27 Maggio 2024

Tutto finisce. Tranne quello che è stato

«Il mio anno di servizio civile in Indonesia è terminato. Mi prendo un attimo in più per... riconoscermi»

Maggio 2024, Ubud, Bali, colazione

Venerdì, primo pomeriggio, orfanotrofio Alma. Ero a letto, in mezzo a cibo e roba sparsa da tutte le parti, briciole, bambini e germi. Ciko mi prende il telefono, comunichiamo con il traduttore: prima ci scrive «I love you» e mi fa segno di non dire niente, forse perché non vuole che gli altri lo sentano. Poi mi scrive un’altra cosa ma non vuole farmela leggere, si imbarazza. Ce l’ho ai piedi, appoggiato alla mia gamba sinistra. Lo guardo, apro le braccia, cerco di chiedergli con gli occhi: «Ma che hai? Dai, su!». Lui butta il telefono sulle mie gambe, me lo indica e scappa. Torna dopo un secondo per vedere se stavo leggendo, me lo indica di nuovo e scappa. Allora io finalmente leggo, aspettandomi un’altra dichiarazione d’amore.

«Sis, if I can be honest, I have long considered you like my own mother».

Inizio a chiamarlo per nome, mi alzo con le poche forze che ho e vado a cercarlo. Lo trovo dietro la porta, mi vede e scappa. Lo ritrovo sulla terrazza, mi vede e scappa.

«Ciko! Ciko!».

Scappa lontano. Il cortile è stranamente vuoto, non piove più ma il cielo è ancora coperto, l’aria fresca.

Io non ce la faccio ad andare oltre e poi non voglio insistere, non ho mai voluto farlo. Con tutti ho lasciato che fossero loro a venire da me.

Spunta dal fondo con la testolina, apro le braccia. Allora si mette a correre con il sorriso spensierato di un bambino che sta abbassando tutte le sue difese, sale le scale, io sono seduta sulla solita sedia, mi si butta fra le braccia ridendo e urlando: «I love you! I love you!» e anche io gli urlo: «I love you! I love you!».

Ma d’improvviso con lo stesso impeto scoppia a piangere, sospiri e singhiozzi. Si gira e rimane seduto sulla punta della sedia, fra le mie gambe, a testa bassa. Non vuole più farsi toccare, accarezzare, consolare. Mi coglie, come un agguato, quel suo stesso dolore, quella reale impossibilità di essere la sua mamma. Vorrei sorridergli, dirgli che va tutto bene, aspettare paziente che si esauriscano le sue lacrime facendogli sentire la mia presenza, forse, rassicurante. Invece, piango. Sommessa, profondamente triste ma rassegnata, guardandogli la schiena senza sapere cosa fare. Si mescolano i nostri sospiri, non ci guardiamo, si sentono solo i suoni dei nostri nasi umidi e appesantiti. Come le foglie sugli alberi e l’erba del prato. E forse un pochino mi libero di quel groppo che, da settimane, nella testa non volevo razionalizzare.

In breve ci ricomponiamo, io ancora ho i vestiti di tre giorni… con cui ho dormito per tre giorni. I capelli “legati” così, con un elastico in gomma. Lui in confronto, con uno dei suoi due outfit t-shirt e pantaloncini che alterna regolarmente, sembra un damerino.

Cosa è stato tutto questo? Con quante persone lui avrà sentito, desiderato, questo legame? Non posso fare a meno di domandarmelo.

E quanto reali sono quell’affetto e quel trasporto o quanto sono romanticizzati dalle condizioni in cui ci troviamo? Potrebbe, in una qualche vita, essere il mio bambino?

Il giorno dopo sono partita, questi erano i piani. Gli ho lasciato le cuffie bluetooth, ha tanto insistito, ma non so proprio cosa se ne faccia senza un telefono, un computer o un qualsiasi dispositivo collegabile che emetta dei suoni.

Ho finito la mia colazione, primo pasto solido consumato per intero da martedì a cena. Ho un pochino caldo, la fontana che scorre coi pesci rossi dentro mi sta piacendo molto. Avrei voglia già di uscire, devo trovare un motorino. Ma non c’è nessuna fretta.

È finito. È finito tutto, questo servizio civile.

Niente più vestirsi sobri, larghi e coprenti.

Niente più mangiare quello che ti danno o adattarsi a quel poco di riconosciuto che trovi.

Niente più nascondere le abitudini mal viste.

Niente più sorrisi costanti anche quando sconnessi alle emozioni interne.

Niente più resistere.

Ci sono solo io.

Eleonora.

Mi prendo questo attimo per riconoscermi. Alla luce di tutto quello che è stato, bellissimo, incredibile, sensazionale.

Aggiornato il 27/05/24 alle ore 21:22