La pace selvatica
Atterrato all’aeroporto di Juba, accolgo la proposta di uno dei tanti tassisti che si accalcano all’uscita alla caccia di clienti. Giunto a destinazione, il tassista mi chiede 85 dollari, protesto. Lui insiste esclamando «no fuel, no fuel!». Alla fine, gli lascio 50 dollari con il mio e il suo disappunto, entrambi legittimi, ma il suo lo è di più. Sì perché, nonostante il Sud Sudan abbia importanti riserve petrolifere, manca carburante ed i prezzi del gasolio sono alle stelle. È in questo contesto che, dal 22 al 24 settembre, si è svolto a Juba un incontro convocato da Caritas Sud Sudan per fare il punto sulla grave crisi umanitaria che attraversa il Paese. Il petrolio sud sudanese è interamente esportato soprattutto verso la Cina attraverso Port Sudan, sbocco sul mar Rosso del Sudan, paese da cui il Sud Sudan si è reso indipendente politicamente il 9 luglio 2011 dopo 20 anni di guerra, ma da cui dipende in modo vitale sul piano economico. Il Sudan, da oltre tre anni, è teatro di una guerra interna devastante con conseguenze economiche oltre che umane catastrofiche che ostacola i commerci con il Sud Sudan. Il gasolio è tutto importato e l’aumento dei prezzi del carburante a causa della chiusura dello stretto di Hormuz ha inferto un colpo mortale ad un’economia già al collasso.
Nonostante il Sud Sudan abbia importanti riserve petrolifere, manca carburante ed i prezzi del gasolio sono alle stelle
Non servono analisi accademiche, basta una ricerca veloce nella rete per scoprire dati impietosi. Il Sud Sudan è sin dalla sua nascita nel 2011, stabilmente all’ultimo posto della classifica mondiale dello sviluppo umano (insieme alla Somalia) misurato ogni anno dalle Nazioni Unite (UNDP) combinando reddito medio, aspettativa di vita, istruzione. Il reddito pro capite medio non raggiunge i 500 dollari all’anno, più di 2/3 della popolazione vive in condizioni di insicurezza alimentare grave, la mortalità infantile è oltre il 6% (Italia 5 per mille). E si potrebbe andare avanti con altri indicatori socioeconomici che lo pongono inesorabilmente in fondo alla fila. Tutto questo, ci spiegano i colleghi di Caritas Sud Sudan, è aggravato da una pluralità di emergenze contingenti. Più di due milioni di sfollati della guerra civile passata, mai rientrati, ed i nuovi per i conflitti interni che proseguono. Otre 1 milione di profughi fuggiti dalla guerra in Sudan che continuano ad arrivare ogni giorno. Il cambiamento climatico che sta provocando alluvioni sempre più intense e frequenti che hanno perennemente allagato intere zone e una severa siccità, dovuta al fenomeno climatico El Nino, che ha aggravato la crisi alimentare sino alla forma più grave di morte per fame in alcune località.
Il Sud Sudan è sin dalla sua nascita nel 2011, stabilmente all’ultimo posto della classifica mondiale dello sviluppo umano. Il reddito pro capite medio non raggiunge i 500 dollari all’anno, più di 2/3 della popolazione vive in condizioni di insicurezza alimentare grave, la mortalità infantile è oltre il 6%
Il 22 settembre è il giorno in cui il presidente Salva Kir avrebbe parlato alla nazione annunciando lo scioglimento del governo transitorio in carica dalla fine della guerra civile nel 2020. Un giorno carico di incertezze. Le strade della città sono costellate di militari, alcune sono chiuse. Le serrande dei negozi abbassate. C’è un’aria strana, di attesa, una quiete densa di tensione. Vi è il timore che si torni a sparare in strada come nel 2013 quando iniziò la guerra tra i due leader politici al potere Salva Kiir e Riek Machar. Guerra che durò cinque anni distruggendo completamente il paese. L’accordo che condusse al cessate il fuoco prevedeva una serie di obiettivi per arrivare alle elezioni che sono stati sistematicamente disattesi procrastinando più volte l’appuntamento elettorale. L’arresto a marzo 2025 del vicepresidente Machar ha aggravato gli scontri interni mai sopiti del tutto. Nonostante osservatori e istituzioni internazionali insistono che non ci siano ancora le condizioni per elezioni che abbiano una minima valenza democratica la sera del 22 settembre con un discorso svolto in evidente stato di ebrezza, il presidente ha annunciato lo scioglimento del governo transitorio e le elezioni il 15 di dicembre.
Parlare di Pace in questo contesto può sembrare velleitario, distante dalla realtà. Eppure, è proprio da questo popolo ferito, crocifisso da leader corrotti e strutture di peccato globali, che possiamo imparare il suo significato più vero. Il popolo e la chiesa del Sud Sudan non si rassegnano, resistono, chiedono e vogliono la pace. Continuano a credere che la pace si costruisce innanzitutto nei cuori che non cedono al male anche quando sembra che tutto sia perduto. È quella “pace selvatica” evocata da Papa Leone e che Mons. Carlassare, vescovo di Bentiu, una delle diocesi più colpite da violenze e emergenze, ha ricordato in un suo messaggio durante la Pasqua. Un messaggio che risuona anche ora in questo momento così difficile per il Sud Sudan:
«All’inizio dell’anno, Papa Leone ha usato un’espressione molto forte: ha parlato di una “pace selvatica”. […] Non è il risultato di accordi firmati o di tregue armate. Non nasce nei palazzi né è progettata a tavolino. È una pace che germoglia spontanea, come un fiore nel sottobosco o nella spaccatura di una roccia. […] È il bisogno profondo di umanità che resiste al male, stanca di vivere in un mondo che ha smarrito il sogno creativo di Dio. È una pace che nasce perché la speranza non è andata perduta. Questa è la pace del Vangelo. […] Quante volte, qui in Sud Sudan, la pace è iniziata proprio così: con due persone che decidono di non vendicarsi; con una madre che insegna al figlio a non odiare; con giovani di diverse etnie che superano la diffidenza e diventano compagni di banco a scuola. Piccoli gesti, quasi invisibili. Ma è proprio lì che la pace mette radici.»
La “pace selvatica” è una pace che germoglia spontanea, come un fiore nel sottobosco o nella spaccatura di una roccia.
Un messaggio che vale per il mondo intero e che i popoli crocifissi della storia come quello sud sudanese testimoniano tenacemente. Sta a noi lasciarci toccare i cuori e le menti per far germogliare paci selvatiche in noi e intorno a noi e così tendere la mano ai dimenticati della terra per rimuovere le ingiustizie che li inchiodano a quella croce.
Aggiornato il 16/10/26 alle ore 09:28

