Nessuno ne parla
«Nessuno ne parla»: è questa l’amara constatazione sollevata da alcune comunità delle regioni del Sud Italia colpite nelle scorse settimane dal ciclone Harry, che ha spazzato via case, attività economiche, centinaia di metri di costa, risorse, quotidianità.
Là dove ci diciamo che l’incontro e l’ascolto con le persone più fragili, impattate da emergenze e crisi umanitarie, devono essere il cuore del nostro operare e la misura del nostro essere fratelli e sorelle in un’unica famiglia umana, allora questa dichiarazione di abbandono non può che generare una ferita profonda, che invita all’azione immediata.
Un mondo ferito
I disastri ambientali sono sempre più frequenti e con conseguenze sempre più drammatiche a tutte le latitudini. Le crisi umanitarie generate dall’uomo – conflitti armati, guerre – sono sempre più profonde e diffuse.
In tutti i casi, i primi a farne le spese sono gli individui e le famiglie che vivono in condizioni di fragilità e vulnerabilità estrema, vittime di povertà strutturali e di diseguaglianze sempre più insostenibili.
Secondo le Nazioni Unite, in questo 2026 sono circa 239 milioni le persone che avrebbero bisogno di essere sostenute con aiuti umanitari. Le proiezioni indicano che, se gli impegni presi verranno rispettati, 87 milioni di queste verranno raggiunte con priorità nel corso dell’anno. Per gli altri rimangono l’indifferenza e l’impotenza globali verso cui Papa Francesco e Papa Leone XIV ci hanno più volte allertati.
I conflitti dimenticati
Sudan (33 milioni di persone in disperato bisogno di cibo, acqua e beni essenziali), Yemen (23 milioni), Afghanistan (22 milioni) sono i Paesi da cui proviene il grido più forte e che meriterebbero un’attenzione più profonda. Con loro vi sono anche il Myanmar, la Repubblica Democratica del Congo, la Siria, il Sud Sudan.
E allora vi è da chiedersi dove sia il racconto, la notizia, la consapevolezza che lascia spazio alla riflessione, al pensiero, alla vicinanza. La verità è che se ne parla poco, troppo poco. Complici la distanza geografica, la fatica di un tempo sempre più complesso, ma anche la difficoltà crescente di raccogliere storie e ricevere notizie da territori dove la libertà di informazione è spesso inesistente.
Negli ultimi anni, il diritto internazionale umanitario non è solo passato di moda: è stato violato e bistrattato in nome di delicati equilibri geopolitici, trovandosi ora a un punto di svolta. Le Convenzioni di Ginevra condannano l’uccisione di civili, mentre negli ultimi due anni si registrano oltre 100.000 vittime civili di conflitto armato ogni anno. Numeri insopportabili, soprattutto quando considerati “una persona alla volta”.
Sono stati tristemente anni record anche per l’uccisione di giornalisti, operatori umanitari, personale sanitario.
Una riflessione ampia e partecipata sarebbe forse doverosa, a meno di sottintendere – come accade in alcune letture della povertà – una colpevolizzazione delle vittime anziché un ascolto autentico delle ragioni che animano la spinta al farsi prossimo, al mettere l’umanità al centro.
Il Coordinamento Nazionale Emergenze
È in questo quadro che Caritas Italiana – organismo pastorale che pone il coordinamento della risposta alle emergenze in Italia e nel mondo al centro del proprio mandato – ha riattivato in questi giorni il Coordinamento Nazionale Emergenze.
Uno spazio che raccoglie i delegati di tutte le regioni italiane per poter “organizzare la speranza” là dove necessario, sia in caso di evento estemporaneo estremo, sia in caso di crisi protratta.
Oltre ai meccanismi necessari per stare vicino ai territori e alle comunità colpite, il Coordinamento vuole essere un luogo di apprendimento continuo, di consolidamento della fiducia reciproca, di scambio di buone pratiche e anche di fatiche. Una rete necessaria non solo nell’intervento, ma anche per accrescere una sensibilità condivisa, per farsi voce di chi la voce non l’ha mai avuta o l’ha perduta e, di conseguenza, per restituire dignità.
Una responsabilità condivisa
In un mondo profondamente interconnesso, in cui gli uragani che colpiscono il Sud Est asiatico, le inondazioni in Mozambico e i cicloni dell’Europa mediterranea hanno una genesi comune, e dove il dramma dei migranti in America Latina condivide radici con quello dei migranti dell’Africa subsahariana, del Medio Oriente e dell’Asia centrale, risulta essenziale trovare spazi ampi di dialogo, di denuncia e di proposta di soluzioni condivise.
Occorre coinvolgere decisori politici nazionali e sovranazionali, che portano responsabilità imprescindibili nei confronti dei più fragili. Perché il sostegno a chi è più vulnerabile è il vero termometro dello stato di salute di società democratiche, inclusive e, conseguentemente, autenticamente umane.


