Il paradosso dei dodici chilometri
“Quando ho varcato per la prima volta la porta della mensa, ero un rifugiato. Una persona alla quale la vita aveva quasi azzerato tutto”. Comincia così il racconto di Adam (nome di fantasia) in Italia dopo essere fuggito dalla barbarie di una guerra che gli aveva portato via quasi tutto: casa, lavoro, amici e la certezza di un futuro possibile. A impedirgli di crollare erano rimasti sua moglie e i suoi figli, per i quali ha provato a costruire una nuova normalità ricominciando in una mensa dei poveri.
Entrare a far parte della squadra dei volontari è stata per Adam l’occasione di ritrovare una quotidianità fatta di responsabilità, relazioni e dignità.
Quello che era iniziato come un modo per ritrovare dignità e relazioni, si è trasformato col tempo in una pressa di coscienza: la povertà ha mille volti e la guerra non è l’unico motore del disagio. C’è chi ha perso la salute, chi il lavoro, chi gli affetti. “La tua storia — racconta — è solo una goccia in un mare di dolore“.
La svolta in dodici chilometri
La vera svolta interiore è arrivata però in un giorno apparentemente storto, a poche ore dal suo turno in mensa, l’automobile si guasta. Avendo già saltato un appuntamento per una svista sul calendario, Adam decide di non arrendersi: percorre dodici chilometri a piedi pur di esserci. Arriva a destinazione esausto, con le gambe doloranti e il pensiero fisso al viaggio di ritorno. È in quel momento di vulnerabilità fisica che la realtà della mensa gli si fa incontro con tutta la sua durezza: la fila è lunga, gli utenti sono nervosi, volano parole brusche e proteste. Per la prima volta, la compassione lascia il posto a un moto di stizza: “Ci stiamo impegnando per voi e questo è il modo in cui ci rispondete?”.
Il dolore che parla più forte
È un pensiero flash, un istante di cedimento che si trasforma immediatamente in un esame di coscienza. Adam si rende conto di un paradosso: a lui sono bastati dodici chilometri a piedi e qualche ora di spossatezza per veder vacillare la propria pazienza. Eppure, a fine serata, lui una casa e una famiglia a cui tornare le avrebbe avute. Cosa succede, invece, a chi vive nell’incertezza da mesi? A chi non sa dove passerà la notte, a chi convive con malattie o con il peso di sentirsi invisibile per la società? La conclusione è una verità tanto elementare quanto difficile da praticare: dietro un comportamento sgarbato o un gesto impaziente, dall’altra parte del bancone, spesso non c’è una persona ingrata. C’è semplicemente un essere umano il cui dolore, in quel momento, è stato più forte di lui.
Vedere la persona prima del problema
Da quel giorno, il valore del servizio per Adam è cambiato. Non si tratta più solo di distribuire un pasto caldo o scaricare i furgoni della spesa, ma di esercitare lo sguardo. La sfida più complessa diventa quella di guardare oltre le spigolosità del carattere, recuperando il senso più autentico della carità: riconoscere la dignità intatta dell’individuo prima e oltre la sua fragilità.In un’epoca in cui le nuove povertà frammentano le storie delle persone, questa testimonianza ci ricorda il potere bidirezionale del dono.
Aggiornato il 30/07/26 alle ore 16:59Il volontariato non è un atto unidirezionale che assiste chi è rimasto indietro. È, prima di tutto, un percorso che si fa a piedi, un passo alla volta, capaci di farsi trasformare dall’incontro con l’altro.


