Protagonismo dai margini
Nel dibattito pubblico italiano, i giovani di origine immigrata vengono spesso raccontati attraverso immagini di paura e conflitto. La figura dei cosiddetti “maranza” è diventata negli ultimi anni il simbolo di una narrazione che associa le seconde generazioni al disagio urbano, alla devianza e all’insicurezza sociale. Episodi di cronaca, campagne mediatiche strumentalizzazioni politiche alimentano il timore che anche in Italia stiano nascendo periferie marginali, abitate da giovani esclusi e ribelli.
Questa rappresentazione restituisce solo una parte della realtà. Accanto a situazioni di marginalità – ricordiamo che la povertà assoluta colpisce un terzo dei cittadini stranieri residenti in Italia – esiste una vasta componente di giovani con background migratorio che studiano, partecipano alla vita pubblica, fanno volontariato, si impegnano in politica e chiedono di essere riconosciuti come parte integrante della società italiana. È proprio su questa realtà meno visibile che si concentra il volume Quando il protagonismo cresce ai margini. L’impegno sociale e politico dei giovani di origine immigrate (TAU, 2026), curato da Maurizio Ambrosini (sociologo, docente all’Università di Milano), promosso da Caritas Italiana insieme al Centro studi Medì.
La ricerca, realizzata nel 2025 con il contributo di esperti dell’Università di Milano, ha raccolto 416 questionari e 40 interviste in profondità, tra cui quelle a 25 giovani eletti in consigli comunali o in altre istituzioni pubbliche. L’obiettivo dell’indagine era comprendere come le nuove generazioni di origine immigrata vivano la dimensione della cittadinanza e in quali forme partecipino alla società italiana.
Disuguaglianze e desiderio di partecipazione
Il contesto di partenza è segnato da profonde disuguaglianze. I figli degli immigrati crescono spesso in famiglie che hanno accettato un’integrazione “subalterna”: lavori manuali poco qualificati, scarse possibilità di mobilità sociale, abitazioni precarie e quartieri periferici.
I giovani, però, condividono gusti, consumi e aspirazioni dei loro coetanei italiani. Ne deriva una sorta di “integrazione illusoria”: si sentono italiani negli stili di vita, ma incontrano ostacoli concreti nell’accesso alle opportunità educative e lavorative.
I dati scolastici mostrano chiaramente questa difficoltà. Nell’anno scolastico 2023-2024 gli studenti con cittadinanza non italiana erano oltre 931 mila, pari all’11,6% del totale, e quasi due terzi erano nati in Italia. Nonostante i progressi, il ritardo scolastico resta molto elevato: nella scuola superiore riguarda il 48% degli studenti stranieri contro il 16% degli italiani. Gli abbandoni aumentano dopo i 16 anni e il fenomeno degli ELET (Early Leaving from Education and Training), i giovani che lasciano precocemente scuola e formazione, coinvolge oltre un quarto dei ragazzi senza cittadinanza italiana. Persistono inoltre forme di canalizzazione verso istituti tecnici e professionali, mentre l’accesso ai licei e all’università rimane più limitato.
Non mancano però i segnali positivi. Crescono i diplomati e gli universitari di origine immigrata: oltre 25 mila studenti senza cittadinanza italiana ma diplomati in Italia risultano iscritti all’università nel 2024-2025. È l’emergere di una nuova generazione istruita, consapevole e sempre più desiderosa di partecipare alla vita collettiva.
Una cittadinanza che cresce dai margini
La ricerca mette in luce soprattutto una forte volontà di impegno civile e politico. L’82% degli intervistati dichiara che voterebbe se ne avesse la possibilità, mentre quasi la metà partecipa ad associazioni, gruppi culturali o iniziative legate ai diritti umani. Molti sono coinvolti in attività di volontariato, movimenti sociali, campagne per la pace o iniziative di solidarietà internazionale.
Particolarmente interessante è il rapporto tra volontariato e politica.
Per molti giovani l’impegno sociale rappresenta una palestra di cittadinanza: permette di sviluppare competenze, creare reti relazionali e acquisire consapevolezza delle ingiustizie sociali.
Da qui, in alcuni casi, nasce il passaggio all’impegno istituzionale, visto non come un tradimento dell’attivismo ma come un modo più efficace per incidere sulle decisioni pubbliche e dare voce a chi vive condizioni di esclusione.
Dalle interviste emerge una generazione che rifiuta una “cittadinanza dimezzata”. Questi giovani non chiedono soltanto riconoscimento giuridico, ma la possibilità di contribuire pienamente alla società in cui sono cresciuti. Molti trasformano l’esperienza delle discriminazioni in motivazione all’azione pubblica, rivendicando un’Italia più inclusiva, multiculturale e democratica.
Il volume “Quando il protagonismo cresce ai margini” propone dunque uno sguardo alternativo rispetto agli stereotipi dominanti. Lontani dall’immagine del giovane immigrato come problema sociale, i protagonisti della ricerca appaiono invece come risorsa civica e politica. La loro partecipazione mostra come la democrazia possa rigenerarsi proprio a partire dai margini, includendo gruppi sociali storicamente sottorappresentati.
Come è accaduto in passato con le classi popolari o con le donne, anche oggi il protagonismo di nuove generazioni può contribuire a rinnovare le istituzioni democratiche. “Non raramente nella storia sociale il protagonismo cresce dai margini”, conferma il prof. Ambrosini. I giovani di origine immigrata non rappresentano più una realtà esterna alla società italiana: sono parte del presente e, sempre più, del futuro del Paese.
Il volume viene presentato a Milano, il 18 giugno, alle ore 10.30, presso la Scuola dottorale del Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università di Milano e a Genova, il 24 giugno, alle ore 14.30 nell’ambito della Scuole estiva di sociologia delle migrazioni del Centro studi Medì.
Aggiornato il 29/05/26 alle ore 16:10

