Il paradosso dei dodici chilometri
“Quando ho varcato per la prima volta la porta della mensa, ero un rifugiato. Una persona alla quale la vita aveva quasi azzerato tutto”. Comincia così il racconto di Pavlo, in Italia dopo essere fuggito dalla barbarie di una guerra che gli aveva portato via quasi tutto: casa, lavoro, amici e la certezza di un futuro possibile. A impedirgli di crollare erano rimasti sua moglie e i suoi figli, per i quali ha provato a costruire una nuova normalità ricominciando in una mensa dei poveri.
Entrare a far parte della squadra dei volontari è stata per Pavlo l’occasione di ritrovare una quotidianità fatta di responsabilità, relazioni e dignità.
La storia di Pavlo
Lui è russo. Sua moglie è ucraina. Quando la guerra ha sconvolto le loro vite, insieme ai figli hanno dovuto lasciare la casa, il lavoro, gli amici, la sicurezza del futuro.
Arrivato in Italia come rifugiato, ha varcato la porta della mensa della Caritas diocesana di Tortona. In quel luogo ha ricevuto aiuto, ma soprattutto ha ritrovato relazioni, responsabilità e la possibilità di sentirsi ancora utile. Con il tempo è entrato a far parte della squadra dei volontari, passando dall’altra parte del banco.
È stato proprio durante uno dei suoi turni, al termine di una giornata faticosa, che ha scoperto qualcosa di nuovo sul volontariato e sulla fragilità umana.
Di seguito, il suo racconto.
La svolta in dodici chilometri
Quando ho varcato per la prima volta la porta della mensa, ero un rifugiato. Una persona alla quale la vita aveva quasi azzerato tutto. Non c’erano più la mia casa, la sicurezza del domani, il lavoro, gli amici con cui passavo i fine settimana. La mia vita si era divisa in un “prima” e in un “dopo”, lasciando un vuoto che non si può colmare in poco tempo.
La famiglia non elimina quel vuoto. Lo rende soltanto più sopportabile, diventando l’ancora che non ti permette di perdere completamente te stesso. Quando hai dei figli, non puoi permetterti di crollare. Abbiamo fatto tutto il possibile perché sentissero il meno possibile il peso di un’emigrazione forzata. Nuove abitudini, nuovi luoghi, nuovi motivi per sorridere. Perché i figli non dovrebbero mai portare sulle spalle il peso delle scelte degli adulti.
La guerra ci insegna molte cose. Ma forse la più difficile è imparare ad accettare l’aiuto degli altri. A volte è persino più difficile che aiutare.
La mensa è stata per me una salvezza. Mi ha restituito la sensazione di essere ancora utile. Quando tutto intorno è nuovo, quando non hai amici e la tua vita è stata stravolta, anche un servizio semplice può diventare un punto d’appoggio. Ritrovi persone, responsabilità e un motivo per alzarti la mattina.
Con il tempo sono entrato a far parte della squadra e ho iniziato a capire che le tragedie umane sono molte più di quanto immaginassi. La guerra è solo una delle ragioni per cui una persona può trovarsi dall’altra parte del banco della distribuzione. C’è chi ha perso il lavoro, chi la famiglia, chi la salute e chi, semplicemente, non ha più avuto la forza di rialzarsi.
E allora capisci che la tua storia è solo una goccia in un mare di dolore.
A un certo punto pensavo di aver capito cosa significasse fare volontariato. Poi la vita ha deciso di mettermi alla prova. La macchina si è rotta. Avrei potuto saltare il turno. Ma due settimane prima avevo già sbagliato il calendario e avevo dimenticato un servizio. Così non ho preso nemmeno in considerazione questa possibilità. Dodici chilometri a piedi.
Il dolore che parla più forte
Quando sono arrivato pensavo solo a come sarei tornato a casa. Mi facevano male le gambe. E poi è iniziato il servizio. La fila. Le richieste. Le lamentele. Qualche parola dura. Qualche gesto scortese. Per la prima volta dopo tanto tempo non ho provato compassione, ma irritazione.
A un certo punto mi sono sorpreso a pensare: «Ma com’è possibile? Ci stiamo impegnando per voi e questo è il modo in cui ci rispondete?».
Ed è stato proprio in quell’istante che mi sono vergognato.
Avevo camminato solo dodici chilometri. Ero stanco da appena un giorno. Mi sentivo male solo da poche ore. Eppure era bastato perché la mia pazienza iniziasse a esaurirsi. E quella sera sarei comunque tornato a casa, dalla mia famiglia, sapendo che il giorno dopo tutto sarebbe stato di nuovo normale.
Allora cosa si può dire di una persona che vive nell’incertezza da mesi? Che non sa dove dormirà domani? Che da anni convive con la sensazione di non servire più a nessuno? Che ha perso perfino la forza di trattenere le proprie emozioni?
Vedere la persona prima del problema
È stato allora che ho capito che molto spesso, dall’altra parte del banco, non c’è una persona maleducata o ingrata.
C’è una persona il cui dolore, almeno per un momento, è stato più forte di lei. Da quel giorno il mio modo di vedere il volontariato è cambiato. Non lo considero più soltanto il tempo che doniamo agli altri.
Per me il volontariato è imparare a vedere la persona oltre i suoi comportamenti. A non rispondere all’irritazione con altra irritazione. A cercare di conservare uno sguardo cristiano anche quando è difficile.
Forse è questo il lavoro più impegnativo di un volontario. Non preparare un piatto in più. Non scaricare un altro furgone di alimenti. Non fare semplicemente il proprio turno.
La cosa più difficile è continuare a vedere la persona, anche quando il suo dolore parla più forte di lei.
Aggiornato il 01/08/26 alle ore 22:01

