05 Febbraio 2026

Alessandra, una storia minore

Povertà, servizi fragili e responsabilità pubbliche dietro una tragedia che riguarda tutti

Una storia tragica e minore, che ha trovato solo qualche fessura nella cronaca nazionale e il consueto spazio nella “nera” sul piano locale. Alessandra, quattro anni, affidata ai due zii paterni, viene trovata morta ai piedi di una scala il 14 dicembre 2024, in un rione popolare di Tufino, comune di quattromila abitanti della provincia di Napoli, ai confini con l’Irpinia. La bambina era stata data in affidamento mentre il Tribunale per i minorenni valutava l’idoneità genitoriale dei genitori naturali: una coppia giovanissima, separatasi precocemente, con un padre senza dimora.


Le indagini hanno escluso la versione della caduta accidentale fornita dagli zii, facendo emergere un quadro di gravi maltrattamenti, abbandono e denutrizione. Sul corpo di Alessandra segni di ustioni, traumi e uno stato di grave decadimento fisico. La stessa Alessandra descritta in una relazione dei servizi sociali territoriali, nel settembre 2024 – appena tre mesi prima del decesso – come serena, sorridente e in buona salute. Dopo una lunga indagine, durata oltre un anno, alla fine di gennaio 2026 gli zii sono stati arrestati con l’accusa di omicidio aggravato.

Povertà e infanzia: quando la vulnerabilità diventa “ambiente”

La tragica vicenda di Alessandra non può essere archiviata come un episodio di cronaca giudiziaria. Ridurla a un fatto di violenza o di degrado, circoscritto e isolato, significa sottrarsi alla domanda più difficile e urgente:

Quali responsabilità collettive e istituzionali rendono possibile che un minore sia esposto a condizioni di rischio estremo, senza che i dispositivi di prevenzione e protezione riescano a intercettarlo per tempo?

Questa morte, prima ancora che un fatto penalmente rilevante, è il segnale di un problema strutturale: la fragilità delle politiche di contrasto alla povertà e, insieme, la discontinuità degli strumenti di tutela dell’infanzia, soprattutto nei territori dove la vulnerabilità sociale è più concentrata e persistente. È anche il segnale che – al di là delle retoriche – i contesti e le reti sociali territoriali non sono sempre in grado di rappresentare un’alternativa a sistemi istituzionali fragili, finendo per essere – in alcuni casi – testimoni indifferenti di situazioni drammatiche di disagio.

In questi contesti la povertà – materiale, educativa, abitativa, relazionale – non è un semplice indicatore statistico, ma diventa una vera e propria condizione ambientale che espone i minori a una molteplicità di rischi: trascuratezza, isolamento, assenza di cure adeguate, malnutrizione, famiglie non sostenute, dipendenze, marginalità. In altre parole, la povertà non è soltanto mancanza di reddito, ma una fabbrica di vulnerabilità e, quando colpisce l’infanzia, assume un carattere intergenerazionale, spesso irreversibile.

Dove si è spezzata la catena della protezione?

In questa prospettiva, la domanda da porre non è soltanto “chi ha sbagliato?”, ma perché i sistemi di protezione sociale non sono stati in grado di tutelare un minore? Perché non si è attivata per tempo una rete realmente integrata tra servizi sociali, pediatria di base, terzo settore, comunità ecclesiale e dispositivi territoriali di prossimità? Dove si è interrotta la catena delle responsabilità? Quali soglie di allarme non sono state riconosciute? Quali strumenti mancavano? E quali carichi impropri gravano oggi su servizi territoriali indeboliti, sottofinanziati, spesso ridotti a presidiare l’emergenza invece della prevenzione, tanto più in contesti ad alta densità di criminalità organizzata?

Non è un caso che negli ultimi anni si sia spesso invocata la centralità dell’infanzia come priorità pubblica, tanto più in un contesto di denatalità, mentre nella pratica si è assistito a un andamento opposto: impoverimento dei servizi territoriali, frammentazione degli interventi, precarizzazione delle figure educative, riduzione del welfare di prossimità e della capacità di “presa in carico” precoce. Così le politiche finiscono per intervenire quando il danno è già avvenuto e i terminali dei sistemi di protezione sociale diventano, impropriamente, le forze dell’ordine.

In questo quadro emerge con forza un ulteriore nodo: la gestione ideologica del tema famiglia e minori nel dibattito pubblico.

Famiglia e minori: il cortocircuito ideologico

Negli ultimi anni la tutela dei bambini è stata spesso trattata non come una materia che imponeva politiche sociali integrate, ma come uno spazio di scontro ideologico. Da un lato lo shock mediatico e politico su casi emblematici – da Bibbiano, indagine naufragata alla prova dei processi, alle narrazioni sui “bambini sottratti”, fino a cornici quasi mitiche come “i bambini del bosco” – dall’altro l’idea, riproposta come riflesso culturale e slogan politico, che la famiglia sia un perimetro intangibile, sottratto allo sguardo pubblico e all’intervento istituzionale.

È qui che si produce un cortocircuito pericoloso: si grida allo scandalo quando il sistema interviene, parlando di “intrusione”, “esproprio educativo”, “Stato contro la famiglia”; ma si tace – o si minimizza –quando lo Stato non riesce a garantire protezione e cura in contesti di grave vulnerabilità. Si difende astrattamente la famiglia come principio, mentre si abbandonano concretamente le famiglie reali quando sono fragili, povere, isolate, esposte alla violenza domestica e alla marginalità.

La realtà è che la tutela dei minori non è contro la famiglia: è per la famiglia, ma soprattutto per i bambini, che ne rappresentano il soggetto più debole, in tutti quei casi in cui la famiglia è travolta dalla povertà o da condizioni che impediscono l’esercizio pieno della cura. Difendere i bambini significa anche sostenere la responsabilità genitoriale, non lasciandola sola di fronte a precarietà, disagio psichico, dipendenze, violenza, solitudini educative.

Per questo Tufino non è un fatto locale. È un messaggio nazionale. Dice che la protezione dell’infanzia non si garantisce con ideologismi strumentali e vuoti, né con moralismi o indignazioni a posteriori, in questo caso pressoché inesistenti.

Si garantisce solo con politiche coerenti e continuative: contrasto alla povertà minorile ed educativa, servizi sociali stabili e competenti, integrazione sociosanitaria, scuole dell’infanzia accessibili, presidio educativo diffuso, interventi domiciliari, reti comunitarie da coltivare e promuovere.

La tutela dell’infanzia come misura della democrazia

La morte di una bambina di quattro anni non chiede solo cordoglio, anche il più sincero.
Chiede la consapevolezza che di povertà si muore anche nel nostro Paese: si muore da bambini o, più lentamente, dentro storie di devianza e disagio che si chiudono – nei casi più drammatici – in un trafiletto di cronaca nera.
Chiede la capacità di pensare forme di intervento non spettacolarizzanti o securitarie su tutte le aree territoriali, anche micro, che generano povertà, marginalità, disagio e vite spezzate.
Chiede l’impegno per tutti i soggetti sociali che hanno quel minimo di radicamento territoriale tale da potere ancora essere presidio di umanità nei contesti di maggior degrado.
Chiede responsabilità politiche all’altezza dei problemi del Paese reale: non strumentalizzando la cura dell’infanzia, ma tornando a considerarla per ciò che è davvero: la misura più alta della qualità democratica di una società e la cartina di tornasole della efficacia delle sue politiche sociali.

Aggiornato il 05/02/26 alle ore 19:35