04 Luglio 2024

Dentro la storia dell’altro

A Cosenza un laboratorio teatrale per provare a capire a fondo cosa sente chi è in difficoltà

Si ringrazia per la collaborazione: Francesca Levroni, Servizio Formazione di Caritas Italiana

ROSALBA

Rosalba è contagiosa. Che detta così… Non fraintendiamo: contagia nella misura in cui le cose che ama te le fa amare. Nonostante quando racconta proceda per sottrazione. O forse anche per quello. Rosalba Rosa è la vicedirettrice della Caritas diocesana di Cosenza-Bisignano e tra quell’attimo in cui arrossisce, l’altro in cui crede che quella parte del suo racconto sia poco interessante e sorvola, un altro in cui va più a fondo aspettando un tuo riscontro, cattura non volendo l’attenzione, ti consegna quello spicchio di esperienza, che da quel momento non è più solo sua. Diventa anche roba tua. E non puoi far altro che volerne sapere di più.

DURANTE IL CONVEGNO NAZIONALE CI SI RACCONTA

Rosalba ci ha parlato quasi per caso durante lo scorso Convegno nazionale delle Caritas diocesane a Grado, tra una tavola rotonda e le assemblee tematiche, di un’attività nata dalla precisa richiesta del gruppo di animatori della sua Caritas. Che avevano un’esigenza alla quale poi un incontro fortuito ha suggerito una modalità di elaborazione possibile. L’esigenza era quella di riuscire a mettersi sempre più nei panni dell’altro, di sentire sulla propria pelle le problematiche, le difficoltà di chi accetta di fare un pezzo di strada con loro. Una risposta è arrivata dal… teatro. Potevamo non lasciarci contagiare?

«Per caso abbiamo incontrato – precisa Rosalba – gli operatori del Teatro dei Fliaci, centro di ricerca in teatro sociale e di comunità di Cosenza. Abbiamo iniziato a lavorare con loro lo scorso luglio, con tutta l’équipe e i due attori-registi, che poi hanno condotto il laboratorio. Abbiamo pensato subito di collegarlo a don Milani perché lui aveva a cuore l’educazione, la formazione dei giovani, affinché possedessero la parola. E poi eravamo ancora nel 2023, anno del centenario del priore di Barbiana. Il laboratorio è partito lo scorso ottobre. Venti persone dai 14 ai 56 anni. Durante il percorso si è parlato molto degli stili del teatro sociale: il Teatro Forum, il Teatro Immagine. E soprattutto il Teatro dell’Oppresso, con le sue tecniche su come, ad esempio, rappresentare l’oppressione attraverso parole, espressioni e movimenti». E qui è doveroso ricordare la figura di Paulo Freire, pedagogista brasiliano alle cui idee il Teatro dell’oppresso si ispira.

Alcuni momenti del laboratorio a Cosenza

QUALE TEATRO, QUALE FORMAZIONE

Parliamo di un teatro e di un tipo di formazione che attiva cambiamento personale e comunitario, che non è soltanto trasferimento di contenuti. Una formazione che può arrivare a trasformare lo stile dell’atteggiamento verso noi stessi, le persone che incontriamo e i servizi della comunità di cui facciamo parte. Si tratta di un esercizio che aiuta a cambiare la prospettiva, lo sguardo con cui di solito guardiamo quello che ci circonda. Immergersi nella storia dell’altro, calarsi nei suoi panni ci permette di affacciarci con occhi diversi alla “finestra” del quotidiano scoprendo nel panorama che ci è familiare da tempo, sfaccettature mai notate prima. In questa dimensione immersiva il gruppo, dallo scorso mese di marzo, ha iniziato a pensare a una restituzione teatrale. Punto di arrivo obbligato per un’attività del genere?

«Non sempre. Non era così scontato – prosegue Rosalba –. Però per qualsiasi tipologia di laboratorio la restituzione rappresenta un momento troppo importante per la crescita di ciascuno e perché il gruppo si fortifica preparando la messa in scena. Inoltre è un momento di condivisione con la comunità.

Ci siamo messi a pensare al tema da portare sul palco. E ci siamo trovati d’accordo sul fatto che oggi don Milani avrebbe senz’altro approfondito la questione del bullismo.

I partecipanti hanno così elaborato e simulato una situazione di bullismo a scuola, con tutto quello che si porta dietro. La scena propone situazioni familiari: a casa del bullo e del bullizzato, la scuola, con la figura della preside. Per andare in scena non seguiremo un vero e proprio copione, ma un canovaccio. Intorno a questo canovaccio, spazio all’improvvisazione, anche perché i partecipanti ormai sono entrati nei rispettivi ruoli durante i mesi di laboratorio. Speriamo di riuscire a trasmettere al pubblico/comunità quanto elaborato in questo periodo. E a renderlo coprotagonista, insieme a noi. Per suggerirgli e suggerirci possibili cammini di costruzione di una coscienza solidale e responsabile». E l’atteggiamento empatico, sperimentato in modo attivo in questa esperienza, contiene la consapevolezza delle proprie emozioni per evitare che si sommino e si confondano con quelle dell’altro.

UN MESE DOPO: TUTTI IN SCENA

Terminato il Convegno a Grado, il gruppo di Cosenza ha proseguito il suo percorso di formazione e conoscenza attraverso la storia di bullismo che ha messo tutti i componenti d’accordo. E si è preparato alla restituzione teatrale, poi avvenuta lo scorso mese di maggio a Rende (CS), presso il Palacultura Auditorium Giovanni Paolo II. Titolo, va da sé: “I care”.

Abbiamo aspettato che smaltissero la “sbornia” e reincontrato Rosalba Rosa. «Il 12 maggio – ci racconta – è stata una data importante per noi. Quella sera siamo andati in scena. Eravamo emozionatissimi ma tutti sono entrati nel personaggio e hanno ripescato, rielaborandole, le riflessioni dei mesi di laboratorio. La restituzione teatrale si è conclusa con le due mamme, quella del bullo e quella del bullizzato, che si recano dalla preside, litigano tra loro, non riescono ad ascoltarsi, prese ciascuna dalle proprie problematiche».

Non c’è dunque un lieto fine? «C’è un finale aperto perché poi la parola è passata al pubblico, che ha detto la sua – anche salendo sul palco e interagendo con noi –, aiutato dal conduttore-jolly, uno dei due registi del Teatro dei Fliaci. Qualche spettatore ha detto che la mamma del bullizzato non doveva essere così chioccia; altri hanno espresso un’opinione sulla preside, spesso lasciata sola. Poi il pubblico ha chiesto di ripetere alcune scene con dei cambiamenti.

Al bambino bullizzato è stato suggerito di difendersi di più; lui ci ha provato ma non ha avuto in scena l’effetto sperato dal pubblico. Del resto, una situazione che si trascina da tempo non la cambi in un attimo: c’è bisogno di un percorso.

Tanti bambini del pubblico si sono ritrovati in quella figura e suggerivano alle mamme di raccontare a tutti quello che era capitato loro».

C’è una conclusione alla quale la maggior parte del pubblico è giunta: «Bisogna ascoltarsi di più!» esclama convinta Rosalba. La rappresentazione, compresi gli interventi del pubblico, è durata due ore. Vi hanno assistito oltre duecento persone, molte di esse lontane dal mondo Caritas. La serata è stata “incorniciata” da due reading: alcune pagine da don Milani in apertura; la lettera di una delle partecipanti al laboratorio per chiudere. Era un messaggio che invitava tutti a essere attenti agli altri. Conteneva anche un monito agli operatori, che possono correre il rischio di vivere la relazione con chi bussa in Caritas percependosi in una posizione più elevata rispetto a chi si ha davanti.

Due momenti della restituzione teatrale

LUCA E LA COMUNITÀ

Luca Di Pierno è attore, regista, teatroterapeuta e pedagogo teatrale. Tra i fondatori del Teatro dei Fliaci, accademia di formazione e produzione teatrale e Centro di ricerca in teatro sociale e di comunità. È a lui e a Teresa Nardi che i componenti dell’équipe di operatori Caritas di Cosenza-Bisignano si sono affidati per l’intero laboratorio. Ed è stato lui a vestire i panni del conduttore-jolly nella restituzione teatrale dello scorso 12 maggio.

Per Luca imbattersi nella Caritas e cogliere affinità con il suo lavoro è stato un tutt’uno: «Entrambi ci occupiamo di comunità, inclusività. Era scritto da qualche parte che ci saremmo incontrati e avremmo fatto qualcosa di bello insieme. Mi piace ricordare l’inizio del percorso, lo scorso anno, con i vari partecipanti che, provenendo da diverse parrocchie, si conoscevano poco o non si conoscevano affatto. Ci siamo presentati attraverso la ludobiografia, quindi anche attraverso il gioco. Andando avanti ci siamo soffermati su attività di teatroterapia e artiterapie espressive e da lì si è deciso di allestire uno spettacolo di restituzione con la metodologia del Teatro dell’Oppresso e con scene realizzate totalmente dagli stessi componenti del gruppo».

Il Teatro dell’Oppresso ha consentito di affrontare in modo attivo con il gruppo e con gli spettatori-comunità un tema delicato come quello del bullismo, con un linguaggio non retorico, in modalità creativa.

«L’assegnazione dei ruoli – prosegue Luca – è avvenuta dopo l’ascolto dei partecipanti al laboratorio. L’esigenza di calarsi nei panni di uno o dell’altro “personaggio” è un aspetto catartico del teatro. Francesco Pio, il quattordicenne che interpreta il bullizzato, ha recuperato alcuni episodi della propria vita in cui si è trovato in difficoltà. Carlo Maria, il bullo, ha fatto più fatica perché è… un pezzo di pane! Lo ringrazio in modo particolare perché ha saputo andare lontano da se stesso». Il teatro diventa dunque uno strumento di cambiamento a partire da chi sale sul palco e serve a coscientizzare – tornando a Paulo Freire – lo spettatore, che diventa “spettattore”.

COME SI CAMBIA

Ma non ci sarebbero stati spettattori così coinvolti se dal palco non fosse arrivata tanta partecipazione. Conferma Luca Di Pierno:  «Siamo così orgogliosi io e Teresa! Quella sera abbiamo visto il risultato di quanto i ragazzi tenessero al progetto e alla tematica. Gli ripetevamo: “Questo non è uno spettacolo, ma un contributo sociale che state dando alla comunità. Pensatevi testimoni”. E loro hanno testimoniato nel modo più vero e bello. Per quanto riguarda il pubblico della restituzione teatrale eravamo abbastanza sicuri che partecipasse, tuttavia si è andati oltre le più rosee aspettative». Insomma, grazie a questa esperienza il passo avanti è stato compiuto. Da parte di tutti.

«Ogni volta anche noi impariamo tanto – conclude Luca –. Stavolta, però, abbiamo avuto come valore aggiunto la presenza della Caritas, che ci ha trasmesso il senso di una Chiesa che vuole sperimentare, innovare, trovare nuovi linguaggi per arrivare a più persone possibili. Li ringraziamo per quello che ci hanno comunicato». La nostra Rosalba, anche lei a sorpresa sul palco, ma non così timidamente come pensava, è soddisfatta perché

«gli operatori che hanno partecipato al laboratorio hanno avuto alcune risposte, si sono posti nuove domande, ma soprattutto hanno acquisito consapevolezza».

Di più, dalla necessaria rilettura di questa esperienza, in un’ottica di pedagogia dei fatti, potranno emergere degli apprendimenti alla base di un vero cambiamento personale di tutti.

GRAZIE!!!!
Altri ringraziamenti. Da sinistra: Luca Di Pierno; mons. Giovanni Checchinato, arcivescovo di Cosenza-Bisignano; don Bruno Di Domenico, direttore della Caritas diocesana di Cosenza-Bisignano; Rosalba Rosa
Aggiornato il 08/07/24 alle ore 15:06