione.

La violenza è una brutta malattia e una volta contratta non può che peggiorare. Contro la violenza non esiste cura, esiste solo la prevenzione, che ne contrasta le cause. Qualunque buon irenologo sa che queste cause non sono mai l’unità nazionale, la libertà dei popoli, il radicalismo religioso o le altre sovrastrutture che vengono forgiate nelle narrazioni geopolitiche. La violenza nasce dalle differenze di censo incolmabili nell’arco di una generazione, dalla disuguaglianza sociale che si rispecchia in percorsi lavorativi diversi e segregati, già decisi alla nascita, e che deriva da un accesso predeterminato a sistemi educativi incomparabili; dal razzismo istituzionale e legiferato, che non si ferma a pratiche di esclusione dai diritti attivi, ma che paga, istituisce, sostiene e difende a spada tratta sistemi concentrazionari nei quali la tortura è la norma e lo stato di diritto è sospeso; dal colonialismo aperto, barbaro e assassino, con il quale vengono trattati i paesi ricchi di risorse; paesi incatenati alla povertà da dittatori i quali, se non fossero carnefici grandguignoleschi, potrebbero far sorridere, dal momento che hanno il carisma e la serietà di personaggi da operetta.

Queste cause, purtroppo, sfuggono all’attenzione della società, come spesso capita coi sintomi premonitori di un male cronico, e quando arrivano al punto di rottura è troppo tardi per intervenire. A questo proposito, c’è una foto che mi fa sempre impressione che è stata scattata nel 1910 ai funerali di Edoardo VII, che era re d’Inghilterra e quando è morto tutti i potenti della terra si sono raccolti attorno alla bara e poi, presumibilmente, a giudicare dal gonfiore delle uniformi, dopo aver pranzato, hanno fatto una foto di gruppo. In questa foto si vedono un sacco di monarchi, tutti in alta uniforme, molto tronfi e sicuri di sé, sembrano alieni, e dà la vertigine pensare che nel giro di quattro anni quasi tutti sarebbero morti o avrebbero perso la corona e tutte le loro fortune, ma si vede, da come fissano il fotografo, che proprio non ne hanno idea. Eppure i loro stati erano già minati da movimenti di rivolta agguerriti e organizzati, dal momento che i lavoratori che garantivano il loro benessere vivevano nella miseria; le minoranze etniche negli angoli maltagliati dei loro imperi già soffrivano nel non essere rappresentate, e la guerra sanguinava ai bordi del loro mondo, in Manciuria, nel Nordafrica e nei Balcani. A me pare una forma di cecità comune anche oggi, e non solo fra i potenti.

C’è una foto che mi fa sempre impressione che è stata scattata nel 1910 ai funerali di Edoardo VII, che era re d’Inghilterra e quando è morto tutti i potenti della terra si sono raccolti attorno alla bara e poi, presumibilmente, a giudicare dal gonfiore delle uniformi, dopo aver pranzato, hanno fatto una foto di gruppo.

Negli stessi anni è ambientato il memoriale di uno scrittore ungherese splendido che si chiama Sándor Márai, che in una pagina dedicata alla sua infanzia inquadra la questione con pulizia ed esattezza. Lo fa meglio di quanto possa farlo io, e le sue parole, per quanto descrivano una realtà vecchia di centovent’anni, sembrano scritte ieri. Márai era nato ricco, in una ricca provincia dell’impero Austro-ungarico, e ricorda che

La borghesia manifestava il suo senso di responsabilità sociale attraverso la carità. Dei poveri si parlava come di una tribù esotica e derelitta, che bisognava provvedere a nutrire. Ogni tanto qualcuno di loro suonava alla porta d’ingresso, al che la cameriera si affacciava da noi per rassicurarci: Era soltanto un povero. Le signore borghesi della città erano sempre impegnate nelle attività di qualche associazione per la distribuzione del latte gratuito, del Pane di sant’Antonio o della Zuppa di sant’Orsola. Ogni famiglia borghese aveva i suoi poveri, che venivano a portar via il cibo avanzato, e che a Natale ricevevano in dono un paio di calzettoni caldi, lavorati a maglia personalmente dalla padrona di casa. La questione dei poveri non costituiva materia di riflessione; vivevano in mezzo a noi, e tuttavia noi contemplavamo la loro vita e la loro condizione da lontano, come se si fosse trattato di negri o di cinesi languenti nel paganesimo, per i quali ogni buon cristiano aveva l’obbligo di raccogliere francobolli e carta stagnola da mandare ai missionari, che avrebbero poi provveduto a battezzare quegli infelici, risolvendo così tutti i loro problemi. Era doveroso rivolgersi ai poveri in tono amabile, più o meno in questi termini: Su, coraggio, prenda, buonuomo – un po’ come si fa con gli ammalati o con gli idioti.

Ecco. Questa cecità, e la violenza che ne consegue, abitano anche chi scrive questo pezzo. Pure io ho detto, lavorando con Caritas, magari in un’altra lingua, Su, coraggio, prenda, buonuomo, e quel che è peggio, l’ho detto a favore di telecamera. E pure io ho pensato, quando vedevo un morto per strada, che in fondo era soltanto un povero.

Nota. La citazione di Sándor Márai è tratta da Confessioni di un borghese, Milano, Adelphi, 2003.

*Altra nota. L’articolo è di Francesco Fornari, operatore di Caritas Italiana in Ucraina

Aggiornato il 02/11/26 alle ore 11:17