25 Settembre 2026

Bombardamenti – Parte seconda

Spariscono i mercati, i libri, le fotografie. A Kyiv la guerra entra anche così: nelle cose che non si trovano più.

Dormiamo poco negli ultimi mesi, a pezzi, come i marinai; le sirene suonano sempre, spesso sono allarmi brevi, capita che non succeda nulla ma capita pure che spianino un centro commerciale, nel dubbio mi sveglio non importa che ora sia. A me quando dormo male capita che poi mi dimentico tutto e non trovo le cose. Cercavo gli occhiali da sole tutta l’estate, ne ho un paio che mi piace molto e pensavo di averli persi in giro, peccato, mi dicevo, erano anche costati tanto, erano graduati li usavo per guidare; poi ieri ho messo a posto l’armadio e gli occhiali erano lì, nel taschino di una giacca che metto spesso. Ho anche perso e ritrovato l’orologio, stava nel cassetto delle calze, che devo avercelo messo perché in mezzo alla lana delle calze non si scheggia il cristallo, poi però non lo sapevo più, dove l’avevo messo. Mia moglie mi sfotte perché già di mio io non trovo le cose ma ora con questa faccenda del sonno a pezzi per via delle bombe le trovo ancora meno, le cose; le chiedo sempre di chiamare il mio telefono così quello suona che non so mai dove l’ho lasciato, ma poi capita che il telefono è silenzioso allora ci perdo sempre mezz’ora, a rivoltare casa per trovare il telefono. Ci si mettono anche i gatti, che per loro dormire a pezzi è normale, sono molto attivi e buttano libri e chiavi e portafogli giù dagli scaffali e ci giocano a curling e li spingono sotto il divano, e sotto il divano non ci guardo mai ma probabilmente ora sotto al divano, in mezzo alla polvere, c’è tutta la mia vita.

Dormiamo poco negli ultimi mesi, a pezzi, come i marinai; le sirene suonano sempre, spesso sono allarmi brevi, capita che non succeda nulla ma capita pure che spianino un centro commerciale, nel dubbio mi sveglio non importa che ora sia

Provano anche a nascondere la macchina fotografica, ma è troppo pesante, che mia moglie ha una reflex sovietica, marca Kiev, facciamo le foto in bianco e nero alla gente che passa, ma quando non la usiamo, questa reflex, e la appendiamo ai mobili, i gatti si attaccano alla tracolla che pende dallo schienale della sedia, vedi che in giorno la rompono.

La reflex l’avevamo comprata al mercato di Pochaina e la settimana dopo quel mercato lì l’hanno bombardato due volte. Pochaina era un mercato delle pulci cresciuto attorno a una stazione della metro, fra una fabbrica abbandonata e i binari della ferrovia. Sulle le erbacce della massicciata chiunque vendeva di tutto. Nella prima parte del mercato, uscendo dalla metro, c’erano i librai antiquari, che del mercato erano la parte meno effimera,  le bancarelle stavano al chiuso sotto un tetto di lamiera; era l’ultimo posto a Kyiv dove si trovavano ancora libri in russo, ora è bruciato tutto. Sono bruciati anche i robivecchi, erano pieni di servizi di ceramica, la ceramica ho scoperto che non brucia ma si sfalda a pezzi, il giorno dopo il bombardamento i commercianti passeggiavano in mezzo alla cenere e al ferro ritorto e raccoglievano i cocci. C’erano quelli che vendevano chincaglierie dell’armata rossa e uniformi dismesse, anche quelle sono bruciate. Tutto quello che era Kyiv nel suo recente passato, tutta quella roba lì, quelle cose perse in giro e ritrovate fra i binari e la metro, la paccottiglia di cui è fatta la memoria, era rimasta a Pochaina, solo a Pochaina, ai margini della città nel cemento lurido delle fabbriche immersa nell’odore saguigno dell’acciaio, sopravvissuta al ciclone del capitalismo ma ancora presente e visitabile e colorata, e ora non c’è più niente è tutto cenere e cocci, tutto dimenticato, rimangono solo i treni morti in deposito e le ciminiere e il fumo. Poi fra un mese scende la neve e tutto diventa uguale.

Pochaina era un mercato delle pulci cresciuto attorno a una stazione della metro, fra una fabbrica abbandonata e i binari della ferrovia. […] Era l’ultimo posto a Kyiv dove si trovavano ancora libri in russo, ora è bruciato tutto.

A Pochaina un giorno ci ero andato da solo ed ero tornato pieno di libri, uno è tutto foto di Kyiv di cent’anni fa, si intitola la Kyiv di Michail Bulgakov. Bulgakov era uno scrittore di Kyiv che adesso non è molto popolare, è nato a fine Ottocento e scriveva in russo, e siccome scriveva in russo oggi qui non lo leggono volentieri, però a me piace molto; in un suo romanzo c’è una frase molto potente, i manoscritti non bruciano, che per mia esperienza personale e recente non è una cosa molto vera. Comunque nel libro la Kyiv di Michail Bulgakov c’è questa foto seppia del monastero delle grotte di Kyiv, che la guardo mentre scrivo. Era uno dei templi più antichi dell’Ucraina e hanno bombardato pure quello, all’inizio dell’estate.

La Kyiv di Michail Bulgakov

Bombardano anche i centri logistici e i magazzini e le pompe di benzina allora la merce non arriva al supermercato.

C’è questo concetto del dual use, che se una cosa la puoi usare anche per fare la guerra diventa dual use, che per dual si intende uso civile e uso militare; è un concetto molto scivoloso, che anche un barattolo di yoghurt, se lo mangia un militare, è dual use, allora va bene bombardare i centri di logistica che riforniscono i supermercati e quindi i supermercati sono mezzi vuoti, le scaffalature mettono un po’ tristezza, che poi non è che i supermercati sono proprio vuoti, è che le cose mancano un po’ a caso tipo per due settimane  non c’era la coca-cola. A me questa cosa non dispiace che io che come già detto ho questo problema che non trovo le cose, aggravato mio malgrado dalla situazione altamente cinetica, che non si dice violenta, in gergo tecnico umanitario si dice altamente cienetica, io non trovo le cose in casa figurarsi poi al supermercato.

Bombardano anche i centri logistici e i magazzini e le pompe di benzina allora la merce non arriva al supermercato.

In Italia trovo le cose solo all’esselunga perché ci sono abituato da anni e tutte le esselunghe sono sputate uguali, una mappa mentale incorruttibile, ma se cambio negozio è la fine figurarsi poi in Ucraina che la merce è diversa la cultura è diversa e quindi anche la disposizione dei prodotti, che della cultura è un rifesso, è diversa, non trovo mai niente; però adesso che i supermercati sono mezzo vuoti se non trovo qualcosa do la colpa alla guerra, mi dico probabilmente non c’è comunque, non sono io che non trovo il miele è il supermercato che non l’ha assortito, due giorni fa sono stato mezz’ora a cercare il peperoncino poi mi sono detto sarà la guerra e me ne sono andato, magari il peperoncino c’era veramente ma ormai a me non interessava più, la guerra mi aveva tolto questo peso; e sono molto più tranquillo che poi torno a casa mia moglie mi chiede hai trovato il miele? Hai trovato il peperoncino? E io mi butto sul divano e sospiro e dico no, al supermercato non c’era niente, non c’era il miele, non c’era il peperoncino e non c’era neanche la coca-cola, va sempre peggio e ci guardiamo e ci facciamo eco, sempre peggio, un gatto ci guarda e miagola e nasconde le chiavi della macchina sotto il letto e  conferma che va sempre peggio, e almeno c’è questa certezza, che ieri era meglio di oggi e che domani sarà peggio, ed è una certezza confortante, che il meglio ce lo siamo lasciati alle spalle, e fra poco ce lo saremo già dimenticato.

Ho questo problema che non trovo le cose, […] io non trovo le cose in casa figurarsi poi al supermercato. […] però adesso che i supermercati sono mezzo vuoti se non trovo qualcosa do la colpa alla guerra.  […] Sono molto più tranquillo che poi torno a casa mia moglie mi chiede hai trovato il miele? Hai trovato il peperoncino? E io mi butto sul divano e sospiro e dico no, al supermercato non c’era niente, non c’era il miele, non c’era il peperoncino e non c’era neanche la coca-cola, va sempre peggio e ci guardiamo e ci facciamo eco, sempre peggio […]. E almeno c’è questa certezza, che ieri era meglio di oggi e che domani sarà peggio.

Photo credits copertina: Ansa/EPA13061082/SERGEY DOLZHENKO
Aggiornato il 25/09/26 alle ore 13:01