Da Srebrenica a El Obeid
Il 11 luglio 1995, durante la guerra nella ex-Jugoslavia, si consumava il primo genocidio del dopoguerra in Europa, quello nei confronti della popolazione musulmana di Srebrenica, in Bosnia Erzegovina, da parte delle forze serbo-bosniache e milizie paramilitari alla guida del generale Ratko Mladic della neo proclamata Repubblica Srpska. Oltre 8000 uomini e ragazzi furono uccisi in pochi giorni e sepolti in fosse comuni. Una tragedia preceduta da una lunga preparazione per la conquista della città e numerosi crimini di guerra nelle aree circostanti a cui la comunità internazionale rimase sostanzialmente indifferente. A nulla valsero gli appelli dell’ONU affinché si intervenisse inviando rinforzi alle poche centinaia di caschi blu in stanza a Srebrenica, contingente che poi rimase inerme dinnanzi all’eccidio che si compi l’11 luglio. Quel fatto bollò i caschi blu di codardia e ignavia facendoli divenire il principale bersaglio della critica internazionale e marchiò l’uso della forza a guida ONU come inefficace e inutile. A 30 anni di distanza la storia si è ripetuta in Sudan quando tra il 26 e il 28 ottobre 2025 la città di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale dopo 18 mesi di assedio in cui la popolazione è stata affamata con centinaia di morti per stenti, le milizie del generale Dagalo denominate Forze di supporto Rapido (RSF), sono entrate in città massacrando, stuprando e uccidendo migliaia di civili inermi. Anche in questo caso a nulla sono valsi gli appelli dell’ONU e della società civile durante i 18 mesi di assedio. Non è trascorso neanche un anno e il copione si sta ripetendo nella città di El Obeid, capitale del Nord Kordofan, divenuto epicentro della guerra che si sta combattendo in Sudan dall’ aprile 2023 tra forze militare sudanesi (SAF) e le RSF. Da mesi El Obeid, ancora sotto il controllo governativo, è bersagliata dai droni da parte delle RSF. L’ONU in un recente rapporto ha lanciato l’allarme: quanto accaduto ad El Fasher è probabile si ripeta ad El Obeid senza un intervento deciso della comunità internazionale per fermare la guerra. Il Vescovo di El Obeid, Mons. Tombe, che ha scelto di non lasciare la città nonostante la sua stessa abitazione sia stata bombardata, ha più volte fatto appello alle parti in conflitto di tutelare la popolazione civile e consentire l’accesso agli aiuti umanitari. Appelli inascoltati. Tutto sembra pronto per l’epilogo: un’altra Sebrenica, un’altra El Fasher come in un film in cui agli spettatori è già annunciato il finale nell’introduzione senza che nessuno protesti.
In Sudan non ci sono i caschi blu con cui prendersela come si fece e si fa ancora quando si ricorda Srebrenica.
In Sudan come a Srebrenica la così detta “comunità internazionale” non ha solo voltato le spalle al popolo sudanese, ma è complice dei loro aguzzini.
È complice perché continua a fornire armi e finanziamenti ai due generali in lotta sulla pelle della gente in nome di interessi economici e geostrategici. È complice perché alla guida del paese ha preferito e preferisce i militari – che si fanno la guerra tra loro – a quella società civile impegnata nell’assistenza umanitaria e nella lotta nonviolenta per la demilitarizzazione del governo e l’avvio di un processo di democratizzazione. È complice per l’inerzia dinnanzi ai ricorsi della storia, troppo evidenti per non essere compresi. E l’Italia purtroppo non si distingue dal coro. Il 9 giugno 2026 il Senato della Repubblica ha ratificato definitivamente l’accordo di cooperazione militare con gli Emirati Arabi Uniti siglato dal governo nel febbraio 2025. Numerose inchieste e rapporti di organismi indipendenti hanno documentato come gli Emirati Arabi Uniti siano il principale sostenitore e fornitore di armi delle Forze di Supporto Rapido. Si la storia si ripete e insegna: prima gli interessi dell’industria bellica, le alleanze “strategiche”, i così detti “equilibri” internazionali, poi, semmai, le vite delle persone, i diritti umani, la pace.
Photo credits, Ansa: EPA10739026/FEHIM DEMIRAggiornato il 16/09/26 alle ore 15:24


