26 Marzo 2026

Pace come bene comune

Una prospettiva palestinese sul percorso PeaceMed. Da Betlemme la testimonianza di Bernadette

La pace, nel contesto da cui scrivo, non è un termine neutro. È fragile, contesa, e spesso evocata in modi che rischiano di svuotarla di significato. In Terra Santa, la pace non può essere compresa al di fuori delle condizioni che la negano. Non è semplicemente l’assenza di violenza, ma la presenza di giustizia, dignità e la concreta possibilità di un futuro non compresso dall’ingiustizia sistemica. Parlare di pace, quindi, significa già entrare in una tensione etica tra ciò che viene proclamato e ciò che viene vissuto.

Bernadette Andonia con Tony Abdo di Caritas Gerusalemme

Scrivo da Betlemme, come donna palestinese e cristiana, dove la vita si svolge all’interno di una tensione profonda e irrisolta. Qui la storia non appartiene al passato: preme continuamente nel presente, e la dimensione politica si intreccia con i ritmi più ordinari dell’esistenza quotidiana. La libertà di movimento, la sicurezza e persino la speranza stessa sono plasmati da una realtà segnata da limiti e imprevedibilità. In questo contesto, giustizia e perdono non possono restare ideali astratti. Diventano lotte morali vissute, radicate nella memoria, profondamente incarnate nell’esperienza collettiva.

La giustizia, in questo scenario, non è teorica: è perseveranza nell’attenzione alla dignità e al valore uguale di ogni persona, là dove questi vengono spesso oscurati.

Il perdono, allo stesso modo, non può essere ridotto alla buona volontà. Esige la verità, una verità che non sia né negata né addolcita, e un riconoscimento onesto della sofferenza. Senza verità, il perdono rischia di diventare una silenziosa forma di cancellazione. Solo quando è radicato nella verità può aprire un cammino, fragile ma reale, verso una guarigione che non tradisce la memoria e una riconciliazione che non compromette la giustizia.

La tradizione cristiana non offre una visione facile della pace. «Beati i costruttori di pace» non è un’affermazione passiva, ma una vocazione esigente.

Chiama alla responsabilità all’interno della complessità. La pace non è un dono che si riceve; è qualcosa che si costruisce, spesso in condizioni che vi si oppongono. Richiede fermezza morale, ma anche tenacia: la capacità di restare radicati nella dignità e nell’empatia anche quando entrambe sono messe alla prova. In questo senso, la pace non è semplicemente un traguardo da conquistare, ma un modo di essere nel mondo, una pratica etica quotidiana.

In Palestina, la vita quotidiana si svolge all’interno di un sistema di vincoli che condizionano tanto le condizioni esterne quanto la vita interiore. Le restrizioni alla libertà di movimento, le difficoltà economiche e la frammentazione sociale non sono eventi eccezionali: definiscono la struttura entro cui si vive. L’ordinario diventa incerto. Azioni semplici: andare al lavoro, frequentare l’università, recarsi in un luogo di culto, viaggiare, possono trasformarsi in percorsi lunghi ed estenuanti. Queste realtà non si limitano a interrompere la vita: la rimodellano gradualmente.

Eppure le conseguenze più profonde sono anche le meno visibili. Un conflitto prolungato altera la vita interiore della persona. La paura si interiorizza, si diffonde nell’esistenza quotidiana anziché legarsi a un singolo momento. L’incertezza erode la capacità di immaginare il futuro, e quando il futuro si fa fragile, anche la speranza comincia a vacillare. La rabbia, quando si accumula e non viene elaborata, può soppiantare la compassione, non come fallimento morale, ma come risposta umana a un’ingiustizia prolungata. In questo contesto, il rischio più grave non è solo la continuazione del conflitto, ma la progressiva erosione della capacità di incontrare l’altro come essere umano.

È a partire da questa realtà che va compreso il mio coinvolgimento nel percorso PeaceMed.

La formazione alla pace, in contesti segnati da profonde fratture, non può essere ridotta ad astratti ideali o a dichiarazioni istituzionali.

Richiede spazi accuratamente coltivati, in cui le persone siano disposte a incontrare la differenza senza rifugiarsi nella paura o nella chiusura difensiva. È in questo orizzonte che prende forma PeaceMed, non come un’iniziativa esterna imposta alla realtà, ma come un quadro di riferimento vivo, sviluppato attraverso la collaborazione tra Caritas Italiana e Rondine – Cittadella della Pace. Radicato nella missione più ampia di Caritas nel Mediterraneo, riflette un investimento consapevole nella formazione di persone capaci di abitare il conflitto con responsabilità, consapevolezza etica e impegno verso la dignità umana condivisa.

PeaceMed non è semplicemente un programma di formazione: è un processo sostenuto di crescita che pone la persona umana al centro della trasformazione. La sua metodologia non cerca di eliminare il conflitto, ma di reinterpretarlo come spazio di incontro, uno spazio in cui le differenze non vengono negate né temute, ma affrontate con consapevolezza e responsabilità.

Il primo incontro di formazione a Cipro ha segnato un momento decisivo. Lì il conflitto è stato affrontato non come rottura, ma come realtà relazionale capace di trasformazione, se vi si entra con disciplina e apertura. Il dialogo, in questo quadro, non è una tecnica da applicare, ma una postura da coltivare. L’ascolto diventa un atto di riconoscimento; la parola diventa un atto di responsabilità. Si è chiamati non solo a comprendere l’altro, ma anche a confrontarsi con sé stessi, a riconoscere i propri pregiudizi, le proprie paure, le narrazioni ereditate.

Man mano che il percorso si è dispiegato – da Cipro all’Italia e infine a Istanbul, e attraverso una collaborazione online sostenuta nel tempo – l’esperienza ha rivelato tutta la sua profondità. PeaceMed ha riunito 31 attori della società civile provenienti da 19 paesi del Mediterraneo allargato, creando uno spazio di incontro al tempo stesso strutturato e profondamente umano. La diversità non era un elemento accessorio: era essenziale. Ogni partecipante portava con sé un contesto distinto, plasmato da diverse storie di conflitto, memoria e identità. Eppure, all’interno di questa pluralità, è emerso gradualmente un orizzonte comune: quello di considerare la pace come un bene comune che trascende i confini individuali e nazionali.

Ciò che distingue PeaceMed è proprio questa integrazione di dimensioni che spesso vengono trattate separatamente. Unisce azione umanitaria e costruzione della pace, trasformazione personale e responsabilità sociale, realtà locali e dialogo transnazionale. Facendo questo, afferma che una pace sostenibile non può essere ridotta a soli accordi politici o strutture istituzionali: deve essere radicata nella trasformazione delle relazioni, sia a livello interiore che interpersonale.

Il processo stesso ha rivelato quanto questo lavoro sia esigente. Anche in uno spazio in cui i partecipanti non erano avversari diretti, il dialogo autentico ha richiesto uno sforzo continuo. Le differenze dovevano essere affrontate con onestà, i malintesi navigati con pazienza, la fiducia costruita progressivamente. In questo senso, PeaceMed è diventato un microcosmo di una verità più ampia: la pace non è l’assenza di tensione, ma la capacità di restare in essa senza ricorrere alla violenza.

All’interno di questo quadro, il ruolo di Caritas Italiana emerge con particolare significato. Il suo impegno riflette una visione della pace che va oltre la risposta umanitaria immediata. Se rispondere ai bisogni urgenti rimane indispensabile, PeaceMed incarna una convinzione complementare: senza investimento nell’educazione, nella formazione etica e nella cura delle relazioni umane, le radici più profonde del conflitto restano intatte. Caritas, in questo senso, non si limita a offrire assistenza, ma si fa promotrice di incontro, generando spazi in cui la dignità è riconosciuta e la responsabilità diventa qualcosa di condiviso.

Allo stesso tempo, questa esperienza non può essere separata dal contesto più ampio in cui si colloca. Le realtà in corso in Palestina, insieme alla drammatica situazione a Gaza, sottolineano la profondità delle sfide che si devono affrontare. Il conflitto lascia non solo distruzione fisica, ma frammentazione morale e sociale. Il trauma, quando non viene elaborato, non resta immobile: si evolve, perpetuando spesso cicli di violenza.

È precisamente in questo spazio, tra la sofferenza immediata e la responsabilità a lungo termine, che PeaceMed trova la sua rilevanza. Non offre soluzioni rapide. Piuttosto, coltiva quelle capacità umane più profonde senza le quali nessuna pace duratura è possibile: la capacità di ascoltare, di riconoscere, di restare presenti di fronte alla differenza e di agire responsabilmente anche nell’incertezza.

Attraverso questo percorso, la mia comprensione della pace ha subito una trasformazione profonda.

La pace non è più percepita come un obiettivo lontano, da raggiungere una volta che le condizioni saranno migliorate. È intesa come un processo che deve cominciare proprio all’interno delle condizioni che sembrano negarla. Si vive nella tensione, non al di là di essa.

La pace, dunque, è fragile non perché sia debole, ma perché è profondamente umana. Dipende da scelte compiute ogni giorno, spesso in modo silenzioso: restare aperti invece di chiudersi, riconoscere la dignità invece di negarla, sostenere il dialogo invece di abbandonarlo. Queste scelte non risolvono immediatamente il conflitto, ma ne impediscono la disumanizzazione. E così facendo, preservano la possibilità stessa della pace.

Ciò che emerge da questa esperienza non è una soluzione, ma una forma più profonda di consapevolezza. La pace non è prima di tutto un risultato: è un impegno. Deve essere praticata prima di poter essere realizzata. Prende forma nelle relazioni, nel linguaggio, nel modo in cui si sceglie di incontrare l’altro.

In questo senso, la pace si rivela come una vocazione condivisa, un bene comune che esiste solo nella misura in cui viene portato, imperfettamente ma fedelmente, nelle vite degli esseri umani. Come scrisse sant’Agostino, «la pace è la tranquillità dell’ordine». Eppure, in contesti come il nostro, questo ordine non è dato: deve essere ricostruito pazientemente e coraggiosamente nel cuore dell’uomo, nelle relazioni e nel fragile tessuto della società stessa.

La pace, allora, non è la fine del cammino, ma una vocazione che siamo chiamati a incarnare ogni giorno, imperfettamente, e con fedeltà alla dignità di ogni persona umana.

*Bernadette Andonia partecipa alla rete di PeaceMed a nome dell’organizzazione Al-Liqa

Aggiornato il 26/03/26 alle ore 17:10